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Nella redazione di Yalla, Italia! qualcuno ha avuto la brillante idea di organizzare un incontro tra i ragazzi della redazione (tutti musulmani di seconda generazione) e alcuni ragazzi della Comunità ebraica di Milano e di Roma. Parola d’ordine: dialogo. Perplessità: moltissime. Non tanto sulla possibilità di comunicare, quanto sulla capacità di trovare punti d’incontro. E invece. Un giro di tavolo è stato il punto di partenza. Ognuno di noi doveva parlare delle proprie emozioni e dell’opinione che aveva sul conflitto tra palestinesi ed israeliani. Scindere l’emotività dalla ragione non è facile: ci si scherza spesso, sulla fissazione degli arabi per questo conflitto, tra genitori che stanno sintonizzati su Al Jazeera ventiquattro ore su ventiquattro - e a momenti indossano un elmetto e partono volontari - e canzoncine patriottiche intonate dal cantante di turno che ricorda al popolo arabo quanto sia importante Gerusalemme, ma alla fine è una questione che scalda davvero gli animi. Ebbene, ognuno di noi si è aperto, ha espresso la propria confusione, i propri dubbi ma anche le proprie critiche. Come diceva Enzo Biagi, è giusto avere un punto di vista su ogni cosa, perché è l’unico modo per raccontare una storia. Altro che imparzialità e par condicio. Alla fine, nonostante la tensione e il dolore per la guerra in Medio Oriente, ci si guarda tutti negli occhi e ci si ringrazia a vicenda, per esserci stati, per avere accettato il confronto. E anzi si ride insieme, scoprendo che modi di dire arabi ed ebraici sono simili, e che si ha in comune molto più di quanto non si creda. Insomma, in una piccola stanzetta si può sempre portare la pace, piccola goccia che si confonde nell’oceano, ma lo rende pur sempre un po’ più grande.