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L’artista brasiliano, autore di un ciclo di opere di tema biblico, illustra la sua arte. Che nasce da un ritorno alla fede dopo anni di distanza



«Ho cominciato a dipingere temi religiosi in virtù di una chiamata. Ho avuto la grazia di avvicinare la Bibbia a partire dalle sue pagine conclusive: il giudizio finale, la Rivelazione definitiva di Dio. È cominciato così un cammino doloroso di riconoscimento della fragilità della carne e dell’importante responsabilità ricevuta dall’uomo, che sviluppa qualsiasi attività nel momento in cui cerca di essere gradito al Signore». Racconta così il suo approdo alla fede e all’attività artistica di segno religioso Carlos Araujo, pittore brasiliano contemporaneo, autore di un’opera ambiziosa e per molti aspetti unica: l’illustrazione dell’intera Bibbia in una corposa serie di pannelli di grandi dimensioni (quello dell’Ascensione, ad esempio, è alto sei metri).

SE L’ARTISTA CRISTIANO più noto in Brasile è probabilmente Claudio Pastro, che ha firmato moltissime opere in numerose chiese del Paese, Araujo però è protagonista di una storia originalissima, in cui la vicenda esistenziale e quella artistica si fondono in un itinerario di conversione e impegno.
Ho incontrato Carlos Araujo a casa sua, in un quartiere residenziale di San Paolo: spazi arredati con gusto e quel tocco di fantasia e imprevedibilità che distingue gli artisti. Accanto alla casa l’ampio studio, dove ho visto allineati ordinatamente i grandi pannelli della «Bibbia in immagini». Erano i giorni della visita del Papa in Brasile (maggio 2007) e Araujo era letteralmente emozionato alla notizia che la prima copia della sua opera, era stata consegnata a Benedetto XVI dal governatore dello Stato di San Paolo.
«Il cammino verso la fede è stata una grazia donata da Dio attraverso il tocco del suo Spirito», attacca Araujo. «Vengo da una famiglia cattolica apostolica romana (l’ultimo aggettivo segna la distinzione dalla “Chiesa cattolica apostolica brasiliana” - ndr) e sono stato educato nella Chiesa. Mi ricordo bene quando all’età di 13 anni ho scelto di prendere le distanze dalle cose del mondo. Il Padre misericordioso mi ha fatto tornare a questa decisione intorno ai 40 anni, quando il mio cuore non riusciva a sopportare di essersi caricato di tanti valori illusori. E così, come il Figliol prodigo, è cominciato il mio ritorno a casa. Ora, all’età di 58 anni, no nostante i miei limiti e le mie piccolezze, posso intravedere quanto il Padre ci ama».
Cosa sia successo nel periodo tra l’adolescenza e la maturità è presto detto: Araujo, autodidatta di lusso, ha trovato la sua strada nell’arte e, ancora giovane, ha avuto modo di farsi conoscere cominciando a esporre in prestigiose gallerie (vedi box). Insieme al successo, sono arrivati la notorietà e i soldi. Ma tutto ciò, dopo l’ebbrezza iniziale, nel giro di pochi anni ha lasciato il posto a un senso di vuoto e insoddisfazione. Lui stesso, nell’introduzione alla «Bibbia» delinea così il suo percorso di quel periodo: «Mi avventurai a rappresentare la sua volontà cercando rifugio in dipinti metaforici, incurante di essere portatore di un’importante benedizione: la coscienza della Sua grandezza. Non consapevole di ciò la minimizzavo alimentando il mio ego avido. Illustrando “L’A pocalisse di san Giovanni” fluttuavo nell’immensa vacuità delle illusioni, quando iniziai per la misericordia divina una catarsi redentrice e mi convertii al cristianesimo».

L’ANNO SPARTIACQUE è il 1984: durante la sua permanenza a Parigi, Araujo riceve - come detto - la richiesta di illustrare un libro di litografie sull’Apocalisse e quell’incarico lo costringe a riprendere in mano la Scrittura e a tornare a misurarsi con quel Dio che aveva conosciuto da piccolo ma poi abbandonato. La vera e propria conversione Araujo la data al 1992: da allora la sua opera converge esclusivamente su temi religiosi e prende forma il grande sogno di illustrare la Bibbia. Non che Araujo in precedenza non si fosse cimentato con tematiche religiose: nel 1980 una sua «Annunciazione» venne donata dal governo brasiliano alla Santa Sede in occasione della beatificazione di padre José de Anchieta, gesuita portoghese considerato uno dei padri della letteratura brasiliana; tuttora l’opera è conservata nei Musei Vaticani.
Resta il fatto che negli ultimi due decenni l’intera attività artistica di Araujo si è consacrata - è il caso di dirlo - alla rappresentazione di soggetti religiosi e scene bibliche. «Ho dipinto tutta la Bibbia, ma in realtà non sono stato io ad averla dipinta. Come uno strumento, quando nel mio studio contemplo le dimensioni enormi dei miei quadri, mi domando quanta Grazia io abbia ricevuto gratuitamente. Questo genera in me una responsabilità enorme nel divulgare le immagini bibliche attraverso edizioni accessibili a tutti».
Quali sono le pagine della Scrittura che preferisce? «Nell’Antico Testamento - risponde Araujo - tutte quelle che presentano l’azione del Signore hanno una profondità infinita. Penso a Eliseo che, nella valle delle ossa riarse, si accorge di quanto l’essere umano è vivificato grazie alla fede. Situazioni analoghe si ripetono in tutta la Sacra Scrittura. Nel Nuovo Testamento centrale è la grandiosità del messaggio di nostro Signore Gesù Cristo, che viene a darci la buona notizia della nostra filiazione e unione con il Padre e la possibilità di un ritorno autentico alla casa paterna, secondo due regole apparentemente semplici ma infinitamente profonde e impegnative: amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stessi».
«Il suo modo di accostarsi alla Bibbia ha influito anche sul mio», confida padre Vincenzo Pavan, missionario del Pime da lunghi anni in Brasile (ora si trova a Patintins, in Amazzonia). Figlio d’arte (il padre dipingeva per passione), padre Vincenzo ha intessuto negli anni con Carlos una profonda amicizia e con lui condivide anche molte riflessioni di tipo spirituale. È grazie a padre Vincenzo che mi sono imbattuto, è il caso di dirlo, in Araujo: nel suo studio (durante il periodo di servizio a Milano, come direttore del Centro Pime), facevano mostra di sé due stupende titografie dell’artista brasiliano che, per dimensioni e bellezza, non potevano lasciare indifferenti.

PER ARAUJO L’ARTE è un linguaggio a servizio della comunicazione della fede. «Come Paolo, anch’io mi dico: “guai a me se non evangelizzo”. Ho visto il lato nero dell’anima, così come accaduto all’Apostolo delle genti; ho lavorato molto all’estero facendo esperienza diretta del materialismo e consumismo che vediamo diffuso nel mondo, a cominciare dai media. Ma so che le cose non danno risposte vere alle domande dell’uomo. E la mia non è un’esperienza solitaria, tant’è che sono in dialogo con altre persone, ricche e giovani, che lasciano il successo per altro». Ancora: «Essere un artista cristiano significa assumere un’autentica e profonda convinzione che l’arte è un dono e una responsabilità che deve portare benefici al prossimo. Pensando al lavoro della Bibbia, mi piacerebbe facilitare la trasmissione della verità attraverso le immagini e i capitoli e versetti corrispondenti, nella stessa forma che essi si sono fissati in me».
Il tratto forse più originale della pittura di Araujo è l’utilizzo del colore, che dà luogo a volti e figure che paiono creature di luce, quasi impalpabili. Perché questa scelta? «Mi piacerebbe testimoniare - è la risposta - che la mia pittura non è mia e siamo tutti strumenti di una forza tremendamente maggiore che ci innalza fino a farci sperimentare esplosioni momentanee di gioia infinita. La luce dei personaggi che dipingo ha un’intensità corrispondente alla distanza che il Padre ci concede per fissare il suo volto». Di Araujo e della sua originale tecnica ha scritto Carlos Bratke, presidente della Fondazione Biennale di San Paolo: «Per quanto possa sembrare contraddittorio, Carlos Araujo è il più figurativo degli astratti poiché la materia intuita delle sue opere si mescola con le figure eteree e per qualche momento di perde la nozione delle differenze. Attraverso questo artificio, intenzionale o meno, si perde la comprensione del tempo, la materia e lo spazio. Questa qualità, costante nelle sue opere, è oggi ancor più chiaramente deliberata perché il soggetto impone l’intangibile, l’imponderabile».

CHISSÀ cosa avrà pensato il Papa, sfogliando il libro che Araujo considera una sorta di miracolo perché «raccoglie vent’anni di lavoro illustrando la Scrit¬tura». Quella di Araujo è un’arte che colpisce, in bilico com’è fra realismo e allusione. È accaduto ai visitatori della Biennale In¬ternazionale di Firenze del 2007, dove Araujo ha esposto alcune delle opere del ciclo biblico, tuttora in mostra in Italia. L’auspicio è che accada a chiunque ammiri il frutto delle sue fatiche.

chi è

Carlos Araujo è nato il 6 aprile 1950 a San Paolo. Nel 1963 inizia da autodidatta i primi studi di pittura e dipinge l’Allegoria del Carnevale. Nel 1973 partecipa alla sua prima esposizione dal titolo «Immagini del Brasile» a Bruxelles con l’opera «O Proximo passo»; l’anno dopo ha luogo la prima personale nel Museo di Arte di San Paolo. Nel 1975 si laurea in ingegneria all’Università di San Paolo. Nel 1979 espone al Museo dell’Arte di San Paolo con dipinti di carattere metafisico; nello stesso anno esegue un pannello sull’Annunciazione, su richiesta del Vaticano in coincidenza con la beatificazione di padre Anchieta (l’opera è attualmente esposta a Roma). Negli anni successivi dipinge ed espone in prestigiose gallerie dell’America del Nord (New York) e del Sud, europee (Parigi) e asiatiche (Hong Kong). Nel 2007 porta a compimento la Bibbia in immagini, l’opera più importante della sua carriera. n

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