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14/02/2009    
Dall’'esperienza dei missionari a quella degli artisti locali
Inculturazione le vie dell'arte
di Anna Pozzi
Accanto ai missionari, sono sempre più numerosi gli artisti che, in varie parti del mondo, si fanno interpreti del messaggio evangelico attraverso forme d’'arte inculturata ad alto livello

L' arte come strumento di inculturazione ed evangelizzazione non è certamente una scoperta di oggi. Secoli di incontri tra popoli, religioni e culture hanno lasciato luminosi esempi e testimonianze preziose e indelebili di un dialogo possibile e fecondo attraverso varie forme artistiche.
Un esempio tra molti è quello fornito da Giuseppe Castiglione, nella prima metà del Settecento: gesuita milanese, pittore di corte in Cina, fu particolarmente apprezzato dall’imperatore Qianlong. A lui si deve un genere unico nell’arte tradizionale cinese, che fonde lo stile della pittura europea con elementi dell’estetica cinese di quei tempi.
Da lì in poi, e nei più svariati angoli del mondo, si sono moltiplicate le iniziative di missionari che hanno promosso percorsi d’arte sacra inculturata, coinvolgendo artisti locali o dando origine a scuole con riflessi anche sul piano liturgico. Scuole e artisti che, nel tempo, hanno acquisito una propria autonomia, diventando espressione autentica di un’arte sacra che nasce nel cuore di mondi e culture diversi e si nutre dell’incontro con il Vangelo. Il risultato sono spesso nuove forme espressive, anche di alto livello. Oggi, accanto ad alcuni missionari, che continuano la loro opera di evangelizzazione anche attraverso l’arte, troviamo sempre più numerosi artisti locali che si sono fatti interpreti del cristianesimo attraverso la loro sensibilità e la loro cultura di appartenenza.
«Il campo della cultura è un fattore cruciale dell’evangelizzazione all’inizio del Terzo Millennio», sostengono alcuni studiosi che nel 2006 si sono dati appuntamento a Lusaka, in Zambia, per scandagliare alcune domande di fondo su come comunicare il Vangelo oggi, interrogandosi sulla storia, la cultura, i costumi e i diversi stili di vita dei popoli a cui è portata la Buona Novella. Promosso dal Pontificio consiglio della cultura, l’incontro ha richiamato a raccolta i direttori dei centri culturali cattolici africani. Tra questi, anche padre Claude Boucher, padre bianco canadese, trapiantato in Malawi da oltre quarant’anni. Qui, nel villaggio di Mua, ha creato uno straordinario centro artistico-culturale, il KuNgoni Centre (www.kungoni.org), che comprende un museo etnografico, un centro di scultura, una libreria specializzata, e promuove corsi, conferenze e programmi culturali residenziali che permettono agli ospiti di calarsi a fondo nel contesto locale.  «L’obiettivo - spiega padre Boucher, mentre ci guida nella visita del centro - è quello di promuovere un modo diverso e originale di inculturare il cristianesimo, rispettando e valorizzazando le culture locali. Altrimenti il cristianesimo continuerà a rimanere una religione “straniera”. Inculturare significa incarnare il Vangelo nella vita della gente, mettere radici in questa cultura perché rinasca più rigogliosa, non per ucciderla».
Missionario, artista, antropologo, padre Boucher racconta che sin dal suo arrivo ha cercato di avvicinarsi il più possibile alla cultura locale, provando a riflettere su come farvi penetrare più in profondità il Vangelo. Ha fatto studi, ma soprattutto si è avvicinato alla gente. Si è fatto iniziare alla Gule Wamkulu, la Grande Danza, una delle più segrete società del Malawi. Dal di dentro, ha tratto gli elementi simbolici più significativi di questa cultura, da rileggere, attraverso gli strumenti della liturgia e dell’arte, in chiave cristiana. Il KuNgoni Centre è diventato così, grazie al contributo di molti giovani e di importanti artisti locali, un punto di riferimento artistico-culturale cristiano di grande rilievo per tutta l’Africa. «In questo modo - sostiene il missionario - ciascun popolo, ciascuna cultura, con la propria storia e le proprie tradizioni, può modellare un volto di Chiesa sempre più africano».

DALL’ALTRA PARTE dell’Africa, in Senegal, in cima a una collinetta circondata dall’arida savana, un gruppo di monaci benedettini sta sperimentando da molti anni un processo di inculturazione che contraddice felicemente le apparenze (M.M., novembre 03, pp. 34-36). Il monastero di Keur Moussa, infatti, non è per nulla luogo di chiusura, ma centro privilegiato di incontro e dialogo: da un lato, attraverso il lavoro, con la popolazione che abita intorno e che è quasi totalmente musulmana; dall’altro, grazie all’arte, tra mondi lontani - l’Europa e l’Africa - che hanno trovato strumenti originali per dialogare.
«È quanto succede qui sin dagli inizi di questo monastero», spiega l’abbé père Ange-Marie Niouky, primo priore senegalese dalla fondazione del monastero negli anni Cinquanta ad opera dell’abbazia francese di Solesmes. Mentre ci accompagna verso la Chiesa, decorata con bellissimi affreschi che ricoprono l’abside, precisa:. «Si tratta di uno dei primissimi esempi di pittura cristiana “inculturata”. Sono stati realizzati dal padre Georges Saget, che per la prima volta ha introdotto personaggi neri, molto stilizzati e con l’utilizzo di pochi colori essenziali. All’epoca, la cosa ha fatto molto discutere. Oggi, evidentemente, suscita meno scalpore». Negli ultimi decenni, infatti, l’arte sacra africana ha fatto notevoli passi avanti, grazie soprattutto ad artisti locali, del calibro del gesuita camerunese Engelbert Mveng, che ha lasciato tracce importanti in diversi Paesi (cfr. pp. 38-39).
Oggi nel monastero di Keur Moussa vivono una quarantina di monaci, in maggioranza senegalesi, che si dedicano a svariate attività, dall’agricoltura all’artigianato. Un posto importante, tuttavia, lo mantiene l’arte, attraverso la realizzazione di splendide kora, il tradizionale strumento a corde, tipico di questa regione, e i magnifici canti che i monaci registrano e riproducono su cd. Forme d’arte fortemente radicate in questa terra, ma che arrivano oggi in molte parti del mondo, all’interno di uno scambio che ormai non avviene più in maniera unidirezionale da Nord verso Sud.

E PROPRIO DAL SUD ha preso - o meglio ripreso - ispirazione un missionario clarettiano spagnolo, Mino Cerezo, partito negli anni Settanta per il Perù, dove decise di dimenticare il proprio passato d’artista per inserirsi nella realtà della gente locale, fatta di povertà e sofferenza. Ma fu osservando un’anziana donna in preghiera davanti a un suo murale che il missionario tornò sui propri passi: «Mi resi conto che quella persona, attraverso la forza delle immagini, riusciva a entrare in contatto con Dio. Per questo decisi di tornare a dipingere». Con un intento artistico preciso: «Affrancarmi dall’iconografia europea per creare un’immagine religiosa più vicina all’animo latinoamericano». Oltre ai grandi murales in chiese e cappelle, dal Perù alla Colombia, dall’Ecuador al Brasile al Nicaragua, Cerezo ha realizzato in questi decenni un’immensa quantità di opere grafiche e illustrative. Una produzione sterminata, premiata dalla critica e che ancora continua, con immutata attenzione al presente. «Io voglio dipingere la storia, perché penso che è nella storia che il nostro Dio si incarna». Così Cerezo continua ad annunziare la Buona Novella in diversi Paesi latinoamericani, armato di pennello



Missione e arte
L’arte come strumento per avvicinare religioni e culture e facilitare l’incontro reciproco: riveste una speciale attualità il tema scelto dal movimento di San Francesco Saverio e dalla facoltà di Missiologia della Pontificia Università Urbaniana     di Roma, che hanno promosso un seminario dal titolo «Dialogo e missione     attraverso l’arte».
La giornata di studi, tenutasi lo scorso dicembre nello stesso Ateneo romano,     ha permesso di approfondire in particolare alcune forme artistiche     del mondo indiano - dalla calligrafia all’architettura fino alle danze tradizionali - con un intervento specialmente dedicato
all’arte cristiana nel grande Paese asiatico.


(ha collaborato Chiara Zappa)



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