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Il dopo-Alessio II: parla don Ubaldo OrlandelliUna Russia «assetata» di cristianesimo, dove il rischio di strumentalizzazioni politiche della religione è alto, ma forte resta anche la ricerca religiosa genuina. E poi il dialogo con la Chiesa ortodossa, alle prese con il dopo-Alessio II (nella foto), e le possibilità di passi in avanti con l’«apertissimo» Kirill, in predicato di diventare il nuovo patriarca. Dal suo osservatorio di Mosca don Ubaldo Orlandelli, membro della Fraternità sacerdotale di San Carlo, ci racconta presente, passato e futuro dei cattolici nell’ex Unione Sovietica.
Mentre andiamo in stampa, la Chiesa ortodossa russa sta eleggendo il nuovo patriarca: a prescindere dalla persona (i pronostici puntano su Kirill, il reggente provvisorio), pensa che si aprirà un dialogo nuovo con il Vaticano?
Se verrà scelto come patriarca una persona «giovane», sicuramente ci saranno più possibilità di dialogo. Kirill è apertissimo, la sua elezione potrebbe essere una buona novità. In tutti gli incontri che ho avuto con lui, mi ha manifestato sempre l’interesse per rapporti più intensi con i cattolici.
Qual è la «missione» più importante della Chiesa cattolica in Russia?
Quando nel 1991, prima di partire per la Siberia, incontrammo Giovanni Paolo II lui ci disse: «Andate a servire i cattolici deportati che per decenni non hanno avuto la consolazione dei sacramenti». Lo abbiamo fatto rimettendo in piedi le strutture della Chiesa. Il destino ci ha portati in uno dei luoghi dove più forte è stata la persecuzione del cristianesimo: chiese distrutte con bulldozer, milioni di credenti deportati, fucilati o fatti morire di freddo in Siberia.
Che cosa chiedono oggi i cattolici in Russia?
Dopo 70 anni di comunismo di Stato c’è da ricominciare dall’abc della religione, prima ancora che del cristianesimo. Abbiamo utilizzato Il senso religioso (di don Giussani, -ndr) con la prefazione di padre Man, l’ultimo testo da lui pubblicato prima di venir ucciso. I russi hanno vissuto in maniera molto profonda il cristianesimo - la Russia è chiamata Santa, appellativo mai dato a uno Stato - e desiderano vivere i sacramenti come incontro con Dio. Ricordo una donna che - era il ’92 - impiegò una settimana per venire nel villaggio dove ero parroco solo per confessarsi: l’ultimo sacerdote che aveva incontrato era stato un gesuita che nel ’52 aveva celebrato Messa e l’aveva confessata per poi venire arrestato dal Kgb. In Russia ho capito cos’è la Chiesa: le due frasi del Vangelo - «amate i vostri nemici» e «non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici» - si possono vivere solo se hai un volto amico che ti fa incontrare Cristo.
In che modo ha presentato il cristianesimo in Siberia?
Per otto anni sono stato presidente della Caritas a Novosibirsk. Nella cittadella scientifica, 150 mila persone, noi preti potevamo insegnare in università. Ho incontrato comunisti «fanatici», che ammettevano il fallimento del marxismo ma si domandavano dove avessero sbagliato. Io rispondevo: perché non avete riconosciuto Dio, sebbene la morale del comunismo prenda molto dai dieci comandamenti, eccetto i primi due. In quel periodo vivevo praticamente in aereo, dovendo visitare un centinaio di città dislocate su sette fusi orari. Sindaci e assessori chiedevano il nostro aiuto come Caritas: nel ’91, per due settimane, a Novosibirsk mancò il pane, ed era una città di 2 milioni di abitanti... Ricordo il direttore di una comunità agricola: era un ateo convinto ma, piangendo, diceva che durante il periodo comunista gli avevano presentato l’Urss come il Paese più felice del mondo. Invece si era accorto che gli avevano rubato cinquant’anni di vita.
Spesso si dice che dopo il crollo del comunismo, in Russia si è avuta una «rinascita religiosa». Si tratta di un processo genuino o di una strumentalizzazione politica della religione?
Entrambe le cose: c’è qualcosa di facciata ma anche di genuino. Come accade in molti posti, la Chiesa - in questo caso ortodossa - va a braccetto con la politica, anche se in Russia ciò avviene più che altrove. Il governo controlla la Chiesa, ma va riconosciuto che ci sono persone profondamente cristiane che hanno potuto sviluppare un pensiero ortodosso riguardo ai nuovi temi come la bioetica. Alcuni anni fa è stato pubblicato un libro di morale sociale ortodossa, il Patriarcato ne ha organizzato una presentazione a San Pietroburgo e sono stato invitato. L’ho trovato molto vicino alle posizioni cattoliche, e ho detto ai presenti: qui c’è l’azione dello Spirito Santo, perché non ho mai visto una così grande consonanza tra Chiesa cattolica e ortodossa. C’è poi il problema delle sètte che proliferano; e la gente - che viene da settant’anni di comunismo - non ha i criteri per capire che cosa corrisponde al desiderio del cuore dell’uomo. Le persone sono imbrogliabili e su questa ambiguità la Chiesa ortodossa ha costruito un muro, facendo di fatto violenza ai più fondamentali diritti dell’uomo: così viene negata ai cattolici la possibilità di costruire chiese. I fondamentalisti ortodossi vorrebbero che la Chiesa cattolica venisse identificata come setta, cioè come un’associazione che inganna le persone.
Ciclicamente, da parte ortodossa, viene ripresentata l’accusa ai cattolici di compiere «proselitismo»: c’è qualcosa di vero?
Sicuramente ci sono realtà cattoliche che fanno proselitismo, ma sono piccole e insignificanti. Posso quantificarle: otto persone in tutta la Russia. Ogni volta che la Chiesa ortodossa fa presente il problema del proselitismo, immancabilmente vengo tirato in ballo io: sono il cattolico più accusato di proselitismo. Nel 1996 in tivù un prete ortodosso mi accusò di aver picchiato alcuni ragazzi della nostra casa di accoglienza perché diventassero cattolici. E pensare che quella casa, che ospitava cinquanta ragazzi, era la più importante azione di carità cattolica in tutta la Russia: un assurdo. Spesso la Chiesa ortodossa sfrutta informazioni non verificate o di persone in mala fede per accusarci. Di fronte a questa falsità sono rimasto in silenzio per molto tempo, fino a quando il vescovo ortodosso locale Sergei mi ha convocato per avere spiegazioni. Anni dopo mi ha consegnato una lettera di ringraziamento ufficiale per il nostro lavoro con i ragazzi davanti a tutte le autorità pubbliche. E ogni volta che si parla di proselitismo - lo faceva anche Alessio II, anche col Vaticano - si fa riferimento a quell’episodio. Il vescovo Sergei adesso è morto, ma abbiamo messo la sua lettera sui muri della nostra casa di accoglienza.
C’è il rischio che la presenza cattolica di nuovi movimenti ecclesiali venga percepita come attività di proselitismo?
Il proselitismo avviene quando si fa violenza perché una persona diventi della tua religione: ad esempio, quando non si aiuta la libertà dell’altro, ma gli si dice che cosa deve fare. Sulla presenza cattolica in Russia posso dire che non c’è per nulla questo rischio. Ricordiamoci che ci sono solo quattro vescovi in un territorio esteso su nove fusi orari; nella diocesi di Mosca ci sono 150 preti su 150 milioni di abitanti. Sinceramente, la Chiesa cattolica non riesce a soddisfare tutte le richieste pastorali dei cattolici presenti in Russia: se anche si quintuplicasse il personale religioso, non si riuscirebbe a fare tutto. I fedeli non sono tanti, ma geograficamente sono molto dispersi: in alcuni villaggi andiamo una volta all’anno, solo per Pasqua; vuol dire che ci sono credenti che vanno a Messa un giorno all’anno. Sono arrivati alcuni movimenti ecclesiali, ci sono i focolarini, i neocatecumenali, Comunione e liberazione. I loro aderenti svolgono il proprio lavoro, alcuni sono presenti nelle parrocchie, ma restano comunque pochi rispetto alle necessità. Certo, se anche solo si raddoppiasse la presenza pastorale cattolica per far fronte ai bisogni, gli ortodossi si preoccuperebbero. Eppure si tratterebbe di cifre insignificanti.
Come valuta l’atteggiamento della Chiesa ortodossa rispetto alla presenza cattolica?
Abbiamo tantissimi amici ortodossi e ci diciamo: «Andiamo più d’accordo fra di noi rispetto a quanto avviene con persone delle nostre confessioni». Conosco ortodossi dalla fede profonda, senza paura e molto capaci di dialogare. Per incontrarci usiamo formule un po’ strane: noi cattolici li invitiamo a mangiare la pizza, loro a una cena russa, altrimenti avrebbero noie da parte ortodossa. Sono convinto che in un tempo non troppo lontano potremo arrivare all’unità tra le due Chiese. Questa divisione non ha fondamento, il 99 per cento dei dogmi sono comuni, ci sono mille anni di santi che ci accomunano. La questione riguarda la volontà politica di attuare l’unità, non è un problema di fede. Dico sempre che l’unità c’è già, sono gli uomini a dover aprire gli occhi e vederla. Posso affermare che il 20 per cento degli ortodossi sono persone profondamente cristiane; il 60 per cento vive la fede in maniera positiva ma ha alle spalle 70 anni di comunismo. C’è poi un 20 per cento di estremisti, che tendono però a diminuire. Il metropolita Kirill, ad esempio, è rimasto molto colpito dall’incontro con alcune realtà cattoliche: mi ha ordinato molte copie del libro La comunità di Jean Vanier, il fondatore de L’Arche. Anche i consiglieri politici dell’ex presidente Putin a Novosibirsk mi hanno chiesto quel libro perché fulminati dal suo approccio comunitario.
Da Salsomaggiore alla steppa
Classe 1962, emiliano nativo di Tabiano Terme, frazione di Salsomaggiore, don Ubaldo Orlandelli è prete della Fraternità Sacerdotale di San Carlo dal 1992: è entrato in seminario «contro» la volontà dei suoi genitori, che l’avevano destinato a portare avanti la guida dell’albergo di famiglia. Con un passato di cuoco e istruttore sportivo, don Ubaldo ha sempre lavorato in Russia, prima nella diocesi di Novosibirsk, in Siberia, e da settembre a Mosca, come cappellano della comunità italiana ed economo della diocesi, diventando così stretto collaboratore dell’arcivescovo della capitale russa, monsignor Paolo Pezzi, con cui aveva lavorato insieme anni prima in Siberia. Per lungo tempo è stato direttore della Caritas a Novosibirsk - dove ha fondato due parrocchie - e in cui è diventato console onorario d’Italia. Di lui Il Foglio di Giuliano Ferrara ha parlato in termini entusiastici come il prete capace di «ricostruire la diocesi di Siberia cancellata da Stalin». L.F.
Eletto il successore di Alessio II
Numeri da record per il patriarcato
Quando avrete tra le mani questa rivista si sarà già svolta - il 1° febbraio - la cerimonia di intronizzazione del nuovo patriarca di Mosca, chiamato a raccogliere il testimone di Alessio II, scomparso il 5 dicembre scorso. Il Santo Sinodo della Chiesa ortodossa russa è stato infatti convocato il 27 gennaio nella cattedrale del Salvatore dove, nell’arco di tre giorni, si procederà all’elezione. A questo appuntamento erano attesi circa 700 delegati in rappresentanza delle diocesi del patriarcato, ma anche delle comunità degli ortodossi russi all’estero che proprio Alessio II ha riportato in comunione con Mosca. Tra questi delegati ci sono ovviamente tutti i 156 membri dell’episcopato, i rappresentanti dei monasteri e dei seminari, ma anche alcuni delegati del laicato. Alla vigilia del voto i media russi indicavano due grandi favoriti: il più accreditato è il metropolita Kirill di Smolensk e Kaliningrad, 62 anni, da tempo responsabile dei rapporti con l’estero del patriarcato e nominato reggente ad interim subito dopo la morte di Alessio II. Ma veniva data come forte anche la candidatura del metropolita Klemens, 56 anni, amministratore del patriarcato, esponente dell’ala più conservatrice dell’ortodossia russa e dotato anche lui di grande autorevolezza tra i suoi confratelli nell’episcopato.
Al di là di quello che sarà il nome del nuovo patriarca, in questa fase di transizione conta soprattutto lo spessore che è tornato ad assumere il patriarcato. Dietro alla cattedrale del Salvatore oggi c’è una realtà che può contare su 30 mila chiese, 600 monasteri, 70 seminari, cinque accademie teologiche e due università. Sono il frutto della ricostruzione dopo gli anni del comunismo. «Dati così fantastici che si stenta a crederli», è stato il commento pronunciato da un archimandrita durante i funerali di Alessio II e riferito qualche giorno fa da Luigi Geninazzi su Avvenire. La sfida ora è quella di spenderli davvero in una presenza evangelica nella Russia di oggi.