| 08/04/2005 La democrazia sui banchi di scuola di di Giuseppe Caffulli |
| 01/06/2005 La straordinaria storia di padre Augusto Colombo Il vulcano di Warangal di Piero Gheddo |
| 16/04/2008 Reportage / Tra le vittime del fondamentalismo indù Orissa, i perseguitati di serie B di Giorgio Bernardelli |
| 18/01/2012 Quale missione nell’india delle mille fedi Lo spirito ci spinge fuori le mura di Gaston Dayanand |
| 12/02/2009 India «Leggi anticonversione creano violenza» |
L’'eredità più difficile delle stragi di MumbaiÈ tornato sotto gli occhi del mondo alla fine di novembre, per via dell’assalto al cuore di Mumbai, con il suo tragico bilancio di morte. Ma l’islam indiano già da prima era un volto tutt’altro che marginale del mondo musulmano. Per la sua consistenza numerica (150 milioni di persone). Ma - ancora di più - per la sua storia e per la sua collocazione. C’è stata un’epoca in cui i sultani della ricchissima Agra erano i finanziatori della Mecca. E la scuola dei deobandi è tuttora una voce importante nel panorama islamico. I fatti del 2008 dicono, allora, che anche qui l’islam si va radicalizzando? E - più in generale - come vive oggi la comunità musulmana in un Paese dove (specularmente) va crescendo anche un altro estremismo, quello dei nazionalisti indù?
Asghar Ali Engineer è forse oggi il massimo esponente del modernismo musulmano in India. All’indomani delle stragi di Mumbai non ha esitato a levare la sua condanna. Unita, però, all’invito a non generalizzare. «È stato un evento terribile - spiega -, con la morte di tante vittime innocenti. Di una cosa però sono certo: che in questo attentato non è stato coinvolto alcun musulmano indiano. Non sospetto nemmeno la partecipazione di al Qaeda. È possibile, invece, che si tratti di Lashkar-e-Taiba, movimento con basi in Pakistan».
Eppure - gli facciamo notare - in molti parlano oggi di infiltrazioni jihadiste anche dentro i confini dell’India. «Nessuna guerra può essere sacra - risponde Ali Engineer -. Può essere di aggressione o altro, ma resta sempre ingiustificabile dal punto di vista religioso. In nessun modo si può ricorrere alla violenza se non per difendere se stessi. Ciò nonostante la violenza terroristica è una realtà e non dipende dall’islam: è una risposta a certe situazioni internazionali. Al Qaeda pompa odio nelle menti di alcuni individui, modificando negativamente il concetto di jihad. Ma jihad è lo sforzo di diffondere ciò che è buono. Solo come ultima risorsa può essere visto come via per difendere la fede, e sempre come autodifesa. Il Corano dice che uccidere una sola persona è uccidere l’intera umanità e questi terroristi, che siano o no suicidi, uccidono soprattutto persone innocenti…».
In queste parole di Asghar Ali Engineer (nella foto) ci sono certamente tutto il coraggio e la determinazione di chi ha speso una vita intera per il dialogo tra i musulmani e il resto della composita realtà indiana. Eppure è un percorso che oggi deve fare i conti non solo con il commando di Mumbai, ma anche con una lunga sequela di attentati. Prima del 26 novembre, ad esempio, c’era stato il 12 settembre, il giorno nero in cui la stessa capitale New Delhi era stata scossa da una serie di esplosioni nella sua parte centrale. Le almeno 21 vittime delle bombe - ma ancor più la localizzazione nel cuore del potere politico e nelle zone a più alto flusso turistico - mostrarono ancora una volta la permeabilità del sistema di sicurezza. Il terrorismo islamista è riemerso di prepotenza dalla fine del 2007, con oltre 140 morti in decine di episodi terroristici. Le indagini, allora, avevano portato in pochi giorni all’individuazione di un covo islamista nella capitale, assaltato con l’uccisione di due leader dei Mujaheddin dell’India e la cattura di un’altra persona.
Già questi fatti avevano riacceso un dibattito che ha finito per coinvolgere i confini stessi della democrazia indiana. Confini stretti, sia che si scelga di limitare con provvedimenti specifici libertà civili e di movimento dei cittadini in un’ottica di emergenza antiterroristica, sia che si cerchi invece di usare gli strumenti del dialogo, della nonviolenza e della giustizia definiti nella Costituzione.
Ancora una volta, mentre gli indù più facinorosi chiamavano all’espulsione dei musulmani dal suolo indiano, la comunità islamica del Paese - la terza al mondo come consistenza, dopo Indonesia e Pakistan - tornava a sentirsi assediata, stretta tra fondamentalismo indù e proprie frange da tempo infiltrate dalle teorie jihadiste e dal denaro del Golfo mediato da Al Qaeda e dai suoi emuli locali.
Quella che un tempo era una convivenza sostanzialmente pacifica se non serena - almeno in molti dei luoghi dove la storia, il caso o le necessità hanno portato i musulmani a vivere a fianco degli indù - oggi diventa una miccia pronta a innescarsi secondo opportunità politiche, tensioni internazionali o sciagurate iniziative personali.
MA CHI SONO DAVVERO i musulmani nell’India di oggi? E come sono organizzate le loro comunità? Dal punto di vista socio-economico rappresentano una componente tra le più arretrate dell’India. E questa situazione è accentuata dal loro grande numero. Pochi accedono ai livelli superiori d’istruzione: i musulmani di solito frequentano le scuole governative, perché più economiche. Però non sempre queste strutture sono disponibili. Di qui lo sviluppo di numerose istituzioni private islamiche (generalmente di scarso valore) e di alcune grandi istituzioni, che hanno però uno scarso numero di iscritti per via del loro costo.
Nelle scuole private si mantiene una maggiore identità. Ma c’è il rischio che così si crei una separazione. Anche se va aggiunto che difficilmente la religione in questo tipo di scuole indiane ha un peso determinante nell’insegnamento. «Con l’aumentare del benessere - che tende a filtrare dalle tradizionali élite a una classe media sempre più ampia - se ci sono i mezzi, i genitori preferiscono iscrivere i loro figli nelle scuole private - spiega la professoressa Azma Jehangir, che all’università islamica Jamia Millia di Delhi dirige il Dipartimento per lo studio delle minoranze -. Questa scelta per molti è legata anche al desiderio di un’educazione in sintonia con l’appartenenza etnica o religiosa dei figli. Nella scuola pubblica molti vedono il rischio di un’interpretazione settaria, parziale o non corretta della storia e della realtà. A volte, però, è una scelta che si impone per ragioni pratiche». Per legge le scuole elementari in India dovrebbero essere entro un raggio di un chilometro, quelle medie di tre chilometri. Non sempre è così. E per i musulmani la situazione è aggravata dal fatto di essere sparsi, o isolati tra altri gruppi.
Ecco, allora, le scuole coraniche. «Molti villaggi nel Bihar o nel Bengala Occidentale non hanno scuole elementari nelle vicinanze - prosegue Azma Jehangir -. Di fatto, però, solo il 3 o 4 per cento dei piccoli musulmani frequentano le maktab. In alcune scuole coraniche l’insegnamento è religioso, ma altre forniscono un apprendimento di base con un afflato religioso. Diverso è il caso delle madrasa, più strutturate e indirizzate all’insegnamento prioritario della religione. Ma in nessun caso in India sono centri di indottrinamento forzato o di istigazione alla violenza».
C’è dunque un ritorno forte dell’identità, in atto, anche tra i musulmani indiani? «Occorre sgomberare il campo dai pregiudizi. Dentro come fuori dall’India - commenta Mumtaz Ali Khan, un altro intellettuale musulmano indiano attivo nel dialogo tra la sua comunità di appartenenza e le altri fedi -. Molti vedono il rafforzamento della comunità islamica come una deriva fondamentalista. Se leggo il Corano e cerco di capirlo, sono indubbiamente fondamentalista. Ma in qualsiasi religione questo viene abitualmente visto come un fatto positivo, come una ricerca delle ragioni della propria fede. In molte parti dell’India c’è stato un periodo in cui i musulmani si sono assimilati. Questo, però, non li ha aiutati e ora cercano una loro identità più concreta. Oggi sono in molti, soprattutto giovani, a prendere l’islam in modo più serio, ma sempre personale, poco influenzabile dai fomentatori di tensione».
MUMTAZ ALI KHAN vive a Bangalore, capitale informatica dove la qualità della vita è tra le più alte del Paese. Esprime un’India nuova e per certi aspetti velleitaria, che si vorrebbe priva di conflitti e tesa al benessere. Soprattutto in questi ultimi anni, però, l’impegno del professor Alì Khan per far comprendere le ragioni dei suoi correligionari è diventato più difficile. In India i musulmani, come i cristiani, sono esclusi non solo dal sistema delle caste, ma anche dai benefici che il governo negli anni ha riconosciuto alla maggior parte della popolazione indù o tribale tradizionalmente rimasta ai margini. In questo senso ogni richiesta di estendere anche a musulmani e cristiani questi benefici è andata finora delusa. E tra i seguaci di Muhammad - tra cui si registra un elevato tasso di povertà e un basso livello di istruzione - la frustrazione è cresciuta. «La richiesta che i nostri rappresentanti politici hanno avanzato affinché i musulmani vengano inseriti nel sistema delle quote riconosciute ai gruppi meno favoriti mi convince poco - commenta il professor Ali Khan -. Forse guadagneremmo qualche posto di lavoro, ma sarebbe comunque poco rispetto al rischio dell’isolamento».
L’isolamento però - osserviamo - è un rischio inevitabile per chi si pone dalla parte della violenza come strumento di conversione, o almeno non la condanna apertamente... «La violenza non fa parte della nostra mentalità - risponde l’intellettuale -. Chi predica o pratica la violenza viene influenzato da fuori, da qualcuno che sembra proporre qualcosa di meglio per risolvere i problemi quotidiani. D’altra parte i musulmani faticano a far sentire la loro voce: anche se hanno una rappresentanza in Parlamento, il loro voto è sempre utilizzato in modo opportunistico».
QUELLO CHE È CERTO è che tra i musulmani in India si avverte un senso di insicurezza, che prima non esisteva. È un fatto che gli islamici vengano additati come nemici e sostenitori del Pakistan nelle situazioni di tensione con l’India. La maggior parte dei musulmani indiani non vede Islamabad come un nemico: non va infatti dimenticato che fino al 15 agosto 1947 esisteva una sola India, divisa quel giorno terribile su basi confessionali. Molti musulmani hanno ancora legami e interessi concreti in Pakistan, da dove sono fuggiti non condividendo l’ideale di una nazione islamica separata.
«Io stessa ho mia madre in Pakistan, a Karachi e in quel Paese ho altri parenti e amici», ci dice ancora Azma Jehangir, che è anche impegnata nella difesa delle minoranze assediate - prima ancora che dal radicalismo indù - dagli interessi dei politici e dalla povertà. «In un contesto come quello attuale - spiega -, fa comodo avere comunità musulmane arretrate da blandire con piccoli gesti, come il pagamento delle festività religiose o il sussidio per i pellegrinaggi (per altro benefici concessi anche ad altre fedi). Ma forse la strada verso la piena integrazione resta solo teorica. A scuola i i musulmani vengono considerati come filo-pachistani; a livello di servizi pubblici a volte sperimentano atteggiamenti discriminatori: negli ospedali, negli uffici pubblici, nelle stazioni ferroviarie… e questo accresce la frustrazione. A chi ci accusa di sostenere il terrorismo islamista - conclude Azma Jehangir -, posso dire che a noi ha dato più problemi che orgoglio. Non dimentichiamoci che le violenze nel Gujarat del 2002 - quelle costate la vita a un migliaio di musulmani - sono state una conseguenza del clima di odio e di sospetto verso di noi, cresciuto sulla scia dell’11 settembre».
Più inglese che urdu
I seguaci dell’islam in India sono circa il 13,3 per cento della popolazione. Sono concentrati negli Stati del Bengala Occidentale, Assam, Uttar Pradesh e - al sud - Kerala e Andhra Pradesh, dove nel capoluogo Hyderabad raggiungono la più alta concentrazione (40 per cento della popolazione). Si tratta di una comunità arretrata, erede di una grande tradizione di dominio politico e culturale, sviluppatasi tra il XII e il XVIII secolo. Entro certi limiti permangono identità e tradizioni culturali, sociali e geografiche locali e persino settarie. Oggi, però, nell’immensa India, resta poco della loro antica tradizione artistica e letteraria, mentre l’uso utilitaristico dell’inglese - a scapito delle lingue locali e ancor più dell’urdu, lingua dell’India musulmana e oggi lingua nazionale del Pakistan - accelera un processo di assimilazione. Questa situazione apre grandi potenzialità, ma porta a una perdita di identità, non da tutti condivisa. E il riscatto identitario per molti giovani passa attraverso il radicalismo religioso. Questo anche per la scarsa rappresentatività politica. I musulmani occupano solo il 6 per cento dei seggi parlamentari e ovunque negli Stati la rappresentanza è inferiore alla loro entità percentuale. z S.V.
Moschea o tempio? Lo scontro su Ayodhya
Nella geografia dell’India c’è un luogo che ha assunto un significato particolare nelle tensioni tra indù e musulmani: si tratta di Ayodhya, nell’Uttar Pradesh. Sito conteso perché proprio là dove sorgeva la moschea di Babri, secondo i nazionalisti indù va venerato il luogo di nascita del dio Ram. La moschea era stata fatta costruire nel sedicesimo secolo da Babur, il primo imperatore della dinastia Mogul. I nazionalisti indù sostengono che il dominatore musulmano avrebbe eretto la moschea distruggendo il tempio indù preesistente. E a riprova citano il fatto che fino agli anni Quaranta la moschea veniva chiamata Masjid-i Janmasthan, che significa Moschea del luogo di nascita. La campagna per la «restituzione» al culto indù della moschea di Ayodhya a partire dalla fine degli anni Ottanta è stato un cavallo di battaglia del partito Bjp. E proprio l‘attuale leader, Lal Krishna Advani, è stato uno dei principali promotori delle manifestazioni. Un movimento che ha avuto un esito violento: il 6 dicembre 1992, centocinquantamila nazionalisti indù assaltarono il luogo di culto musulmano e lo rasero al suolo. Il gesto provocò la reazione degli estremisti musulmani e si scatenò un’ondata di violenze in tutto il Paese che ebbe il suo epicentro negli slum di Mumbai. Da allora i fatti di Ayodhya sono diventati una bandiera per chi in India predica l’estremismo musulmano. Anche il commando che, recentemente, è tornato a spargere sangue a Mumbai in quelle ore terribili non ha mancato di richiamare questo episodio per invitare al jihad.