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01/01/2009 Parla il vescovo di Xingú, minacciato di morte dai latifondisti
«La mia Amazzonia, terra di nuovi schiavi»
di Alessandro Armato
La denuncia di mons.Erwin Krautler: «Siamo vittime di una mafia che pensa solo ad arricchirsi. In diverse zone si vede già la desertificazione»

Chi comanda nella mia vita è Dio; io sono suo servo. Il resto è resto». Erwin Krautler, vescovo della prelatura dello Xingú, nell’Amazzonia brasiliana, spiega così la determinazione con cui difende la foresta pluviale e i popoli che la abitano. In Brasile da 43 anni, presidente del Consiglio indigenista missionario (Cimi), ama definirsi il più grande «latifondista spirituale» del Brasile. La prelatura dello Xingú, infatti, coi suoi 368 mila chilometri quadrati, è molto più grande dell’Italia. La sua è una voce autorevole di quell’Amazzonia che dal 27 al 31 gennaio sarà sotto i riflettori per il Forum Sociale Mondiale di Belem. Nemico dichiarato di chi depreda la foresta, mons. Krautler è una spina nel fianco di latifondisti, compagnie minerarie e madeireiros (disboscatori). Sa di correre il rischio di essere assassinato, come è accaduto nel 2005 alla sua collaboratrice, suor Dorothy Stang. Ma obbedire al Signore per lui viene prima della stessa vita.

Monsignor Krautler, qual è la situazione oggi nella sua prelatura?
È una situazione difficile. La prelatura si trova nel cuore dell’Amazzonia e negli ultimi anni la deforestazione e gli incendi sono aumentati in modo scandaloso. Abbiamo preso posizione contro i progetti megalomani del governo, che finiscono per sacrificare l’ambiente. Ci collochiamo nettamente dalla parte dei popoli indigeni; difendiamo la loro cultura, i loro diritti alla terra, il loro modo di essere. E questo genera, tra i latifondisti e le grandi imprese minerarie un’ostilità e un’inimicizia fortissime.

Per questo vive sotto scorta...

Sono stato minacciato di morte varie volte e ora, in diocesi, mi trovo sotto la protezione speciale della polizia 24 ore al giorno. Non ho più un momento di intimità. Solo in casa mia. Le minacce non si fermano mai. Alcune volte sono più forti, altre meno; alcune dirette, altre indirette. I madeireiros non usano mezzi termini: «Se lei continua a parlare corre dei pericoli», dicono. Ricorrono anche ai giornali per distruggere il buon nome del vescovo. Mi hanno detto che sono contro il progresso, che voglio ingessare l’Amazzonia. Sono arrivati addirittura al punto di consigliarmi di lasciare il sacerdozio. Attraverso lettere e siti internet fissano il giorno della mia morte.

Una vera e propria mafia.
Sì, una mafia, cui non interessa l’Amazzonia. L’importante per queste persone è solo arricchirsi da un giorno all’altro. Vogliono investire il meno possibile per ottenere gli utili più favolosi. Non rispettano niente e nessuno. Passano sopra anche ai cadaveri. Hanno ucciso persone onorevoli come suor Dorothy Stang e un altro laico impegnato. Anche suor Dorothy subiva minacce. Per questo il governo ha deciso di proteggermi. Non vuole che si ripeta un altro caso simile.

Che cosa pensa dell’atteggiamento del governo Lula sull’Amazzonia?
Non voglio condannare Lula su tutto, ma per quanto riguarda l’Amazzonia ha una concezione dello sviluppo megalomane e troppo economicista. Sembra non rendersi conto che il boom della canna da zucchero per produrre etanolo non si fermerà davanti all’Amazzonia, come è già successo con la soia. Questa volta sarà la fine. Inoltre la monocultura genera schiavitù. Per quanto sembri incredibile, all’inizio del XXI secolo, qui esiste ancora la schiavitù. Oggi in Brasile è in atto un’inversione di valori: “sviluppare” è diventato sinonimo di abbattere, bruciare, radere al suolo, uccidere. I latifondisti abbattono ampie aree di foresta solo per dimostrare che stanno valorizzando la terra e ottenere ingenti prestiti bancari. Comunque, nel governo, ci sono divergenze su come sviluppare l’Amazzonia. Il ministro dell’ambiente, Marina Silva, si è dimesso perché non sopportava più il modus operandi attuale.

Lei si batte contro il progetto delle dighe sul fiume Xingú, per supplire al crescente fabbisogno energetico del Paese...

Il fiume è uno dei più importanti dell’Amazzonia. È lungo oltre 2000 chilometri e bagna il maggior insieme di riserve indigene e ambientali del Paese. Questo progetto idroelettrico sacrificherà il fiume. Il governo dice che non verrà danneggiato tutto il fiume, ma non è vero. Con una sola diga, il fiume non è in condizione di fare funzionare le turbine per tutto l’anno. È necessario costruire 4 o 5 dighe e questo significa che tutto il fiume sarà sacrificato. E poi: per che cosa e per chi è l’energia elettrica? Non è per noi dello Xingú. È per le grandi multinazionali. La nostra energia è la più cara dell’America Latina. È uno scandalo.

In nome di quale idea si oppone a questi progetti?
Difendo l’Amazzonia come habitat, come terra dei popoli indigeni, ma anche di tutti coloro che sono arrivati negli ultimi anni. In Brasile ci sono correnti migratorie molto forti dal Sud, dal Sud-Est e dal Nord-Est verso il Nord. La nostra missione non può essere solo spirituale. Dobbiamo andare incontro alla persona integralmente. Salvare la persona è salvare il popolo, salvare gli indigeni, la loro cultura, il loro diritto al territorio. Gli abitanti dell’Amazzonia hanno il diritto a non vivere tra pochi anni in un deserto. Sono molto preoccupato per i giovani. In diverse aree dello Xingú si vede già la desertificazione. Se non si avvia una riforestazione su larga scala non so che cosa accadrà. Temo che diventerà inabitabile. L’Amazzonia ha bisogno di un altro modello di sviluppo, che la rispetti. La foresta in piedi vale di più della foresta abbattuta e bruciata.

Come presidente del Consiglio indigenista missionario (Cimi), come giudica la possibile ridefinizione della riserva indigena di Raposa Serra do Sol, nel Roraima, richiesta da agricoltori non indigeni?  
Il Supremo tribunale federale deve decidere se la terra indigena del Roraima è «continua» o se ci sono alcune «isole» non indigene. È una situazione molto delicata e pericolosa, perché se il tribunale decide per le «isole» allora tutte le aree indigene oggi demarcate e omologate come tali, saranno passibili di una revisione. Si creerebbe un precedente per tutto il Brasile. Sarebbe una catastrofe. Rafforzerebbe ulteriormente la deforestazione e metterebbe in pericolo i popoli indigeni. Non voglio nemmeno pensarci. Sfortunatamente, però, il tribunale supremo sta subendo molte pressioni dai latifondisti.

Che cosa ne è stato della riforma agraria promessa dal governo ai contadini senza terra?
La riforma agraria si è arenata. Nessuno ne parla più. È molto triste perché ci sono legioni di uomini e donne senza terra. Persone che vogliono solo un pezzettino di terra per seminare e raccogliere.

Sul fronte ecclesiale, quali sono le priorità nella sua diocesi?

In cima alla lista ci sono le comunità ecclesiali di base. Nella nostra diocesi ci sono 26 sacerdoti per mezzo milione di persone. Il vescovo e i sacerdoti sono dei pellegrini, che si spostano continuamente di comunità in comunità. Io resto nella sede della diocesi tre mesi all’anno, il resto del tempo lo passo muovendomi da una parte all’altra. Il coordinamento delle nostre numerose comunità - oltre 800 - tocca ai laici.  Noi investiamo molto nella formazione del laicato. Vogliamo formare leader che, in virtù del battesimo e della cresima, assumano una funzione nella Chiesa. La maggior parte dei coordinatori delle comunità, oltre i due terzi, sono donne; sanno leggere meglio e sono più affettuose. Insistiamo molto anche sulla spiritualità e la mistica. La gente non sopporta la situazione attuale senza una motivazione evangelica forte, senza una mistica non superficiale, senza la consapevolezza di dover seguire Cristo radicalmente.  

Parlate anche di ecologia?
L’ecologia è un aspetto importante. Ci stiamo schierando a favore della salvezza e della redenzione che viene dalla creazione. Non possiamo credere in Dio Padre, creatore del cielo e della terra, se non facciamo nulla per difendere questo cielo e questo terra. Ecologia in greco significa scienza del focolare. Per noi lo Xingú e l’Amazzonia sono il focolare di tanti popoli, che difendiamo in nome di Dio.

Che rapporto ha con gli altri vescovi brasiliani?
I vescovi mi hanno sempre appoggiato. Quando subisco minacce, manifestano solidarietà. Mi hanno anche scelto per guidare il ritiro spirituale dell’ultima assemblea. Non avrebbero mai affidato questo compito a qualcuno cui si oppongono.

Crede che la Chiesa latinoamericana sia sufficientemente impegnata su ecologia e diritti umani?
Da Aparecida è venuta una forte spinta in questo senso. Si è parlato delle minoranze, degli indigeni, degli afro-discendenti. Si è parlato molto dell’ecologia e anche dell’Amazzonia. Sulla carta è tutto eccellente. Ma adesso dobbiamo impegnarci a vivere queste parole. Non possiamo separare la fede dalla vita. Non possiamo separare la religione dalla situazione della gente. Quelli che vengono in Chiesa la domenica sono gli stessi che stanno fuori. Le stesse persone, con le loro angosce, le loro ansie. Dobbiamo dare una risposta ai problemi in nome del Vangelo. Non in nome di qualche ideologia. Credo che sia possibile. La vita e la fede non sono due paia di scarpe diverse.

Qui nel 2005 morì
Dorothy Stang

«Non fuggirò e non abbandonerò la lotta di questi contadini,che non hanno protezione nel mezzo della foresta. Loro hanno il diritto sacro ad una vita migliore in una terra dove possano vivere e produrre con dignità senza devastare». Dorothy Stang, nota a tutti come irmã Dorote, religiosa e missionaria statunitense della congregazione delle Suore di Nostra Signora di Namur, ha vissuto queste parole fino alle estreme conseguenze. È stata assassinata il 12 febbraio 2005, nei pressi della città di Anapu, nello Stato brasiliano del Parà. La sua vita missionaria è stata improntata alla difesa dei diritti dei contadini senza terra. Il mandante o il consorzio di mandanti del suo omicidio vanno ricercati tra i vari latifondisti che irmã Dorote «infastidiva». A quasi quattro anni di distanza manca però ancora un colpevole preciso. Vitalmiro Bastos de Moura, un latifondista che in prima istanza era stato condannato a 30 anni come mandante dell’assassinio, è stato recentemente assolto. Nata a Dayton nel 1931, Dorothy Stang era arrivata in Brasile nel 1966. Dagli anni Settanta è stata al fianco dei lavoratori rurali della regione dello Xingú, dove si è adoperata per ridurre i conflitti legati alla terra e favorire la creazione di lavoro attraverso progetti di riforestazione di aree degradate. Si è impegnata intensamente anche nei movimenti sociali dello Stato del Parà, prendendo posizione contro il disboscamento selvaggio dell’Amazzonia e restando sempre al fianco dei contadini e degli operai della Transamazzonica. Cercando sempre il dialogo e la pace, suor Dorothy ha difeso tenacemente una riforma agraria giusta. Alla sua storia è dedicato il libro di Roseanne Murphy: Martyr of the Amazon: the life of sister Dorothy Stang (Orbis Books, 2007).

Il personaggio:
Erwin Krautler - 40 anni di Amazzonia

Missionario della congregazione del Preziosissimo sangue, dom Erwin Krautler è nato in Austria sulle rive del lago di Costanza. Ordinato sacerdote nel 1965, nello stesso anno è stato inviato nel Pará brasiliano, dove era vescovo suo zio, Eurico Krautler. Nel 1981, a soli 41 anni, dopo essere stato naturalizzato brasiliano, è diventato vescovo al posto dello zio. Attualmente è vescovo della prelatura amazzonica dello Xingú e presidente del Consiglio indigenista missionario (Cimi). Forte di 40 anni di impegno in Amazzonia, ha già ricevuto diversi premi per il suo impegno nell’area dei diritti umani e della difesa dell’ambiente.

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