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01/12/2008   
l'oasi
«Perché missionari tra le altre religioni»
di frere John di Taizé
«Frère Roger avrebbe risposto: già vivere un’amicizia con persone di altre culture o origini è un’espressione del Vangelo»

Pubblichiamo ampi stralci della riflessione tenuta il 15 ottobre al Centro Pime di Milano da frère John della Comunità ecumenica di Taizé sul tema «La missione nel mondo delle religioni», all’interno del ciclo di serate intitolato «Paolo e i nuovi areopaghi della missione». 

 

Molto presto nella storia della vita della nostra Comunità, frère Roger ha mandato dei fratelli in missione. Partiamo per ricambiare le visite fatte a noi e, soprattutto, per condividere la vita di persone che non verrebbero mai a Taizé, spesso in situazioni di povertà e di divisione. Oggi abbiamo quattro gruppi di fratelli che vivono lontano da Taizé: in Senegal, Bangladesh, Corea del Sud e Brasile. 

Le prime due di queste fraternità sono in Paesi a maggioranza musulmana. Come a Taizé, queste piccole comunità vivono una presenza cristiana che non presenta nessuna ambiguità. I fratelli si ritrovano per la preghiera comune tre volte al giorno, hanno legami con le Chiese cristiane locali e il vescovo del luogo. A Mymensingh, in Bangladesh, pregano in una cappella che è stata affidata loro dalla Chiesa anglicana. Allo stesso tempo, non chiedono l’origine di chi viene in chiesa a pregare con loro (a parte la questione della celebrazione dell’Eucaristia) e, nella loro attività con i poveri e le persone disabili, coinvolgono tutti quelli che vogliono aiutare. Naturalmente la maggioranza di quelli che sono «aiutati» non sono cristiani (giacché essi formano solo una piccola minoranza della popolazione), ma è anche vero che tra quelli che danno loro una mano, ci sono tanti musulmani e induisti. Si può forse definire lo stile della nostra comunità nei rapporti con gli altri come un tentativo di abbinare una chiara fisionomia cristiana con una grande apertura nell’accoglienza, un’accoglienza senza presupposti.

Ma in un mondo pluralista, dove ci si rende sempre più conto della diversità di culture umane e apprezziamo sempre di più i valori delle altre culture, perché lasciare il proprio Paese per testimoniare Gesù Cristo a uomini e donne che hanno già le loro tradizioni? Perché non rimanere piuttosto nel proprio ambiente e impegnarsi lì?

A questa domanda frère Roger avrebbe risposto: perché nel Vangelo c’è una dinamica di universalismo, la visione di un mondo come una sola famiglia in Dio. Andando lontano da casa, come san Paolo, a creare rapporti con persone di altre culture e origini, anche prima di parlare esplicitamente di Dio o di Cristo, si esprime la nostra certezza che la fede nel Dio di Gesù Cristo è creatrice di comunione, di amicizia. Tende a superare tutte le barriere erette dagli uomini. Il fatto di andare verso gli altri non è quindi soltanto un presupposto per trasmettere il Vangelo di Cristo, è già un’espressione del Vangelo, la creazione di legami con tutti. Questo le persone che raggiungiamo lo capiscono, in maniera esistenziale se non sempre esplicita. La gente semplice si sente valorizzata per il fatto che degli uomini vengano da lontano ad abitare in mezzo a loro, a condividere le loro condizioni di vita. Questo fatto è già un’espressione dell’uguale dignità di ogni essere umano, opera dello stesso Creatore e chiamato a una pienezza di vita attraverso un rapporto con Dio e con gli altri.

Poi, non si va a condividere la vita di persone lontane per stabilire un rapporto a senso unico. Se abbiamo qualcosa da dare, abbiamo ugualmente - e forse talvolta di più - qualcosa da ricevere. Un fratello che vive a Dakar in Senegal ama dire che le nostre fraternità sono come delle antenne per tutta la Comunità, dei luoghi dove possiamo captare meglio ciò che Dio sta realizzando nel mondo di oggi. Impariamo così a uscire dalla nostra visione necessariamente troppo gretta, dalle nostre categorie occidentali, per capire che, davvero, le vie del Signore non sono le nostre. Un soggiorno in un’altra cultura ci fa distinguere meglio l’essenziale del Vangelo dagli abiti culturali aggiunti nel corso della storia.

Qui tocchiamo un punto sul quale voglio soffermarmi, perché a mio parere è essenziale per il dialogo interreligioso. I cristiani credono per definizione che la persona di Gesù Cristo occupa un posto unico nella storia spirituale dell’umanità. Per noi, Gesù non è soltanto un uomo di Dio tra altri - un gran saggio, un profeta - ma qualcosa di diverso e di più. In termini teologici, la sua identità è un mistero, un punto dove l’Assoluto, la Sorgente di tutto incontra la sua Creazione. Ora, per esplicitare questo mistero, non sono di troppo tutte le risorse della riflessione e della vita umana. L’incontro con altre culture ci dà perciò gli strumenti per capire meglio il mistero in cui crediamo. In termini più semplici, confessare che Gesù Cristo è la verità non significa che io possiedo o capisco perfettamente questa verità. Al contrario, nella mia ricerca per entrare più profondamente nel mistero di Cristo, ho bisogno di allargarmi il più possibile, di ricevere l’aiuto dell’umanità nel suo insieme. Il dialogo - intellettuale, ma soprattutto di vita - si rivela allora come un momento importante per la teologia. Lontano da essere soltanto un’occasione di testimoniare le nostre convinzioni, esso non è forse una maniera in cui lo Spirito di verità ci «guida alla verità tutta intera» (Gv 16,13), completando e se necessario raddrizzando la nostra visione limitata delle cose che crediamo?

 

Ecco due piccoli esempi dati dai nostri fratelli di come il contatto con altre tradizioni può portare ad un approfondimento della nostra fede. Un fratello che ha avuto contatti con dei buddhisti in Corea spiegava che la loro meditazione gli faceva apprezzare di più la dimensione gratuita del rapporto con l’Assoluto. Poi, un fratello nel Senegal diceva che, per lui, la pietà dei musulmani correggeva ciò che la nostra ha di troppo familiare. Cristo non è solo l’amico con cui posso condividere tutto, è anche l’Altro che mi guida su un cammino che non avrei mai trovato da solo, che supera sempre la mia comprensione. In poche parole, il dialogo interreligioso che fa parte della missione, vissuto bene, non relativizza la nostra fede, ma ci fa capire il mistero di Cristo in maniera ancora più profonda.

Voglio ritornare ora sulla maniera concreta in cui si vive l’evangelizzazione. Dalla parte dei cristiani, credo che ci sia posto per un pluralismo legittimo. Alcuni trasmettono il Vangelo con l’uso diretto della parola umana, cioè la predicazione nel senso classico del termine: rimane sempre necessaria per la Chiesa. Per riprendere le parole della prima lettera di san Pietro, dobbiamo essere «pronti sempre a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi» (1 Pt. 3,15). Per essere pienamente evangelica, tuttavia, la testimonianza verbale deve partire da un rispetto per gli interlocutori e da una certa conoscenza della loro situazione. Per poter dire con san Paolo, «Quello che voi adorate senza conoscere, io ve l’annuncio» (At. 17,23), bisogna essere sullo stesso livello degli ascoltatori. Per stabilire un dialogo vero, occorre prima una fiducia reciproca. Altrimenti, l’accettazione delle proposte può basarsi soltanto sulla superiorità di chi fa la proposta. Nel migliore dei casi sarebbe una presunta superiorità spirituale - una risposta a delle domande che gli ascoltatori stavano ponendo senza trovare una risposta - ma più spesso si tratta della superiorità materiale degli evangelizzatori. Quando i cristiani arrivano nel mondo dei poveri dai Paesi benestanti dell’Occidente con mezzi materiali impressionanti, è più che normale che vengano visti da alcuni come un’àncora di salvezza non spirituale ma molto più concreta. In questo caso, lo sappiamo tutti, diventare cristiani rischia di confondersi con una mera promozione sociale.

In certe situazioni del passato, la trasmissione della fede si accompagnava al potere della spada, con conseguenze che ancora oggi rimangono vive. Oggi, non c’è forse un rischio simile, cioè, che alcuni gruppi o movimenti utilizzino un altro tipo di potere umano, non tanto politico e militare quanto economico e sociale, per arrivare ai loro fini? E, a lungo andare, questo non sarà a danno dell’autenticità della fede trasmessa?

Dobbiamo ritornare a meditare la richiesta di perdono che la Chiesa cattolica fece il 12 marzo 2000 su invito di Giovanni Paolo II. La Chiesa chiedeva perdono di aver «talora fatto ricorso a metodi non evangelici nel pur doveroso impegno di difesa della verità». Il Papa aggiungeva che «molte volte, i cristiani hanno sconfessato il Vangelo e, cedendo alla logica della forza, hanno violato i diritti di etnie e di popoli, disprezzando le loro culture e le loro tradizioni religiose». E diceva che «la verità non si impone che in virtù della stessa verità». Abbiamo qui un riconoscimento chiaro che ogni tentativo di comunicare il Vangelo con metodi non evangelici può conoscere un successo a breve termine, ma alla fine è destinato ad avere conseguenze nefaste.

Dal primo giorno, la comunità di Taizé è stata attenta all’importanza di rispettare la libertà dell’altro. Un fratello che vive in Bangladesh mi ha detto che alcune delle persone  più impegnate nei servizi lì avviato - per esempio con le persone disabili - sono convinte che questo amore per gli ultimi sia parte integrante della loro fede islamica. Talvolta queste persone semplici sono convinte che il comandamento di amare il prossimo sia scritto letteralmente nel Corano. Credo che sia un fenomeno interessante. Il contatto con i nostri fratelli ha destato in alcune persone una vita che, dal nostro punto di vista, è radicata nel mistero di Cristo. Per loro, almeno per ora, è piuttosto una vita in continuità con le loro proprie tradizioni religiose. In ogni caso, vivono in un certo senso di Cristo senza conoscerlo pienamente ancora. Si può sperare che verrà il giorno in cui alcune di queste persone scopriranno con più profondità la Sorgente della vita che vivono senza saperlo. Questa scoperta potrebbe essere aiutata da chi fa un’evangelizzazione della parola più esplicita. Ma a volte, forzare il processo, rischierebbe comunque di disturbare il paziente lavoro di Dio nei cuori e di far andare tutto in fumo. In questo campo non c’è metodo, ogni essere umano è unico, e la missione cristiana deve rispettare questa diversità.

 



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