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01/12/2008   Dalle violenze del Natale 2008 al dramma di oggi
Orissa, un anno dopo
di Giorgio Bernardelli

 

È passato un anno in Orissa. Un anno dal Natale di sangue 2007 che ha dato il via all’ondata di violenze. Ma anche un anno dal primo grido di dolore dei cristiani di questo Stato dell’India, rimasto per mesi inascoltato nel resto del mondo. «Orissa, i perseguitati di serie B», titolavamo qualche mese fa il nostro reportage da Bhubaneswar (M.M., maggio 2008, pp. 11-15). Poi, a partire dal 23 agosto, è arrivata la nuova - ancora più terribile - ondata di morte e distruzione. E finalmente in tanti si sono accorti di questa situazione. Adesso, quando si parla di cristiani perseguitati, accanto all’Iraq si cita anche l’India. Ma che cos’è cambiato davvero, un anno dopo, in Orissa?

Intanto - a ormai tre mesi di distanza - non abbiamo ancora numeri attendibili sui morti delle violenze di agosto e settembre. In un elenco stilato dalla diocesi di Cuttack-Bhubaneswar compaiono 61 nomi. Ma questi sono i corpi ritrovati. Ci sono invece migliaia di persone di cui si è persa traccia. Molti abitanti dei villaggi del distretto di Kandhamal - scappati nella foresta - sono certamente riusciti a raggiungere altri Stati indiani. Alcune stime parlano di 30 mila persone. Ma quanti, invece, non ce l’hanno fatta e sono morti durante la fuga? Sappiamo - ad esempio - di una clarissa, suor Mabel, morta in Kerala per la malaria contratta nella foresta. A quanti altri sarà successo senza che se ne avesse notizia?

Poi ci sono quelli di cui si è persa traccia semplicemente perché - per salvare la vita e tornare al villaggio - hanno ceduto al ricatto dei fondamentalisti indù: hanno abbandonato il cristianesimo e accettato di sottoporsi a rituali aberranti, tipo bruciare la Bibbia con le loro stesse mani. Perché da qualche settimana - è vero - in Orissa non si registrato più assalti. Ma le bande del Vhp e del Bajrang Dal - i gruppi legati all’ideologia dell’hindutva responsabili delle violenze - possono tranquillamente continuare a farsi vedere in giro. Mentre alle Ong cristiane nel distretto di Kandhamal è tuttora vietato svolgere attività.

Rispetto a un anno fa in Orissa non ci sono più due personaggi importanti. Non c’è più lo swami Laxmanananda Saraswati, il religioso indù che da 35 anni andava in giro a «riconvertire» all’induismo coloro che avevano scelto il cristianesimo. Dai missionari aveva copiato alcuni metodi: anche lui apriva scuole e strutture di assistenza, aveva persino inventato un rituale di adesione all’induismo per fare da contraltare al battesimo. Solo che i sistemi adottati con chi  non lo seguiva erano un po’ diversi. Era stato lui, ad esempio, proprio un anno fa, a dire che la pretesa dei cristiani di Baminigam di celebrare in piazza il Natale era inaccettabile e andava fermata. E le bande del Vhp e del Bajrang Dal, con i loro bastoni, avevano eseguito. Poi, il 23 agosto, sono arrivati i guerriglieri maoisti e l’hanno ucciso. Ed è cominciata la mattanza dei cristiani.

Oggi, però, in Orissa all’appello manca anche un’altra figura di spicco. Un sacerdote dell’arcidiocesi di Bhubaneswar, padre Bernard Digal. Era stato lui - quando siamo stati in Orissa - ad aiutarci a raccogliere le informazioni pubblicate nel nostro reportage. Un uomo pratico, che non aveva paura di andare a chiedere giustizia anche nelle aule dei tribunali. Ci aveva colpito per la calma con cui già allora raccontava dell’amico prete Arul Doss, ucciso nel 1999, e di tanti altri episodi atroci. Il 28 agosto è morto anche lui per le conseguenze di un pestaggio avvenuto tre giorni prima.

Dunque non è cambiato proprio nulla? Sarebbe sbagliato dirlo. Ci sono stati anche tanti gesti  importanti, di segno contrario. Nella lettera «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla» che i vescovi dell’Orissa hanno indirizzato ai fedeli dopo le ultime violenze, i presuli ringraziano i tanti concittadini - indù e di altri gruppi religiosi - che hanno fatto sentire ai cristiani la loro vicinanza. Davanti all’orrore c’è stato chi ha alzato la voce. L’episodio simbolo è stato la manifestazione che il 2 ottobre a New Delhi ha visto 15 mila persone riunirsi al Raj Ghat, il memoriale che ricorda il mahatma Gandhi. Quel giorno è stato proprio un religioso indù, lo swami Agnivesh, a dichiarare che «gli assassini di Gandhi sono gli stessi che oggi uccidono i cristiani». Articoli coraggiosi, inoltre, sono stati pubblicati su importanti quotidiani e periodici nazionali indiani. 

Ma perché, allora, la situazione per i cristiani in Orissa non migliora? Forse bisognerebbe fare qualche sforzo in più per inserire questa persecuzione nel contesto travagliato dell’India di oggi. Perché, in questi mesi, nel subcontinente, non ci sono state solo le violenze contro i cristiani. Nelle stesse settimane in cui il distretto di Kandhamal veniva messo a ferro e fuoco, ad esempio,  nel Kashmir - lo Stato del Nord-Est a maggioranza musulmana -, riesplodevano le violenze intorno alla questione del tempio indù di Amarnath. Poi ci sono stati, nell’Assam, gli scontri tra i bodo (un’etnia tribale locale) e i musulmani. Senza dimenticare gli attentati sanguinosi di matrice islamica a New Delhi. Tutti questi fenomeni in India vanno sotto l’etichetta di communal violences, violenze tra gruppi etnici. Dove l’elemento religioso si intreccia con dissidi storici e nuove disuguaglianze.

L’Orissa stesso è una realtà complessa. Ad esempio, c’è una domanda importante rimasta finora sullo sfondo: che interesse avevano i maoisti a uccidere un leader indù come lo swami Laxmanananda Saraswati? La risposta sta nella situazione molto particolare del distretto di Kandhamal. Sono due, infatti, le etnie che vivono in quest’area: i khandas, tribali in gran parte indù, e i panos, che sono invece dalit, tra cui molti cristiani. La rivalità tra khandas e panos è storica. Ma in questi ultimi anni si è accentuata per via della questione delle proprietà. Incoraggiati dalla propaganda dell’hindutva, i khandas accusano i panos di occupare abusivamente le loro terre e di utilizzare certificati falsi per accedere ai posti di lavoro riservati alle scheduled castes (il nome burocratico con cui in India vengono chiamati dalit e tribali). Secondo la legge, infatti, cristiani e musulmani non avrebbero il diritto di accedere a queste quote. Dunque il furore religioso serve in realtà a perpetuare una discriminazione. Anche se va ricordato, comunque, che anche tra i tribali ci sono dei cristiani.

Nella foresta di Kandhamal, però, non ci sono solo i seguaci dello swami e i cristiani. Sono presenti, appunto, anche i naxaliti, cioè i guerriglieri maoisti, che hanno trovato tra i più poveri un terreno fertile di propaganda. Da una parte, dunque, le violenze di Natale e la mancata risposta da parte dello Stato devono essere state viste dai maoisti come un’occasione per promuovere la propria causa rivoluzionaria. Di qui l’omicidio dello swami. Dall’altra parte, però, è stato facile per le forze legate all’hindutva far ricadere la colpa dell’omicidio sui cristiani: maoisti oppure no - è stato il ragionamento - sempre di panos si tratta. E a nulla sono valse le condanne espresse dalle Chiese.

È un «gioco a tre», dunque. E non è affatto finito. Tra i partiti politici indiani, i più duri nella condanna delle violenze contro i cristiani sono state proprio le formazioni dell’estrema sinistra. Un piccolo partito, in particolare, si è distinto: il Partito comunista indiano-Marxisti leninisti (CPI-Ml). Che, guarda caso, è ideologicamente molto vicino ai naxaliti. Proprio dal CPI-Ml, ai primi di novembre, è giunta la notizia shock secondo cui i cristiani morti nelle violenze di agosto-settembre sarebbero più di 500 (anche se - va detto – il partito cita una fonte anonima e senza riscontri). In questi due mesi passati dall’omicidio dello swami - dunque - i maoisti non sono rimasti a guardare. Il 5 novembre hanno ucciso un altro leader locale del Vhp. E il loro attivismo, oggi, è un problema in più per i cristiani.

Ma per capire il clima con cui devono confrontarsi i i cristiani in India, oltre al conto delle violenze bisogna considerare anche i dibattiti in corso nella società. E il più significativo è quello sulle conversioni. Il Bjp - il partito politico di riferimento dei nazionalisti indù - ha condizionato la sua condanna delle violenze contro i cristiani a una «moratoria» sulle conversioni, che un ritornello molto in voga vuole tutte ottenute con il denaro o l’imbroglio. L’8 ottobre a New Delhi si è svolto un incontro tra Lal Khrisna Advani, il candidato premier del Bjp alle elezioni politiche della prossima primavera, e gli arcivescovi cattolici Vincent Concessao (New Delhi) e Raphael Cheenath (Cuttack-Bhubaneswar). Il meeting si è concluso con una dichiarazione comune in cui Advani condanna le violenze, mentre entrambe le parti si dicono disponibili ad aprire un confronto sulle conversioni a partire da un decalogo steso su questo argomento nel 2006 a Lariano (Roma), durante un incontro promosso dal Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani e dal Consiglio mondiale delle Chiese (ne parlava su Mondo e Missione padre Carlo Torriani, missionario del Pime a Mumbai - M.M., agosto-settembre 2008, pp. 31-34).

L’incontro con Advani è stato probabilmente determinante per fermare le violenze. Però non è stato indolore. Nella comunità cristiana si è aperto infatti un dibattito sull’opportunità di discutere con il Bjp sulle conversioni. Contro si sono schierati apertamente l’attivista cattolico John Dayal e il presidente dell’All India Christian Union, Joseph D’Souza. «Chi decide su una moratoria del genere? - ha scritto in una lettera aperta D’Souza -. I fondamentalisti? I media? Quelli che sono invitati a discuterne intorno a un tavolo? O non devono essere i dalit e le altre persone delle caste più basse in India? Oseremo forse costringerli a rinunciare a questo fondamentale e basilare diritto umano?».

Rapporti tra indù e minoranze, ritorno in grande stile dell’hindutva, attentati di matrice musulmana: a un anno dall’inizio delle persecuzioni nel distretto di Kandhamal, è questa l’India che ha iniziato la sua marcia di avvicinamento alle elezioni politiche. Percorso che - ancora una volta - avrà nell’Orissa uno snodo importante. In questo Stato - infatti - oltre che per il Parlamento di Delhi, in primavera si voterà anche per il governo locale. E queste sono settimane decisive per la definizione delle alleanze. Finito sul banco degli imputati per le violenze contro i cristiani, il premier locale Naveen Patnaik ha provato a smarcarsi dai nazionalisti indù. «Ogni osso del mio corpo è laico» ha dichiarato in un’intervista televisiva, unendosi persino alle voci contro il Bajrang Dal (cfr box p. 9). Il Bjp gli ha risposto per le rime. Resta da vedere se si tratta solo di scaramucce o se - dopo tutto quello che è successo - Patnaik ha sul serio intenzione di rompere l’alleanza. Sarà un test interessante per capire quale impronta lasceranno sulle urne a Bhubaneswar questi dodici mesi di violenza e terrore. z

 

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