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Piange un altro sacerdote la comunità cristiana dell’Orissa. Questa volta non per una nuova violenza, ma per una lunga agonia durata due mesi. Al St. Thomas Hospital di Chennai, nel Tamil Nadu, è morto ieri padre Bernard Digal, uno dei più stretti collaboratori dell’arcivescovo di CuttackBhubaneswar Raphael Cheenath. Ne ha dato notizia ieri sera l’agenzia AsiaNews. Alla fine di agosto – quando sono iniziate le violenze – padre Bernard si trovava nel distretto di Kandhamal, il più colpito dagli scontri. Non per caso: era stato lui, infatti, per conto dell’arcidiocesi, a tenere i contatti con le comunità colpite già nel dicembre 2007. Durante un viaggio che nel febbraio scorso avevamo compiuto in Orissa per la rivista Mondo e Missione l’avevamo incontrato, ed era stato proprio lui a spiegarci quanto avesse patito il distretto di Kandhamal. Tra i suoi compiti c’era anche quello di tesoriere. E certamente le sue visite erano anche un modo discreto per aiutare a ricostruire case, scuole, dispensari che già quella prima ondata di violenza aveva spazzato via. Il 23 agosto – quando è stato ucciso lo swami Laxmananda Saraswati – padre Digal si trovava là. E quando la notte del 25 agosto la folla aizzata dai nazionalisti indù ha assaltato la parrocchia di Sankrakhol è fuggito nella foresta. Ma non era bastato.
Anche là i fanatici l’avevano raggiunto. «Mi hanno agguantato, picchiandomi con sbarre di ferro, lance, asce e grosse pietre – aveva raccontato dal suo letto d’ospedale il 10 settembre scorso sempre ad
AsiaNews –. Non so per quanto tempo mi hanno picchiato perché ho perso coscienza. Il mio autista mi ha trovato il giorno dopo, dopo 10 ore e mi ha portato all’ospedale. Solo lì ho ripreso coscienza. Mi hanno lasciato nella foresta completamente nudo. Altri sono stati tagliati a pezzi o bruciati vivi. È umano tutto questo? Non è un attentato alla vita?». Lottava tra la vita e la morte, padre Bernard. Ma non aveva perso la forza di denunciare. All’inviato di Avvenire Claudio Monici – il 2 settembre con l’unico filo di voce che gli era rimasto – aveva detto: «Aiutateci a mettere fine a questa tragedia». Sabato scorso le condizioni di padre Bernard sono precipitate. Il gravissimo trauma cranico provocato da quelle sbarre di ferro scagliate contro il suo capo si è riacutizzato. I medici a Chennai lo hanno sottoposto a un delicato intervento chirurgico per rimuovere una macchia di sangue nel cervello. Ma non è stato sufficiente. Lunedì è entrato in coma e ieri è morto, dopo aver ricevuto l’unzione degli infermi dall’arcivescovo Cheenath, accorso dall’Orissa al suo capezzale. «Padre Digal – ha dichiarato l’arcivescovo di Cuttack-Bhubaneshwar – ha ricevuto la corona dei martiri. È morto a causa delle violenze degli estremisti indù. Ora i cristiani di Kandhamal hanno un potente intercessore nei cieli, poiché egli continuerà il suo lavoro dalla casa celeste».
Abbiamo conosciuto un martire a Bhubaneshwar. Un sacerdote di 46 anni, un “adivasi”, cioè una persona appartenente a quelle stesse popolazioni tribali da sempre ai margini della società indiana che la Chiesa in Orissa con il suo ministero pastorale aiuta di più. Era un uomo pratico, un bravo organizzatore.
Ma di lui ci aveva colpito soprattutto la calma con la quale raccontava anche episodi assolutamente atroci. Perché era stato padre Bernard – in febbraio – ad aiutarci a ricostruire la tragica sequenza delle violenze di questi ultimi anni in Orissa: la morte del pastore Graham Staines arso vivo insieme ai suoi figli, il sacerdote cattolico Arul Doss anche lui ucciso («Era un amico, lo conoscevo bene», raccontò), i religiosi aggrediti, i villaggi bruciati. Adesso è toccato a lui.
Non era un uomo spaventato, padre Digal. Era un uomo che chiedeva giustizia. Come tutta la sua Chiesa martire dell’Orissa.