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01/11/2008   
Missione in Asia: dono non proselitismo
di James H. Kroeger
«In un continente immenso, dove i cristiani sono solo una percentuale minima, perché e come evangelizzare?»

Le violenze in India hanno reso caldo il tema delle «conversioni». In questa riflessione - pubblicata sulla rivista Mission Today (luglio-settembre 2008) di cui riportiamo ampi stralci - padre James H. Kroeger invita a ripartire dalla categoria del dono, così importante per la cultura asiatica, per capire il senso della missione. L’autore, teologo e missionario di Maryknoll, vive in Asia da quarant’anni ed è docente di Studi della missione alla Loyola School of Theology di Manila.

MISSIONE PERCHÉ? Questa perenne, costante domanda ammette un'ampia gamma di risposte valide. Il «perché» è fondamentalmente una questione di «motivazione alla missione». Perché evangelizzare? Perché essere discepolo di Gesù? Perché impegnarsi? Quali sono i veri obiettivi della missione?
I vescovi dell'Asia si sono continuamente misurati con questi interrogativi nell'esplorare la missione della Chiesa in questo immenso continente di quattro miliardi di persone, dove i cristiani sono meno del tre per cento di una popolazione in crescita. Sebbene i leader di queste Chiese asiatiche abbiano esposto diverse ragioni per impegnarsi nella missione, ciò che colpisce è la «motivazione alla missione» che hanno menzionato per prima durante la quinta Assemblea plenaria della Federazione delle conferenze episcopali asiatiche (Fabc) svoltasi nel 1990 a Bandung (Indonesia).
Insieme, hanno dichiarato con convinzione: «Noi evangelizziamo, prima di tutto, per un profondo senso di gratitudine a Dio, il Padre "che ci ha benedetti in Cristo con ogni benedizione spirituale" (Ef 1,3) e ha mandato lo Spirito nei nostri cuori perché possiamo condividere la stessa vita di Dio. La missione è soprattutto un fluire di questa vita da cuori pieni di gratitudine trasformati dalla grazia di Dio».
Si notino alcune parole chiave utilizzate dalla Fabc per descrivere questa motivazione per la missione: «gratitudine a Dio», «cuori pieni di gratitudine», «benedizione spirituale». La missione, infatti, è considerata come un dono, misericordiosamente dato, con gratitudine ricevuto e generosamente condiviso. La gratitudine può dunque costituire un motivo forte ed energico per impegnarsi nell'evangelizzazione.
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L'IMMAGINE DEL DONO. In tutte le culture e le popolazioni si offrono doni, in particolare in occasioni speciali ed eventi significativi della vita: compleanni, matrimoni, festività, anniversari. I doni legano le persone, esprimono gratitudine e apprezzamento. I doni sono scelti personalmente e con attenzione, per cercare di compiacere chi li riceve. Spesso i doni vengono scambiati, cementando ulteriormente la solidarietà familiare e interpersonale.
Gli asiatici hanno fatto dell'«offrire doni» un'arte. Che cosa sarebbero le celebrazioni cinesi e il nuovo anno lunare senza i generosi doni offerti in buste rosse (angpao)? In Corea la celebrazione rituale del sessantesimo compleanno (hwangap) è un'occasione per fare preziosi regali. Nessun filippino si sente a suo agio se non porta qualche pasalubong - piccolo o grande - quando torna a casa.
Probabilmente è l'esperienza del dare e ricevere doni - così profondamente umana - che ha spinto i vescovi dell'Asia a considerare la gratitudine per l'abbondante grazia ricevuta un'immagine adeguata e una motivazione per la missione. Questa immagine del «dono» esprime la gratitudine cristiana per il dono unico e gratuito di Dio, Gesù suo Figlio. Ogni giorno nell'Eucaristia, parola greca che significa ringraziamento (eucharistein), diciamo: «Ti rendiamo grazie, Signore». Spesso nella Messa, la preghiera sui doni fa riferimento allo «scambio dei doni».
Per comprendere il significato profondo dell'immagine della missione come dono, questa riflessione «asiatica» presenta tre momenti, collegati tra loro, di quella che potrebbe essere denominata la «missiologia del dono». Tre parole con la «R» riassumono la missione come dono: Riconoscere, Ricevere e Ricambiare. Riconoscere divenendo profondamente consapevoli dell'unicità del dono di Dio. Ricevere appropriandosi personalmente del dono di Dio. Ricambiare condividendo il dono di Dio con gli altri.
RICONOSCERE IL DONO. Il primo momento nell'apprezzamento della «missiologia del dono» è l'essere profondamente consapevoli della profondità dell'amore di Dio. La missione ha origine nell'amore centrifugo della Trinità; il nostro Dio missionario condivide la sua essenza che è amore. Dio Padre ci dona il suo Figlio incarnato e l'effusione dello Spirito Santo. Non si può ricevere dono più grande! La preghiera e la contemplazione facilitano una consapevolezza profonda di questo grande dono.
Riconoscere i doni di Dio significa anche essere profondamente consapevoli che non guadagniamo né meritiamo i doni; essi vengono dalla generosità di Dio. Mentre Gesù si prepara a lasciare i suoi discepoli, promette loro: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito di verità...» (Gv 14,16-17). E alle prime comunità cristiane - come alla nostra Chiesa oggi - è stato assicurato che la generosità di Dio è incessante: «... nessun dono di grazia più vi manca, mentre aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo» (1 Cor 1,7).
I generosi doni di Dio sono per tutti i popoli, qualunque sia il loro background religioso, etnico o culturale; così, «lo Spirito Santo scese sopra tutti coloro che ascoltavano il discorso... Si meravigliavano che anche sopra i pagani si effondesse il dono dello Spirito Santo» (Atti 10,44-45). Pietro proclama la misericordia di Dio a Giaffa, dicendo: «Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che a noi per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?» (Atti 11,17). La missione ha origine in questa profonda consapevolezza di quello che il Padre ha misericordiosamente operato in Cristo Gesù e nello Spirito, che si manifesta continuamente nella Chiesa. Santa Teresa di Lisieux espresse la sua consapevolezza del dono di Dio quando concluse: «La mia vocazione è l'Amore! Nel cuore della Chiesa, mia Madre, io sarò l'Amore. Così sarò ogni cosa».

RICEVERE IL DONO. Una consapevolezza trasformata che apprezza pienamente la grazia di Dio riceverà il dono della fede con un cuore lieto. C'è solo bisogno di ricordare in che modo questo prezioso dono è stato dato e ricevuto. Ci si potrebbe domandare: perché dei quattro miliardi di persone in Asia sono stato prescelto per ricevere il dono della fede cristiana? Chi è stato strumento di Dio nel trasmettermi questo dono? Quale prezzo i miei genitori o i missionari hanno dovuto pagare perché io avessi questo grande tesoro? Quali sono state le persone sante mandate nella mia vita per aiutarmi ad apprezzare i doni di Dio? Riflettere su queste domande chiave propizierà un'accoglienza più personale dei doni della grazia di Dio.
Quando Gesù incontra la samaritana al pozzo, la sfida ad apprezzare più a fondo il dono che le viene offerto: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva» (Gv 4,10).
Scrivendo ai Corinzi, Paolo li invita a una maggiore consapevolezza del dono di essere cristiani e dice: «Ognuno ci consideri come ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. Ora, quanto si richiede negli amministratori è che ognuno risulti fedele... Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come non l'avessi ricevuto?» (1 Cor 4,1-2.7).
Sia la samaritana che la comunità di Corinto devono riconoscere che essendo stati destinatari dei doni di Dio, sono diventati essi stessi doni con la potenzialità di essere offerti agli altri. Proprio perché si è amati, si è avuta l'esperienza dell'amore di Dio e si è quindi divenuti fonti di amore, bisogna rivolgersi agli altri offrendo loro il dono dell'amore. Questa è la consapevolezza trasformata che il dono di Dio crea nelle persone ricettive.
RICAMBIARE IL DONO DI DIO. Il brano chiave del Nuovo Testamento che meglio interpreta questo terzo momento della «missiologia del dono» è: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). La logica è semplice: se uno apprezza un dono, vuole condividerlo con gli altri. Il desiderio di donare agli altri è la migliore manifestazione di gratitudine. L'esortazione apostolica Ecclesia in Asia offre diversi spunti di approfondimento su come la Chiesa in Asia deve «ricambiare» i doni ricevuti.
«Benedetta dal dono della fede, la Chiesa, dopo duemila anni, continua ad andare ovunque per incontrare i popoli, per condividere con loro la Buona Novella di Cristo, come comunità infiammata di zelo missionario per far conoscere, amare e seguire Gesù... La grande questione che sta dinanzi alla Chiesa in Asia è come condividere con i fratelli e sorelle asiatici ciò che noi gelosamente custodiamo come dono che contiene ogni altro dono, e cioè la Buona Novella di Gesù Cristo» (EA 19). «Solo se il Popolo di Dio riconoscerà il dono che in Cristo gli è proprio, sarà in grado di comunicarlo agli altri mediante l'annuncio e il dialogo» (EA 31).
La prospettiva della «missione come dono» contiene diverse intuizioni fondamentali sul modo di fare missione in Asia, che è necessariamente la via del dialogo. I cristiani fanno tesoro del dono della loro fede trinitaria, offrendolo liberamente, e anche entusiasticamente, agli altri. Il dono viene offerto con cuore sincero; tuttavia, ogni evangelizzatore sa che l'altro è libero di accettare o rifiutare il dono. Anche gli altri partner del dialogo (musulmani, buddhisti, ecc.) hanno i propri doni da offrire: le ricchezze della loro fede e la loro personale «esperienza di Dio». Può risultarne un meraviglioso «scambio di doni». Tutte le persone che hanno il dono della fede devono collaborare affinché utilizzando i doni condivisi possano arricchire i poveri e i bisognosi presenti fra loro. 
(Traduzione a cura di I. Mastroleo)



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