MissiOnLine.org La beatificazione di 188 nuovi martiri Dal sangue dei vinti la forza per il futuro martiri, Giappone, beatificazione La cerimonia di Nagasaki il 24 novembre è un evento importante per la Chiesa del Sol Levante. E la spinge a investire sui laici
01/11/2008 La beatificazione di 188 nuovi martiri Dal sangue dei vinti la forza per il futuro di Pino Cazzaniga La cerimonia di Nagasaki il 24 novembre è un evento importante per la Chiesa del Sol Levante. E la spinge a investire sui laici
LA CHIESA GIAPPONESE si appresta a vivere un importante evento: il 24 novembre, nello stadio di Nagasaki, verrà celebrata solennemente la beatificazione di Pietro Kibe e altri 187 martiri. A presiedere la cerimonia, cui parteciperà mons. Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le cause dei santi, sarà il cardinale Pietro Seichi Shirayanagi, arcivescovo emerito di Tokyo (nella foto). L'annuncio dell'avvenimento ha suscitato meraviglia, se non perplessità, perchè commemora fatti avvenuti 400 anni fa e che riguardano una Chiesa numericamente esigua (i cattolici giapponesi raggiungono a stento il mezzo milione su una popolazione di 126 milioni). Inoltre nei secoli scorsi sono già stati celebrati eventi del genere, sempre relativi ai martiri del cosiddetto «secolo cristiano» (vedi box a p. 32). Tutto ciò testimonia l'importanza delle beatificazioni alle porte: nel ricordo dei suoi martiri, infatti, la Chiesa giapponese di oggi vi si riflette come in uno specchio.
L'INIZIATIVA di procedere a questa nuova beatificazione di martiri è stata di papa Giovanni Paolo II. Lo afferma, dall'alto della sua competenza, il cardinale Shirayanagi, che è stato arcivescovo di Tokyo dal 1970 al 2002 e presidente della Conferenza episcopale proprio negli anni in cui si concretizzava il progetto. Nel febbraio 1981 Giovanni Paolo II venne in Giappone (proveniente dalle Filippine), compiendo un viaggio che lo caratterizzò soprattutto come «pellegrino della pace»: culmine della tappa giapponese, infatti, è stato il discorso fatto sul piazzale di Hiroshima, memoriale dell'olocausto atomico, concluso con la famosa preghiera per la pace. Non si può certo dire che, a quel tempo, Giovanni Paolo II conoscesse profondamente la Chiesa giapponese (era papa solo dall'ottobre del 1978). Ma la sua conoscenza al riguardo deve aver fatto un salto di qualità grazie all'esperienza dell'entusiasmo dei cristiani di Tokyo e di Nagasaki. In quell'occasione, rivolgendosi ai vescovi, ha detto: «La Chiesa in Giappone ha una grande eredità spirituale: la ricchezza dei suoi martiri. Perché non procedete a una nuova beatificazione?». L'esortazione, apparentemente improvvisa, in realtà era un'espressione delle sue intuizioni pastorali. «Tuttavia - osserva il cardinale Shirayanagi, interpellato da Mondo e Missione - sarebbe superficiale non sottolineare l'intraprendenza della Conferenza episcopale giapponese. L'esortazione del Papa cadeva in un terreno preparato: i vescovi da tempo nutrivano il desiderio di una nuova beatificazione, ma non osavano esprimerlo».
LA CARATTERISTICA della nuova beatificazione è di essere completamente giapponese. Monsignor Takeo Okada, attuale arcivescovo di Tokyo, annunciando data e luogo della celebrazione, ha osservato: «Questa è la prima volta che la cerimonia di beatificazione viene tenuta in Giappone. Ed è anche la prima volta che tutti i martiri che saranno beatificati sono giapponesi». Ma è anche la prima volta - possiamo aggiungere - che il lavoro di preparazione è tutto made in Japan, mentre nelle cerimonie precedenti sono prevalse l'iniziativa e l'azione degli ordini religiosi ai quali parecchi martiri appartenevano. Monsignor Agostino Jun'ichi Nomura, vescovo di Nagoya, ha sottolineato il fatto che «la maggior parte dei martiri sono state persone che vivevano vite ordinarie nelle famiglie come samurai, mercanti e artigiani»; vale a dire, rappresentavano tutti gli strati sociali della società giapponese di quel tempo. Tra i 188 martiri un gran numero sono donne, «nelle quali - dice un comunicato della Conferenza episcopale locale - noi scopriamo non soltanto la vera bellezza femminile, ma anche il potere che le donne esercitano nella Chiesa (giapponese)». Allora come adesso, «ci siamo resi conto - continua il documento - che senza le donne la Chiesa giapponese di oggi non esisterebbe. Ci aspettiamo che la beatificazione di queste donne martiri offra grande speranza e consolazione a tutte le donne di fede in Giappone». Nazionalismo? No. Queste sottolineature indicano, piuttosto, che il motivo di fondo dell'avvenimento è pastorale: offrire alla Chiesa giapponese di oggi uno specchio in cui riflettersi, per migliorare e riprendere il cammino.
UNA LINEA è formata da punti collegati tra loro. Il salesiano monsignor Francesco Mizobe, che è stato direttore della Com¬missione di ricerca sui martiri, usa questa immagine per indicare il «secolo cristiano». Scrive: «Da Francesco Saverio a Pietro Kibe, la fede ha unito i cristiani giapponesi come i punti di una linea che ha attraversato il Giappone. Mediante la loro testimonianza, Dio ha dotato la Chiesa giapponese di solida spiritualità e senso missionario». Nonostante oltre due secoli di forzato silenzio, la linea non si è spezzata. Il ritrovamento dei kakure kirishitan (i «cristiani nascosti»), emersi a Nagasaki nel 1865, ne è una prova. Ma occorre che la Chiesa giapponese di oggi ne prenda coscienza. Ed è quello che sta avvenendo. «La Chiesa giapponese - osserva padre Giovanni Hashimoto, vicario generale dell'arcidiocesi di Nagasaki - è stata lenta nell'accogliere il messaggio del Vaticano II. Il movimento di effettiva ricezione è iniziato negli anni Ottanta. Il primo frutto si è avuto nel 1987, con una specie di sinodo generale (il Nice, acrostico di National Incentive Convention for Evangelization, ovvero Congresso nazionale per incentivare l'evangelizzazione). In quel convegno la Chiesa giapponese ha preso coscienza di essere bipolarizzata. Da una parte la Chiesa di Tokyo, tesa all'evangelizzazione della società, dall'altra quella di Nagasaki fortemente impegnata nella formazione spirituale dei suoi membri. La linea si era spezzata. Il movimento per la nuova beatificazione, sviluppatosi proprio in quegli anni, ha aiutato a risolvere il problema. «Grazie a questo movimento - spiega Ha¬shimoto - ora la Chiesa giapponese è diretta da una Conferenza episcopale vigorosa e, soprattutto ben unita. Le due opzioni si sono integrate». Ne sono una prova i messaggi pubblicati dai vescovi negli ultimi vent'anni. Particolarmente forte quello scritto nel 1995, in occasione del cinquantesimo anniversario della fine della guerra, dal titolo Resolution for Peace nel quale i vescovi hanno riconosciuto che «prima e durante la guerra la Chiesa cattolica in Giappone non ha avuto sufficiente coscienza del ruolo profetico che essa avrebbe dovuto avere per proteggere le vite umane e compiere la volontà di Dio» e ha chiesto perdono a Dio e ai popoli che hanno sofferto durante la guerra.
MA PER ATTUARE l'ecclesiologia del Vaticano II è necessaria un' energica formazione dei laici. La beatificazione dei 188 martiri, nell'intenzione dei vescovi, mira proprio a questo. «Il motivo di questa beatificazione - dicono i vescovi - è innanzitutto quello di presentare ai cattolici giapponesi di oggi modelli che illustrano come va vissuta la vita e instillare loro la fiducia che tale vita può essere vissuta». «Siamo convinti - aggiungono - che le vite di questi martiri, che hanno proclamato la fondamentale dignità umana e la libertà di religione, mandano messaggi di speranza a tutti, cristiani e no».
MIZOBE ritiene che l'inflessibile amore per il Vangelo unisce san Francesco Saverio a Pietro Kibe e alla Chiesa giapponese di oggi. La speranza è che l'evento della nuova beatificazione costituisca la ripresa consapevole del cammino nella medesima direzione.
447.720 il numero dei cattolici giapponesi secondo lo State of the Catholic Church pubblicato dalla Conferenza episcopale giapponese nel dicembre 2007
600.000 la stima dei cattolici immigrati da altri Paesi presenti oggi in Giappone
60% la percentuale delle donne (in totale 264.213) all'interno della comunità cattolica giapponese
1.515 il numero complessivo dei preti presenti in Giappone. Di questi, 904 sono giapponesi mentre altri 611 sono non-giapponesi
5.944 il numero complessivo delle suore presenti in Giappone. Di queste 5.582 sono giapponesi mentre 362 sono non-giapponesi
7.275 il numero dei battesimi in Giappone durante il 2007. Di questi 3.617 sono stati amministrati a bambini fino ai 7 anni, 3.658 sono stati battesimi di persone adulte
2.899 il numero dei matrimoni cattolici celebrati in Giappone durante il 2007. Solo in 279 casi sia lo sposo che la sposa erano cattolici
Il «secolo cristiano»
Più volte, nel corso degli anni, i martiri giapponesi dei secoli XVI e XVII sono stati elevati agli altari. Un primo gruppo di 26 martiri sono stati beatificati nel 1627 da papa Urbano VI e canonizzati nel 1862 da Pio IX; un secondo gruppo di 205 martiri vennero beatificati nel 1867 da papa Pio IX; infine Tommaso Nishi e quindici compagni martiri vennero beatificati a Manila nel 1981 e canonizzati a Roma nel 1987 da Giovanni Paolo II. Tutti questi martiri appartengono al periodo che va dalla venuta in Giappone del primo missionario, Francesco Saverio (1549), al martirio di Pietro Kibe (1639), indicato dagli storici come il «secolo cristiano». Due i motivi di tale denominazione. Innanzitutto perché per la prima volta è stato seminato nella cultura giapponese il seme della fede cristiana, che non ha distrutto ma sanato quella cultura. In pochi decenni il seme è stato accolto da migliaia di giapponesi, in gran parte appartenenti alla classe degli heimin, ossia cittadini comuni. Nel 1619, all'inizio delle grandi persecuzioni, in Giappone c'erano già 300 mila cattolici. In secondo luogo, si parla di «secolo cristiano» a motivo della luminosa testimonianza da essi data con il martirio. I padri gesuiti, vedendo il coraggio di questi martiri, sono stati meravigliati dal carattere dei cristiani giapponesi che prima non avevano notato. «Essi corrono al martirio - ha scritto padre Organtino - come a una festa». Nell'ottobre 1619 il mercante inglese non cattolico Richard Cooks, di stanza a Kyoto, dopo aver assistito a un'esecuzione di cristiani così la descrive: «55 cristiani di ogni età e di ambo i sessi sono stati bruciati vivi sul letto del fiume Kamo. Tra essi c'erano anche bambini di 5 o 6 anni. Le loro mamme tenendoli in braccio, piangendo pregavano: "Gesù, ricevi le loro anime"». Purtroppo il «secolo cristiano» è terminato tragicamente con quella persecuzione che Engelbert Kaemfper, tedesco residente a Nagasaki all'inizio del secolo XVIII, ha definito «la più crudele persecuzione e tortura che i cristiani non hanno mai visto nel mondo... È durata 40 anni fino a quando non è stata versata l'ultima goccia di sangue cristiano». Proprio per questa ragione, il secolo XVII rappresenta una pagina tenebrosa nella storia del Giappone, soprattutto durante il «regno del terrore» di Iemitsu, il terzo shogun della dinastia dei Tokugawa. Lo storico Joseph Jennes ha scritto: «Durante il governo di Iemitsu (1632-1651) i cristiani furono sottoposti alle più orribili torture, finché non avessero abiurato e fossero morti.. Risulta chiaro da documentazione giapponese che Iemitsu provava un interesse sadico negli interrogatori dei cristiani catturati». Quella vergognosa storia è stata redenta dal nobile comportamento dei martiri giapponesi. P.C.