MissiOnLine.org Seconde generazioni L’islam che non fa notizia: i ragazzi di «Yalla Italia» "islam", modernità","giovani", "Italia" Figli di immigrati, sono cresciuti da italiani e ragionano sulle identità
30/09/2008 Seconde generazioni L’islam che non fa notizia: i ragazzi di «Yalla Italia» di Paolo Branca Figli di immigrati, sono cresciuti da italiani e ragionano sulle identità
Oltre vent’anni fa, quando ero ancora studente di lingue orientali, con l’incoscienza e l’ingenuità dei principianti, tentai i primi contatti con gli ambienti islamici milanesi: zelanti ma poco idonei leader (spesso italiani convertiti o immigrati che pretendevano di continuare a vivere come se fossero nel loro Paese d’origine) accoglievano con sorrisi di compatimento o aperto rifiuto le mie proposte di «dialogo». Nonostante questi insuccessi, ho sempre cercato di evitare di puntare il dito accusatore o di compilare liste di buoni e di cattivi: una civiltà che ha 14 secoli di storia e una comunità religiosa che raccoglie 1 miliardo e 300 milioni di persone non consentono scorciatoie di questo genere. Negli ultimi anni, però, la situazione è radicalmente mutata: un processo di evoluzione lento, incerto, difficile, ma non per questo meno reale, sta coinvolgendo sempre di più soprattutto giovani e donne appartenenti a famiglie immigrate dal Nordafrica e dal Medio Oriente i quali, senza rinunciare alla loro fede, si sforzano di integrarsi nel nostro Paese.
Da questa constatazione è nata un’esperienza comune di riflessione e di formazione insieme a un gruppo di ragazzi e ragazze dell’associazione Giovani musulmani d’Italia. Nati nel nostro Paese, o arrivatici molto piccoli, hanno frequentato le nostre scuole e si sentono italiani. Cercano le giuste modalità per restare fedeli al loro credo, senza rinunciare a essere giovani come gli altri. Si tratta di una dozzina di ragazzi e ragazze musulmane di Milano e di altre città del nord Italia (Aosta, Novara, Sassuolo e Torino). Si incontrano per chiarirsi le idee circa alcuni punti caldi del confronto islam-modernità, come la questione femminile, la politica, il rapporto fede-ragione... E con il desiderio di svincolarsi da un’immagine marginale e perdente del mondo d’origine, mirando invece a una piena integrazione come cittadini italiani di fede islamica che possano svolgere un ruolo attivo e positivo nella società (alcuni di loro fanno già volontariato al 118, con gli handicappati e persino negli oratori).
Insieme abbiamo preparato il dvd «Conosciamo l’islam: giovani musulmani italiani». Poi - coinvolgendo anche altri giovani arabi (cristiani e laici) - è nata l’idea di pubblicare, una volta al mese, alcune pagine scritte da loro e ospitate dal settimanale Vita. L’inserto si chiama Yalla Italia (che in arabo significa «Dai, andiamo... Italia») e il suo scopo è proprio quello di dar voce a questa nuova generazione che ha tanto da raccontare ma non sa come farsi sentire. Il primo numero l’abbiamo dedicato all’umorismo, dimensione di cui sembrerebbe totalmente priva una cultura che invece ne offre infiniti e spassosi esempi. Chi mai direbbe, ad esempio, che «Sorridi al mondo e il mondo ti sorriderà» è un proverbio arabo? Gli sguardi ottusi dei fondamentalisti, l’implacabile durezza con cui rozzamente sentenziano, stanno pericolosamente diffondendo l’immagine di un intero mondo incapace di leggerezza e d’ironia. Immagine quanto mai irrealistica, che cozza contro la straboccante umanità dei villaggi e delle metropoli del Medio Oriente o del Nordafrica. Figli di un’antica civiltà centrata sulla parola - come e forse persino più di altri - gli arabi col linguaggio amano giocare e divertirsi. Le filastrocche dei bambini, i detti popolari, le barzellette sono da sempre il modo con cui gli umili si prendono almeno qualche rivincita sui prepotenti, sfiorando spesso e talvolta oltrepassando i limiti che altrimenti il buonsenso, la decenza e finanche i dettami delle leggi religiose riterrebbero insormontabili. La strumentalizzazione - da una parte e dall’altra - delle vignette danesi su Maometto non deve trarci in inganno. Purtroppo è vero che i talebani hanno distrutto a colpi di artiglieria la statua del Buddha di Bamyan; ma gli egiziani - musulmani ancor prima di loro - convivono da secoli con i simulacri delle divinità faraoniche senza troppi problemi. Non è dunque con una cultura iconoclasta ad oltranza che abbiamo a che fare.
Il secondo numero è stato invece dedicato ai rapporti tra padri e figli, che hanno inevitabilmente visioni e approcci differenti rispetto alle medesime questioni. Quando una ragazzina di Milano, figlia di un’egiziana e di un italiano, si è sentita proporre di seguire un corso di arabo a scuola ha replicato un po’ stizzita: «Non sono mica un’extracomunitaria». Altri sono stati ben contenti di frequentare questi corsi, ma si trattava principalmente di bambini delle elementari o di ragazzi delle superiori. Questo per dire che il problema dell’identità ha a che fare con molte variabili, come l’ambiente, la fase di crescita che si sta attraversando, i rapporti con la famiglia e il gruppo d’origine da un lato e quello sociale in cui si è inseriti dall’altro. Non si tratta, dunque, di applicare principi o teorie, ma di accompagnare un processo evolutivo complesso e talvolta contraddittorio, in continuo cambiamento, gravido di rischi non meno che di sorprendenti potenzialità.
Il terzo numero ha trattato invece il tema delle vacanze. Per molti ragazzi della seconda generazione di arabi immigrati in Italia si tratta di una sorta di appuntamento fisso col Paese d’origine dei loro genitori. Quante volte hanno sentito mamma e papà, o almeno uno di loro, raccontare qualcosa di «laggiù», sempre con un velo di malinconia, spesso con un taglio tra il favoloso e l’esotico? Eccoli dunque a confrontarsi con un passato che non si sono scelti, che fa parte di un bagaglio ingombrante ma di cui andare anche talvolta orgogliosi, spaesati sia da questa che da quella parte del Mediterraneo, troppo arabi per essere completamente italiani, troppo italiani per essere pienamente arabi. Come affrontano questa sfida? Nel modo più antico e sapiente: barcamenandosi, evitando gli spigoli e sgusciando da troppo aperti ed aspri confronti. Dove sta scritto che si debba decidere una volta per tutte, fare una scelta di campo: o di qua o di là? Non capita spesso anche a noi? Col passare degli anni finiamo tutti per rimpiangere le tavolate attorno alle quali abbiamo passato le ore forse più noiose della nostra vita. Persino lo zio tirchio e megalomane diventa quel gran simpaticone. Coi coetanei è tutta un’altra cosa. Lì si va sul serio: rapporti tra ragazzi e ragazze, fidanzamenti più o meno combinati o contrastati, progetti per il futuro riguardo agli studi o al lavoro... Quanta indipendenza? Quanta obbedienza? E l’Occidente che hanno in mente questi giovani come me - ma cresciuti nel Paese di mamma e papà -, come diavolo hanno fatto a immaginarselo tanto strampalato? Qualcosa si può dire, molto altro rimane un po’ nascosto. Le idee non sono ancora abbastanza chiare, c’è tutta una vita davanti. Di esami, almeno durante le vacanze, è meglio non parlarne.
Si è poi parlato di tanti altri temi: l’anniversario dell’11 settembre, che ha profondamente segnato la loro vita; la ricorrenza del Ramadan, senza scordare i digiuni degli arabi cristiani e degli ebrei che hanno vissuto in Paesi islamici; il modo in cui immaginano la loro vita tra dieci anni; che cosa accade quando l’amore sboccia tra persone di tradizione culturale o religiosa differenti… Lo spirito di amicizia e di complicità che si respira nelle riunioni di redazione è straordinario e cattura sempre nuovi collaboratori. Con loro continueremo sulla stessa linea, partendo da esperienze concrete e da riflessioni comuni su temi di attualità, anche impegnativi e spinosi, ma - ci auguriamo - sempre con leggerezza e, fin dove possibile, col sorriso sulle labbra. Labbra che hanno tanto da dire e che cercano soprattutto orecchi disposti ad ascoltare.