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Latifondisti alleati con le multinazionali: una minaccia per le biodiversità. Ma il leader del Mst, João Pedro Stedile, indica un cambio di strategia: «Occorre collegarsi con i movimenti sociali del Paese»

La globalizzazione neoliberale ha modificato e complicato il problema della terra in Brasile. I vecchi fazendeiros si sono alleati con le grandi transnazionali per sviluppare l’agrobusiness. Le immense risorse naturali e la biodiversità sono minacciate dall’avidità del mercato.
João Pedro Stedile, leader del Movimento dei sem terra, i lavoratori senza terra (Mst), che per vent’anni si è battuto per una riforma agraria «classica», è convinto che alla luce di queste trasformazioni vadano aggiornati metodi, strategie e obiettivi nelle lotte per la terra: «Non basta più occupare i latifondi». Per rispondere efficacemente alle sfide poste del neoliberalismo, l’Mst deve ripensarsi e collegarsi con la fitta rete di movimenti sociali urbani del Paese.
Quali prospettive, allora?
Lo scorso anno, al quinto Congresso nazionale, abbiamo discusso la nostra concezione della riforma agraria e le ragioni per cui essa non è andata avanti. Per vent’anni l’Mst ha lottato per una «riforma agraria classica», che democratizzasse la proprietà della terra nel quadro del capitalismo, facesse uscire le famiglie contadine dalla povertà e collegasse lo sviluppo agricolo a quello industriale. Ma negli ultimi cinque anni a dominare l’agricoltura brasiliana è stato il capitale finanziario internazionale. Quindi per ottenere la riforma agraria bisogna sconfiggere non solo il latifondo arretrato, ma le grandi multinazionali che si sono alleate coi fazendeiros locali per sviluppare l’agrobusiness.
Nel 2002 è stato eletto Lula...
E l’Mst pensava che il governo Lula avrebbe contribuito a una riforma agraria classica, che la sua elezione avrebbe innescato una ripresa del movimento di massa. Per questo motivo nel primo semestre del 2003 duecentomila famiglie occuparono terre. Però non c’è stata una ripresa della mobilitazione popolare nelle città. Il governo ha appoggiato l’agrobusiness, limitandosi a interventi di compensazione sociale, che non intaccavano la struttura fondiaria né quella produttiva. Perciò sono aumentati la concentrazione della proprietà della terra e il controllo delle multinazionali sulla produzione. Ora non basta occupare i latifondi; dobbiamo difendere le risorse naturali e la biodiversità. E collegarci con altri movimenti popolari urbani per sconfiggere il neoliberismo.
Quali movimenti?
Attualmente non ci sono movimenti capaci di aggregare le masse. Quindi puntiamo a evitare che i militanti si disperdano, impegnandoli su temi che diano un minimo di unità. Nel Paese esistono tre fronti: il piccolo Coordinamento nazionale delle lotte (Conlutas), egemonizzato dai trotzkisti e radicato soprattutto tra i dipendenti pubblici; il Coordinamento dei movimenti sociali (Cms), dove si trova la maggioranza riformista del Partito dei lavoratori (Pt), che riunisce la Centrale unica dei lavoratori (Cut), l’Mst, ecc., ma è un’istanza di vertice e non riesce a inserirsi tra la gente per innescare azioni di massa; l’Assemblea popolare (Ap), che raccoglie centinaia di piccole organizzazioni di base ed è egemonizzata dai settori progressisti delle Chiese.
L’Mst dà priorità all’Ap, pur restando nel Cms e lavorando per un’unità tra i tre fronti. Nel 2007 essa si è realizzata nelle grandi manifestazioni promosse il 23 maggio per esprimere l’insoddisfazione per la politica economica. Abbiamo tentato di replicarla nel referendum autogestito sulla rinazionalizzazione della Compagnia Vale do Rio Doce (Cvrd), un colosso nel settore minerario; però la maggioranza del Pt e il settore moderato della Chiesa cattolica non vi hanno partecipato, perché la Cvrd ha dato denaro al partito e a molte diocesi, e neppure il Conlutas si è impegnato, perché per loro è prioritaria la critica al governo.
Che esito ha avuto questo referendum?
Come strumento di pedagogia di massa è stato uno straordinario successo: per un mese 140 mila militanti, tra braccianti, sindacalisti, religiosi, suore, pastori, ecc., hanno realizzato iniziative per spiegare che cos’è la Cvrd, perché è stata venduta nel 1997 per 3,3 miliardi di dollari quando ne valeva già 92, perché è necessario rinazionalizzarla, e via dicendo. Al referendum hanno votato 3,7 milioni di elettori: un dato inferiore alle nostre aspettative, dovuto al fatto che la scheda conteneva 4 domande su questioni del tutto diverse. Nei seggi collocati in luoghi di passaggio ci sono stati pochi votanti, mentre sui posti di lavoro o nelle scuole hanno partecipato tutti.
La Cvrd appartiene al capitale bancario statunitense, produce 7 miliardi di dollari di profitti l’anno, una cifra senza pari nel mondo, perciò la lotta per rinazionalizzarla sarà lunga e coinciderà con la sconfitta del neoliberismo.
Qual è il suo giudizio sul questo secondo mandato di Lula?
Analizzando il XX secolo, Eric Hobsbawm, ha constatato che la sinistra vince le elezioni solo quando il movimento popolare è all’offensiva. Lula c’è riuscito in una fase di riflusso della mobilitazione sociale solo perché parte della borghesia si è alleata con lui, nel timore che la crisi argentina arrivasse anche in Brasile. Pensavamo che questo compromesso fosse il pedaggio da pagare perché Lula arrivasse al governo e promuovesse riforme a favore del popolo, mentre a noi sarebbe toccato stimolare la lotta sociale per innescare una ripresa del movimento popolare.
Ma questa ripresa non è arrivata; la destra ha attaccato senza tregua il governo, che ha fatto marcia indietro, e l’opposizione ha quasi sconfitto Lula al primo turno nel 2006. Al ballottaggio l’attiva partecipazione dei movimenti sociali gli ha dato una vittoria impressionante: 60 per cento, contro il 40. Ma nel comporre il gabinetto Lula si è ulteriormente spostato a destra e oggi il governo è di coalizione, come nel primo mandato, ma è formato da una dozzina di partiti, in maggioranza conservatori, come il Partito del movimento democratico brasiliano. Perciò mutamenti a favore del popolo non arriveranno dal governo Lula, che pure è migliore di uno di destra. Ma solo grazie a una forte organizzazione popolare, con lotte sociali che accumulino forza per un progetto alternativo.
Come vede il ruolo attuale della Chiesa?
Nell’arco di tempo tra la fine della dittatura e il 1989 i settori progressisti delle Chiese cristiane hanno svolto un ruolo importantissimo per rendere consapevole la gente e stimolare la mobilitazione. La maggioranza dei leader popolari di quel periodo è uscita dall’ambito ecclesiale. Poi la Chiesa è diventata più conservatrice e, dal 1990, con la parabola discendente delle lotte sociali anche la Chiesa ha conosciuto un riflusso. Nel maggio 2007, l’ultima elezione ha dato alla presidenza della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile (Cnbb) un carattere maggiormente pluralista.
L’attuale presidente della Cnbb, dom Geraldo Lyrio Rocha, arcivescovo di Mariana, svolge un ruolo moderatore e riformista. È un uomo molto saggio e fedele ai poveri. Ciò è importante, perché la Chiesa cattolica conta ancora molto tra la gente. Tuttavia essa è sempre stata abituata a lavorare con segmenti organizzati del popolo (associazioni di quartiere, comunità ecclesiali di base, sindacati, ecc.), che il neoliberismo ha messo in crisi, mentre non sa farlo con i poveri disorganizzati, tra i quali penetrano le Chiese evangeliche pentecostali: li ingannano con promesse grossolane. La mia sensazione è che nella prossima fase di ripresa delle mobilitazioni popolari la Chiesa cattolica avrà minore influenza.

Da agricoltore a leader
Economista e attivista sociale brasiliano, classe 1953, João Pedro Stedile è l’attuale leader del Movimento dos trabalhadores rurais sem terra (Mst). Figlio di piccoli agricoltori di origine trentina, risiede a San Paolo del Brasile. Ha avuto una formazione marxista; laureato in economia alla Pontificia università cattolica di Rio grande do Sul (Puc-Rs), ha seguito un corso post-laurea di specializzazione presso l’Universidad autónoma de México (Unam).
È stato membro della Commissione dei produttori di uva, dei sindacati dei lavoratori rurali del Rio grande do Sul e consulente della Commissione pastorale della terra (Cpt), sempre nel Rio Grande do Sul. Autore di diversi libri sulla questione agraria, dal 1979 partecipa alle lotte per la riforma agraria. È stato uno dei fondatori dell’Mst, e attualmente è membro della direzione nazionale. (a.a.)
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