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Un tasso di omicidi superiore a qualunque altra città del continente americano; l’incredibile serie di delitti contro giovani donne che negli ultimi dieci anni ha riem pito le pagine dei giornali e tormentato, senza risultato; gli inquirenti messicani; una disoccupazione cronica che favorisce il prosperare dei carteles della droga: Ciudad Juárez, città dello Stato di Chihuahua alla frontiera con il Texas, per padre Franco Tentori è da quasi cinquant’anni terra di missione. Sacerdote dei Servi di Maria originario di Calolziocorte, nel Lecchese, padre Franco ha conosciuto Ciudad Juárez quando contava 150 mila abitanti (e otto sacerdoti), e l’ha vista crescere fino a trasformarsi in una metropoli violenta, affollata da due milioni di persone e angustiata da una situazione sociale disastrosa. Una situazione di cui recentemente ha deciso di occuparsi anche Amnesty International, la cui sezione statunitense ha lanciato una campagna contro l’impunità che ancora caratterizza le continue violenze alle donne di Juárez, e che ha come obiettivi chiave l’«intervento delle autorità federali per assicurare la giustizia nella città» e «una revisione giudiziaria indipendente dei casi su cui ha finora investigato la Procura generale di Chihuahua».
Da quattro parrocchie a ottanta in cinquant’anni, la diocesi ha visto tra i suoi fondatori lo stesso padre Tentori, che oggi è vicario episcopale per le visite pastorali. «Quella di Ciudad Juárez è una missione per molti versi speciale», sembra lasciarsi scappare tra una frase e l’altra questo padre settantacinquenne dall’aria quasi timida e dal sorriso gioviale, che parla senza cercare l’enfasi ma intanto racconta delle vessazioni contro i cattolici, di una società fatta di migranti disperati, di dodicenni della sua parrocchia morti ammazzati o scomparsi nel nulla.
Padre Franco, come è stato il suo approccio al Messico?
Piuttosto forte, devo dire. Sono arrivato nel marzo del ’56, con la famosa nave Andrea Doria, e mi sono trovato catapultato in un contesto dove il cattolicesimo, già forte e radicato, stava uscendo da un periodo di gravi persecuzioni, dove ai preti messicani non era permesso votare e io non potevo vestirmi da religioso. Il mio primo visto è stato da turista, negli Stati Uniti, ma per anni a Ciudad Juárez non ho avuto alcun tipo di documento: ero clandestino. Solo una decina di anni dopo sono riuscito ad ottenere un documento da «consulente tecnico, coordinatore di centri di alfabetizzazione», rilasciatomi a Città del Messico grazie a una sorta di compromesso, visto che la mia opera a livello sociale era utile anche al governo, ma non si poteva tollerare ufficialmente che fossi un religioso. Così si inventarono quella dicitura strana e un po’ complicata, con la quale di solito riuscivo a confondere i funzionari delle dogane senza troppa difficoltà.
Quale fu la sua prima missione?
Mi affidarono alla parrocchia del Carmen, che contava 40 mila persone, dove vivevo insieme a tre altri padri. Il lavoro consisteva essenzialmente nella formazione e nell’apostolato in parrocchia, ma in realtà dovevamo girare costantemente per raggiungere le altre zone della diocesi e le periferie che in quegli anni si riempivano di casupole fatte di fango, abitate soprattutto da immigrati provenienti dal resto dell’America Latina che si concentravano a Ciudad Juárez, città di frontiera, per cercare di entrare negli Stati Uniti. Era una massa di di seredati. Molti di loro magari ottenevano il permesso di andare a lavorare a El Paso, subito al di là del confine, ma quando riuscivano a mettere via abbastanza denaro per ritornare in Messico e condurre una vita dignitosa, regolarmente si vedevano portare via tutto dalla polizia messicana alla frontiera.
Molti però si fermavano a Ciudad Juárez…
Sì. A partire dagli anni Sessanta, infatti, gli Stati Uniti cominciarono a costruire in terra messicana, nelle zone di confine come la nostra, le cosiddette maquiladoras: fabbriche orientate al fabbisogno statunitense, dove si lavorava materiale grezzo importato dagli Usa per esportare poi prodotti finiti come televisioni o parti di automobili, tutto esentasse. Sempre più persone cominciarono a trovare un impiego in queste maquiladoras, dove i salari non erano certo alti ma almeno garantivano la sopravvivenza. L’opposizione del governo e dei sindacati, però, insieme alla recessione dell’economia statunitense, portò gli Stati Uniti a chiudere diverse fabbriche per ria prirle in posti dove le pretese sindacali erano ancora più blande, soprattutto in Cina. Ma gli immigrati rimanevano a Ciudad Juárez, e ci rimanevano senza un lavoro.
Qual era l’opera di voi missionari?
Noi stavamo vicino alla gente e cercavamo di sostenere il popolo nella sua richiesta di un cambiamento politico verso la democrazia. Negli anni Settanta e Ottanta noi missionari e il clero locale cercavamo di sensibilizzare le persone sui loro diritti, anche durante le celebrazioni, benché fosse molto pericoloso. Fare politica in chiesa infatti era assolutamente proibito, il governo ci mandava degli avvertimenti e anche delle spie, per coglierci sul fatto o per inventare qualche scandalo ad hoc. Allora noi predicavamo sul profeta Isaia, senza attaccare direttamente il governo, ma la gente capiva lo stesso il messaggio. I cattolici cominciarono a entrare in politica, in occasione delle elezioni i giovani di Azione cattolica presero l’abitudine di andare a presidiare i seggi, per evitare brogli: spesso tornavano a casa malmenati, ma pian piano le cose cambiarono.
Qual è la situazione oggi?
Oggi godiamo di un po’ più di democrazia e anche la Chiesa è abbastanza libera, anche se ci vengono imposti molti limiti, per esempio nella gestione amministrativa e contabile: i nostri libri delle entrate devono essere consegnati al governo. Per principio, comunque, io e i miei confratelli non abbiamo mai chiesto denaro alla gente per celebrare matrimoni e funerali: certo, è dura perché dobbiamo autosostentarci completamente. Abbiamo il diritto di avere le nostre scuole, ma non riceviamo nessun tipo di sovvenzione e quindi è difficilissimo organizzarci. Inoltre, non solo l’istruzione religiosa resta proibita nelle scuole pubbliche, ma il controllo dello Stato sul sistema educativo si traduce in una politica dell’educazione apertamente anticlericale e antiecclesiastica.
Come riuscite a difendervi da questi attacchi?
È un contesto che influisce fortemente sulla nostra opera missionaria perché, a fianco della preparazione ai sacramenti e delle attività con i catechisti, lavoriamo molto sulla preparazione dei ragazzi che andranno alle superiori, dove si imbatteranno in un ambiente ostile e ideologizzato. Come aiutiamo la gente a difendere i suoi diritti, così in parrocchia formiamo i giovani a sostenere la propria fede e le proprie idee con cognizione di causa, e insegniamo loro che la Chiesa deve occuparsi anche della vita civile. Tra quelli che erano i «miei» ragazzi, oggi ci sono diversi deputati, mentre altri sono emigrati in California e ora sono importanti manager. Uno laggiù è anche diventato sindaco.
Quindi è possibile incidere positivamente anche su un contesto sociale difficile come quello di Ciudad Juárez?
Per fortuna anche in una missione difficile come la nostra si possono gettare dei semi di speranza cristiana. Certo, la quotidianità è dura. La disoccupazione è una delle piaghe più grosse di questa città in costante espansione, che vede arrivare ogni giorno diverse centinaia di immigrati. Alcuni sono pregiudicati in fuga dagli Stati Uniti, la maggior parte invece proviene dalle nazioni più povere dell’America Latina, travagliate dalla guerriglia. Si tratta di persone che sperano di entrare illegalmente negli Stati Uniti, ma che quasi sempre vengono rispedite indietro: molte muoiono nel deserto, moltissime altre vengono arruolate dai carteles per spacciare o passare clandestinamente la droga. Questa è l’unica occupazione che prospera, e che finisce spesso per coinvolgere anche i ragazzini, i quali, diventando piccoli trafficanti non perseguibili dalla legge, guadagnano molto di più dei loro genitori, che se sono fortunati fanno gli operai.
Disoccupazione uguale manodopera facile per il narcotraffico, uguale dilagare della violenza...
L’alto numero di omicidi giornalieri in effetti ha quasi sempre a che fare con il traffico di droga: storie di narcos uccisi perché non pagavano, regolamenti di conti tra bande contrapposte… E un contesto come questo, fatto di violenza quotidiana e povertà, porta inevitabilmente con sé un degrado sociale generalizzato. Anche noi in parrocchia lo viviamo quotidianamente, a partire dai furti indiscriminati (nella nostra chiesa non è rimasto più niente, nemmeno la via crucis!), fino ad arrivare agli omicidi dei sacerdoti: l’ultimo, in ordine di tempo, è di un giovane prete messicano. Senza parlare poi dell’incubo, iniziato dieci anni fa e mai finito, delle ragazze rapite, violentate e assassinate da killer tuttora ignoti: qualche tempo fa è toccato anche a due adolescenti del mio centro giovanile.
Parla delle trecentocinquanta ragazze sparite a Ciudad Juárez e poi ritrovate senza vita e mutilate?
In realtà sono molte di più, ma in una città dove nelle case di fango della periferia nascono e vivono diseredati mai censiti, il conto esatto è impossibile. Quando iniziarono gli omicidi delle ragazze, la polizia disse che si trattava di prostitute, ma invece a sparire erano soprattutto adolescenti, a volte addirittura bambine, molte delle quali lavoravano come operaie e venivano rapite all’uscita dai turni di notte. Tutte erano di struttura minuta, brune e con i capelli lunghi: si pensò a dei serial killer e oggi qualcuno si trova in carcere per alcuni dei delitti, ma le prove continuano a mancare e le donne, anche se finalmente a un ritmo meno serrato, continuano a sparire. In molti di questi casi si sospetta addirittura una copertura della polizia, che è molto corrotta, anche a causa di salari troppo bassi.
Lo scenario che descrive è infernale…
Ed è peggiorato dalla presenza delle cosiddette pandillas: bande giovanili che si spartiscono il territorio a colpi di delitti e omicidi. Giovani disoccupati o ragazzini con famiglie disgregate alle spalle trovano una sorta di comunità e protezione in queste bande, dove però per essere accolti bisogna dimostrare di saper ammazzare. Anche se si hanno tredici anni.
Come potete continuare a lavorare con speranza, voi e i vostri parrocchiani?
Con l’aiuto di Dio andiamo avanti ogni giorno, con ottimismo e gioia, insieme ai laici che in alcuni casi lavorano con un entusiasmo davvero eroico, anche tra le minacce dei signori della droga. Predichiamo, prepariamo ai sacramenti, celebriamo le funzioni e poi ci occupiamo dei bisogni della gente, a partire dai servizi concreti: abbiamo un orfanotrofio, un ricovero, una casa per malati mentali, tutti costruiti con l’aiuto dei poveri. Soprattutto stiamo vicini ai giovani, e mettiamo in guardia le persone dalle lusinghe delle nuove sètte religiose, che proliferano approfittando della povertà per fare proseliti, ma poi sfruttano le persone. Bisogna lavorare senza sosta e senza perdersi d’animo, cercando di creare solidarietà tra i barrios, i quartieri, per rafforzare la coscienza di appartenere a una comunità cristiana. È una sfida enorme, ma d’altra parte questa è la missione.