26/03/2008 Intervista / Fabio Pipinato: serve una cooperazione che rifletta «Ong, no ai proiettifici che generano mostri» di Emanuela Citterio
«Chi fa cooperazione internazionale dovrebbe imparare dalle multinazionali del farmaco».
Prego?
«Vanno nelle società più remote, io le ho incontrate in Centrafrica presso i pigmei. Gente che si era fatta 80 chilometri a piedi, dopo 350 di strada sterrata. Ai pigmei, che da sempre utilizzano la foresta come una farmacia a cielo aperto e conoscono le proprietà di centinaia di erbe, chiedevano informazioni per carpire i principi attivi delle piante».
Cosa c’entra la cooperazione?
«Dovrebbe essere più egoista. Dovrebbe carpire i “principi attivi” delle culture che incontra. Sono poche le ong che riescono a creare una relazione reciproca. Facciamo fatica a immaginare per esempio dei cooperanti del Sud del mondo che vengono qui per animare le nostre scuole, le nostre comunità, per dare valore alla nostra vita. Secondo studi recenti, le persone più felici vivrebbero in Tanzania. Allora perché la Tanzania non può contribuire a rendere più felici noi europei facilitandoci nelle relazioni reciproche? La cooperazione dovrebbe riconoscere l’ovvietà di questo scambio, invece gli abitanti del Sud sono visti solo come gente da aiutare».
Fabio Pipinato è l’autore di «Cooperazione, micro suggerimenti per la solidarietà internazionale», una sorta di dizionario della cooperazione nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo (ma non solo). Non un libro ma un testo interattivo. Aperto ai contributi. Chi vuole dare il proprio può scaricare le pagine dal sito www.unimondo.it e inviare commenti. Pipinato - già cooperante in Ruanda, Kenya e altri Paesi africani è ora direttore del portale Unimondo sulla solidarietà internazionale. Con World social agenda e insieme a ong e associazioni trentine ha promosso la «Carta di Trento per una migliore cooperazione». Un documento anch’esso interattivo e in fieri, presentato il 14 marzo a Trento durante un convegno cui hanno partecipato ong italiane, enti locali ed esponenti del governo che si occupano di aiuto allo sviluppo.
Perché da Trento è partito l’invito una migliore cooperazione?
«Crediamo sia urgente condividere per creare pensiero fra chi fa cooperazione internazionale. Le ong oggi sono brave a elaborare progetti su progetti, credo invece sia essenziale fermarsi a valutare cosa sono stati questi sessant’anni di cooperazione. Mancano otto anni al 2015, la dead line tracciata dall’Onu per dimezzare la povertà nel mondo. La Carta di Trento è una provocazione per dire alle ong: smettiamo di continuare a chiedere solo lo 0,7 per cento del Pil per l’aiuto allo sviluppo. Sappiamo che anche le risorse sono importanti, ma chiediamoci prima per “cosa” e “come”. Chiediamoci il perché delle buone pratiche e dei fallimenti. Insomma, rallentiamo. Siamo contrari a una solidarietà internazionale ridotta a “progettificio”. Bisognerebbe che i donatori imponessero delle pause di riflessione alle ong, che oggi prolificano, inseguono i bandi dalla città fino all’Onu. Per avere che cosa? Più donatori che finanzino più progetti in più Paesi? Non si rischia di perdere l’occasione per curare le relazioni profonde con la controparte? Insomma, il “fare per fare” disgiungendo il pensiero dall’azione non ci convince. Si potrebbero creare degli autistici anziché dei cooperanti».
Per esempio?
«Ero in Kenya da tre anni quando è giunta in visita una cooperante che si occupava di ambiente, amica della scrittrice Kuki Gallmann. Mi ha subito chiesto di quanti progetti mi occupassi. Le ho risposto che accudivo la famiglia perché era mia moglie la cooperante. Scandalizzata della mia inefficienza mi ha rinfacciato che in quindici giorni lei aveva messo in piedi ben sette progetti. Ecco, la gente di Nyahururu, tra cui vivevo, che munge la mucca al mattino, bada alle capre e porta a scuola i figli - che fa insomma cose normali - vede questi “alieni” che arrivano, sfornano un progetto dietro l’altro per “creare sviluppo” e poi se ne vanno via. L’Africa è piena di cattedrali nel deserto, di progetti importati e poi falliti».
Se la cooperazione non è (solo) fare progetti di sviluppo, in che cosa consiste?
«Credo che fare buona cooperazione sia essenzialmente creare buone relazioni. In Kenya per tre anni abbiamo discusso con la gente della comunità di Nyahururu di non violenza e risoluzione pacifica dei conflitti, scambiandoci quello che sapevamo noi europei con quello che avevano da insegnarci loro. Alla fine ci siamo detti che non avevamo costruito nulla. Ma a tre anni di distanza, quando c’è stato il conflitto elettorale in Kenya, la gente di Nyahururu ha mobilitato tutta la comunità e i leader delle diverse religioni per una grande manifestazione per la pace, e l’organizzazione Saint Martin per cui lavoravo ha raccolto denaro per acquistare una pagina del principale quotidiano del Kenya per chiedere al presidente eletto e al suo oppositore di trovare un accordo. Le tante serate passate a discutere, i tanti seminari di formazione che sembravano inutili hanno invece lasciato degli strumenti che poi sono tornati utili, sono serviti a fare un’elaborazione culturale».
Chi è il buon cooperante?
«Una persona normale, che cerca di vedere in modo “orizzontale”, evitando l’asimmetria di uno sguardo dall’alto al basso di chi impone la verità con la forza o di chi fa la carità, un atteggiamento che alla fine rende ipovedenti. Per farlo deve compiere innanzitutto un lavoro su sé stesso, destrutturare il complesso di superiorità che è tipico dell’uomo tecnologico, da primo mondo. In modo da poter vedere il suo partner, ed elaborare insieme un percorso».
Cosa non funziona nelle ong italiane?
«Per esempio mancano i giovani nei luoghi di decisione. Un problema che in Italia riguarda non solo la politica, ma anche l’associazionismo e il terzo settore. L’impegno dei giovani c’è, ma è sporadico. Forse anche perché non viene offerto loro uno spazio che non sia meramente esecutivo. Poi abbiamo il rovescio della medaglia: giovani sbattuti nei Paesi del Sud del mondo cui viene dato uno strapotere, che devono amministrare soldi e persone in modo non proporzionale alle proprie conoscenze. C’è anche molto buonismo».
Ovvero?
«Cuori generosi e poca formazione. È un atteggiamento diffuso soprattutto tra le persone di una certa età: partono per l’Africa con le migliori intenzioni ma vanno “ad aiutare”, con l’atteggiamento del “so io come si fa”, “so io di cosa hanno bisogno loro”».
Come invertire la rotta?
«Dovremmo imparare a vedere tutti i territori come luoghi dove anch’io mi arricchisco, acquisisco competenze, come in ogni relazione. Il problema è cambiare paradigma, entrare in un nuovo mondo fatto di relazioni orizzontali. Ma entrare in una relazione comporta fatica, perché ogni rapporto autentico arricchisce ma crea anche una ferita. Più facile fare una donazione o dare il mio obolo. Ho l’impressione che spesso la Chiesa alimenti questa visione del missionario che va ad aiutare, che va solo per dare».
Nel suo libro parla di cooperazione fra comunità. È il futuro?
«Per adesso abbiamo visto che le cooperazioni migliori sono quelle che coinvolgono a fondo entrambe le comunità, quella di partenza del volontario e quella dove va a operare. È ciò che John Galtung auspicava per diminuire il conflitto a livello internazionale: dobbiamo creare «sorellanza» fra comunità diverse. Una sorellanza radicata e non superficiale».
Belle utopie, direbbe qualcuno…
«Non è così. Quando è scoppiata la crisi in Kenya il mio paesino in provincia di Trento ha invitato alcuni kenyoti a spiegare quello che era successo, c’era il desiderio di capire perché c’era una storia di relazioni. La stessa cosa è avvenuta dall’altra parte. Quando sono stati diminuiti i fondi al Forum trentino per la pace, la comunità di Nyahururu ha organizzato una colletta, raccogliendo fagioli, galline e uova. E al presidente della Provincia di Trento è arrivato un assegno di mille euro per continuare l’esperienza di formazione. Il Sud ci ha salvato».