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«Sono passati esattamente due anni dalla morte di don Andrea. E noi siamo tornati come pellegrini in questo luogo santo, per pregare, per ricordare e per attingere dalla ricchezza della sua testimonianza un nuovo vigore evangelico». È con queste parole che mons. Vincenzo Paglia, vescovo di Terni e responsabile nella Conferenza episcopale italiana della Commissione per il dialogo ecumenico e interreligioso ,ha iniziato l’omelia della Messa celebrata nella piccola chiesa di santa Maria a Trabzon, città turca sul mar Nero dove il 5 febbraio 2006 è stato assassinato il suo caro amico don Andrea Santoro.
Raccolti attorno al vescovo di Terni, il vescovo dell’Anatolia mons. Luigi Padovese, Maddalena Santoro, sorella del sacerdote ucciso e un gruppetto di religiosi e religiose provenienti dalle piccole comunità cristiane sparse sul territorio dell’Anatolia.
La Messa, celebrata in italiano con alcune parti in turco, si è svolta poi con molta semplicità, discrezione e serenità. Presenti, fedelissime, anche due delle tre georgiane che proprio poco prima dell’uccisione del prete avevano «osato» invitare il Papa in Turchia con un’accorata lettera di presentazione della loro situazione e della vita dei cristiani in Turchia. Con tanta semplicità hanno posto un mazzo di fiori sulla panca dove don Andrea è stato ucciso. Insieme a loro anche un gruppetto di fedeli turchi, ortodossi e protestanti, che con orgoglio hanno detto che mentre tutti dopo la morte di don Andrea sono scappati, loro hanno continuato con fedeltà a partecipare alle preghiere che si tengono in questa chiesa: «Non abbiamo paura di nessuno, temiamo solo Dio».
Eppure motivi per avere paura ce ne sarebbero. Dopo l’uccisone di don Andrea molte sono state le minacce e le aggressioni subite da parte dei cristiani e sacerdoti in Turchia. La lista è lunga: ultimo il ferimento di padre Adriano Franchini con un’arma da taglio allo stomaco il 12 dicembre 2007; e prima di lui quello di padre Roberto Ferrari, minacciato con un coltello da kebab nella chiesa di Mersin l’11 marzo 2006; padre Pierre Brunissen, accoltellato in un fianco il 2 luglio 2006 fuori della sua parrocchia a Samsun.
Questi tre attentati si sono conclusi senza conseguenze fatali. Non così è stato per il giornalista armeno Hrant Dink ,assassinato il 19 gennaio 2007 appena fuori dalla sua redazione in una via affollata di Istanbul. E ancora più tragica la morte il 18 aprile 2007 di tre cristiani protestanti, tra cui uno tedesco, torturati, incaprettati e uccisi a coltellate mentre lavoravano a Malatya nella casa editrice Zirve, che pubblica Bibbie e libri di matrice religiosa cristiana.
Strano a dirsi, tutti i colpevoli sono giovani turchi, ritenuti «squilibrati, pazzi, deboli mentalmente». E a margine delle indagini si dichiara che tutti, ma proprio tutti, sono arrivati a compiere questi gesti dopo aver letto, visto, consultato su internet o in televisione delle attività «missionarie» di questi cristiani, religiosi o laici che siano. Pochi ormai credono che si tratti solo di fatti isolati e di coincidenze. Alla fine di gennaio un’inchiesta della procura di Istanbul ha portato alla luce l’organizzazione terroristica turca Ergenekon. Militari, mafiosi e avvocati ultranazionalisti che avevano nel mirino politici curdi, giornalisti e il Nobel Orhan Pamuk. E a loro si potrebbero attribuire i fatti di sangue che hanno terrorizzato la Turchia negli ultimi due anni. Qualcosa, dunque si sta muovendo.
Interessante e significativo, inoltre, quest’anno per la prima volta era presente in chiesa anche il vice muftì della regione di Trabzon. E in rappresentanza del ministro degli Affari religiosi di Turchia, commosso ma determinato, davanti ad un nugolo di giornalisti e poliziotti, dal pulpito dell’altare ha rivolto a tutti un breve discorso di condoglianze. «La nostra religione condanna esplicitamente la violenza e l’omicidio - ha proclamato -. Dio ci ha creati liberi e quindi ogni essere umano è libero di scegliere il proprio credo e la propria fede. Siamo qui a pregare insieme per la pace nel mondo, dispiaciuti per quanta violenza avviene ancora in questa terra. Condanniamo ogni forma di terrorismo e diamo a tutti voi il benvenuto nella nostra città».
Un benvenuto speciale è stato dato a don Giuliano Lonati, sacerdote fidei donum della diocesi di Milano, venuto a prestare il suo servizio a Samsun - città turca sempre sul mar Nero, a 300 chilometri da Trabzon - con il desiderio di raccogliere l’eredità di don Andrea e seguire il suo invito a voler «essere presente in questo mondo mediorientale semplicemente come cristiano, sale nella minestra, lievito nella pasta, luce nella stanza, finestra tra muri innalzati, ponte tra rive opposte, offerta di riconciliazione».
Originario di Bareggio, nell’hinterland milanese, 65 anni, ha alle spalle 3 anni di missione in Eritrea e 8 in Perù sulle Ande. Tempra da montanaro, anziché essere spaventato da una situazione complessa e intrigata come quella della realtà religiosa in Turchia, sfavilla gioia da tutti i pori. «Sono emozionato e molto contento - continua a ripetere a tutti -, non mi sembra ancora vero di essere qui nella terra dove è nato Paolo, dove sono maturate le comunità cristiane, dove si sono celebrati i grandi concili come Nicea, Efeso, Calcedonia, Costantinopoli».
«Le autorità turche mi hanno subito concesso il permesso di soggiorno - aggiunge - e così si corona un sogno coltivato a lungo nella mia vita: poter essere strumento di pace e di riconciliazione in questo guazzabuglio di fedi e culture diverse». Con questo spirito la Chiesa ambrosiana con don Giuliano è partita per la Turchia, nella speranza che questo sia solo l’inizio di un fruttuoso «gemellaggio».