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Non solo preti e religiose, ma anche tanti catechisti sono stati uccisi a causa della loro fede. Un libro prova a farli uscire dall'oblio

Si chiamava Simon Kayimbi: era un collaboratore laico di un prete (anch’egli congolese), don François Djikulo, della diocesi di Manono. Entrambi sono stati uccisi selvaggiamente nell’estate 2005, a Mutendele, al termine di quella che voleva essere una missione di pace presso il capo ribelle Kyungu Kyungu, per convincerlo a deporre le armi. Nel sobrio resoconto dell’agenzia Fides, il nome di Si¬mon affiora, quasi incidentalmente, tra le righe della minibiografia di don François. Ma di lui non è dato sapere altro.
Ieri come oggi, la storia della Chiesa africana è costantemente segnata dalla testimonianza dei laici, non di rado dal loro martirio. Eppure troppo poco sappiamo, sin qui, di tali vicende di fedeltà evangelica, di amore gratuito; testimonianze preziose, immerse nella quotidianità, spesso coraggiose ai limiti dell’eroico.
A sottrarre dall’oblio alcune di queste storie ci prova Che le loro vite siano raccontate, un volumetto targato Emi, da pochi mesi in libreria. Non ce ne vorranno i diretti interessati, ma né il titolo né l’immagine di copertina trasmettono con immediatezza al lettore il contenuto del libro. Ed è un peccato, perché le 33 storie di martirio ivi raccolte, relative a 8 Paesi africani dove operano i missionari comboniani, sono racconti molto eloquenti e hanno il merito di non cadere in una facile agiografia. Anche perché - come recita l’introduzione - «lo sforzo degli autori è stato quello di raccontare solo ciò di cui erano sicuri e di separare le dicerie da ciò che è stato possibile verificare grazie al confronto tra molteplici fonti».

A firmare il libro sono Louis Kalonji e padre Neno Contran, missionario comboniano, 74 anni, una lunga esperienza giornalistica alle spalle, oggi direttore della rivista Afriquespoir a Kinshasa. Padre Con¬tran ha dedicato diversi volumi ai martiri africani di ieri e di oggi: nel 1990 dava alle stampe E quel prete, cosa aspettate ad ucciderlo? (52 storie di sacerdoti africani uccisi fra il 1959 e il 1989); nel 1996 usciva They are a target (profili di 260 sacerdoti africani uccisi); nel 2004 Ils vous ont guettées (230 religiose uccise in mezzo secolo) e, infine, Que leur vie soit racontée, dedicato appunto ai laici (ben 245 le storie raccolte nell’originale apparso a Kinshasa nel 2007).
Stavolta i protagonisti sono i «cristiani semplici» che hanno dato la vita per Cristo: quei laici che in molti contesti del Sud del mondo (in Africa ma non solo) costituiscono, pur con tutte le loro fragilità, la spina dorsale delle comunità cristiane locali e rappresentano spesso il segreto della loro energia.
Figure del genere erano già state riproposte alla venerazione dei credenti di tutto il mondo in occasione del Giubileo del 2000. Sfo¬glian¬do Il secolo dei martiri di Andrea Ric¬cardi, ad esempio, ci si imbatte nella storia di Isidore Bakanja, un operaio congolese che - siamo nei primi decenni del Nove¬cento - lavorava in una piantagione alle dipendenze della Società anonima belga: Giovanni Paolo II lo ha beatificato nel 1994 per la sua coraggiosa testimonianza.
E come dimenticare la vicenda, dolorosissima e luminosa, dei seminaristi di Buta, in Burundi, hutu e tutsi, sterminati in 44, il 30 aprile 1997, nel pieno della guerra etnica, per non essersi voluti separare gli uni dagli altri? La testimonianza di Jolique Rusimbamigera, sopravvissuto, venne riproposta in occasione della solenne celebrazione ecumenica dei martiri il 7 maggio 2000 al Colosseo (cfr M.M., maggio 1998, p. 48).
Quelle narrate da padre Contran e da Lousi Kalonji sono storie che si inseriscono in questa scia luminosa di fede vissuta sino al dono estremo di sé. «Storie scritte da laiche e laici africani che ci ricordano quanto l’evangelizzazione dell’Africa - e i frutti di vita nuova che l’hanno testimoniata e accompagnata - siano dovuti in massima parte a loro», scrive nell’introduzione padre Alberto Peluc¬chi, superiore provinciale italiano dei comboniani. E aggiunge: «Storie di uomini e donne la cui fede e fedeltà al Si¬gno¬re e ai valori del suo regno ci hanno sostenuto e continuano a sostenerci quando noi, annunciatori e testimoni, pecchiamo di poca fede nel Vangelo e di scarsa fedeltà alla vita nuova che questo porta».

Aloysius Kamau, un insegnante keniano, è uno dei nomi indimenticabili del libro. Nel 1952, all’età di 23 anni, viene arrestato dalla polizia coloniale inglese perché sospettato di far parte degli indipendentisti mau-mau. Fortemente anti-cristiani, i mau-mau impongono ai loro adepti un giuramento di fedeltà che comporta l’abiura della propria fede. Ma Aloysius non ha mai fatto parte dei mau-mau: il suo arresto è frutto di un equivoco. Tant’è che quando i ribelli gli intimano di giurare, il giovane insegnante cattolico si oppone; per convincerlo gli rapiscono  la fidanzata, Julie, ma egli non demorde. Alla sorella Lucie, che lo invitava a fuggire per scampare i mau-mau, dice: «Anche se andassi altrove, sento che mi uccideranno. Quando sentirai che io sono morto, fai celebrare una Messa per me, per ringraziare il Signore che permette che io affronti il coltello». Il 2 aprile 1953 i mau-mau tendono una im¬boscata al catechista. Ma il giovane non indietreggia, pur sapendo di rischiare la vita: «Io non presterò mai giuramento. Fate di me quello che volete. Gesù è con me». La fine cui va in¬contro è terribile. Uno dei suoi carnefici, a distanza di tempo, confesserà: «Lo abbiamo letteralmente fatto a pezzi come si fa con una cipolla».
Non bisogna pensare, tuttavia, ai laici martiri africani come a «Superman» della fede. Come tutti gli esseri umani - come lo stesso Cristo nel Get¬semani -, anch’essi avvertono l’angoscia, provano la tentazione del tradimento.
È il caso di Addugnà (Fortu¬nato) Mekonen, ucciso il 4 maggio 1971 in Etiopia, nel pieno delle tensioni con l’Eritrea divenuta indipendente l’anno prima. Lo ammazzano con l’accusa di nascondere volantini di propaganda politica; accusa falsa, visto che alla sua morte troveranno su di lui solo cassette di musica religiosa. Rievocando le ultime ore di Addu¬gnà, un testimone oculare racconta: «Il lunedì di Pasqua del 1971, Addugnà fece colazione con altri giovani della missione. Prima di lasciarci andò a salutare le suore e - me lo ricordo perfettamente - piangeva. Si vedeva benissimo che quel giorno aveva paura».
Al credente di oggi alcune di queste figure e le espressioni che accompagnano il martirio possono sembrare anacronistiche o «eccessive». Al momento di consegnarsi  ai suoi carnefici - siamo nel 1954 in Kenya - Dionisio Wachira dichiara: «Datemi il passaporto per il Cielo». In realtà, siamo in presenza di testimonianze talmente eloquenti da risultare quasi imbarazzanti, tanto la fede è limpida e chiara la coscienza che la fede è un rischio.
Leggendo le storie raccolte in Che le loro vite siano raccontate, peraltro, ci si imbatte in molte delle vicende storiche, recenti e non, che hanno segnato la travagliata storia del continente africano e delle sue popolazioni: guerre, genocidi...
Un esempio? Il 16 febbraio 1992 i soldati del dittatore Mobutu spararono sui cattolici che manifestavano pacificamente per le vie di Kinshasa.  Una delle trenta vittime si chiamava Henriette Lusangi, 45 anni, madre di nove figli, impegnata nella Legione di Maria. Aveva deciso di partecipare alla manifestazione, rosario in mano, nonostante in sogno avesse immaginato un massacro.
 
Qualcuno potrebbe pensare che la parola martirio sia eccessiva per talune vicende, dove più che di odium fidei, siamo in presenza di gesti d’amore. A costoro si potrebbe ricordare che, grazie a Giovanni Paolo II, veneriamo come santo Mas¬similiano Kolbe in quanto «martire della carità». E tale possiamo considerare anche Jean-Pierre Bagaza Kasombo, uno dei testimoni proposti da «Che le loro vite siano raccontate». Congolese, classe 1956, laureato in pedagogia, Jean-Pierre faceva l’insegnante ed era molto impegnato in parrocchia. Nel ’97, nel quartiere della capitale Kinshasa dove abita, suo fratello Prospère viene indicato come la causa di una serie di decessi; quando una folla inferocita si precipita a colpire il presunto colpevole, Jean-Pierre libera Prospère, ma il giorno dopo morirà a causa delle percosse ricevute.
«Nel presentare queste figure - annotano gli autori - non c’è in noi spirito di rivalsa; desideriamo solo raccontare. “Un popolo o una Chiesa che non fa memoria dei propri martiri - ha scritto mons. Pedro Casaldáliga - non è degno di sopravvivere”». L’invito del titolo «Che le loro vite siano raccontate» - del resto - è un appello che Gio¬vanni Paolo II rivolse ai vescovi inglesi nel 1997.

E allora è giusto fare memoria anche di alcune giovani cristiane africane che hanno preservato la loro dignità a costo di perire sotto i colpi degli assalitori, sulla scia di suor Maria-Clementina Anuarite Nengapeta, la prima beata africana dei tempi moderni, morta sotto i colpi del machete il 1° dicembre 1964, nella cittadina di Paulis (oggi Isiro), in Congo. Ragazze come Thèrèse Jillo, keniana, uccisa nel 1987 da due aggressori. O come Madeleine Ki¬kwangire, ugandese, e Pascasia Munguhashire, congolese: entrambe preferiscono la morte alla violazione del proprio corpo. Al funerale di quest’ultima, il sacerdote della sua parrocchia dirà: «Sono stato impressionato, Pa¬sca¬sia, dalle tue virtù. Mi ricordo il consiglio che tu hai dato ai tuoi fratelli e alle tue sorelle: “Non siate mai una pietra d’inciampo per gli altri”. Amavi cantare quella bella canzone in mashi: “Io ho donato la mia vita a Gesù. A chi avete donato la vostra?”. Non ti dimenticheremo».
«Il numero dei martiri che ricordiamo - annotano gli autori nell’introduzione - è piccolissimo rispetto alla schiera di coloro che, nel nostro continente, hanno dato la vita per Dio e i suoi valori».
Ebbene, in vista di una prossima, nuova edizione di Che le loro vite siano raccontate, ci permettiamo di suggerire una storia, raccolta da Rodolfo Casadei, collaboratore di Mondo e Missione. Ha per protagonista un catechista ruandese, Jeanmarie Jacumba. Di etnia hutu, denunciava la violenza dei suoi consanguinei contro i tutsi; a motivo dell’opposizione al genocidio in corso nella primavera 1994, la sua casa era stata assalita e data alle fiamme. Nono¬stante ciò, Ja¬cumba un giorno si reca alla sede delle milizie, avendo saputo che uno dei comandanti era un suo catechista, e davanti a tutti gli intima di cessare le violenze. Per tutta risposta viene fatto prigioniero e condannato a morire senza processo. Lo portano al fiume Niabarongo. Lì, secondo i testimoni, Jeanmarie, dopo aver pregato i presenti di prendersi cura della sua famiglia, ricorda a tutti che sta per morire giovane, all’età di  trentatré anni. Come nostro Signore.


Presto sugli altari i martiri giapponesi
Il 24 novembre prossimo a Nagasaki avrà luogo la beatificazione dei 188 martiri giapponesi uccisi nel XVII secolo. Alla cerimonia prenderà parte, come inviato speciale del Papa, il card. Saraiva Martins, prefetto della Congregazione per le cause dei santi. Oltre 20 mila fedeli hanno già dichiarato - riferisce AsiaNews - di voler intervenire alla Messa di beatificazione. Si tratta, infatti, di un importante evento per la Chiesa giapponese, numericamente marginale (450 mila fedeli su una popolazione di 120 milioni di persone).
Ebbene, se in riferimento a tali martiri solitamente si parla di «padre Kibe e dei suoi 187 compagni», non va però dimenticato che la maggioranza del gruppo è costituita da laici, tra cui molti bambini e parecchie donne, tutti uccisi a motivo della loro fede nel periodo che va dal 1603 al 1639.
In una lettera indirizzata ai cattolici giapponesi in vista della beatificazione, il vescovo di Tokyo, mons. Takeo Okada, scrive: «Spero che tutti noi riusciremo a tenere nel cuore il significato di questa decisione e il tesoro rappresentato dalla fede che i nostri predecessori ci hanno lasciato, anche con il sangue».
La figura più nota del gruppo è padre Pietro Kassui Kibe. Convertito al cristianesimo, fuggito dalla persecuzione, giunge a Roma: entra nella Compagnia di Gesù e viene ordinato sacerdote. Tornato in Giappone, nel 1639 viene catturato, torturato e, infine, ucciso a Tokyo.
Stando a quanto scrive America, la rivista dei gesuiti Usa, la vicenda dei 188 martiri giapponesi - già al centro del celebre romanzo Silence delllo scrittore Shusaku Endo - sarà proposta prossimamemente sul grande schermo dal regista Marin Scorsese.           (g.f.)


Il Libro
Amare in terre pericolose. Titolo suggestivo per un libretto (San Paolo, 2008) di Henry J. Nouwen, sacerdote e scrittore, incentrato sulla figura di padre Tanley Francis Rother, missionario dell’arcidiocesi di Oklahoma City, per tredici anni parroco di Santiago di Atitlán, in Guatemala, fino al suo assassinio nel 1981.
Ma è l’intera comunità a soffrire e morire assieme a lui. Nel 1980 il governo guatemalteco avviò una campagna di terrore contro la popolazione civile della regione del lago Atitlán per spezzare il sostegno che questa dava all’opposizione armata. Assieme a padre Tanley e altri sacerdoti, hanno versato il loro sangue anche numerosi catechisti laici.      (a.a.)


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