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La società civile guineense non sta a guardare. E neppure la Chiesa, piccola minoranza in un Paese che conta neppure il 10 per cento di cristiani, su un milione e mezzo di abitanti. Di fronte al dilagare del narcotraffico, mons. José Camnate Na Bissign, vescovo di Bissau dal 2000 e primo presule guineense (di etnia balanta, la più numerosa delle 30 che abitano il Paese), ha espresso più volte parole dure. Una denuncia forte, ribadita durante l’omelia in occasione della solennità dell’Imma-colata, l’8 dicembre scorso, durante il pellegrinaggio nazionale al santuario di Nostra Signora della Natività che sorge nella città di Cacheu, nel nord-est della piccola e fragile Repubblica africana.
«A volte sentiamo giustificare il narcotraffico facendo appello alla miseria del Paese, lo si considera come strada per liberarsi dalla povertà: non possiamo tralasciare di denunciare questo equivoco pericoloso e deleterio - ha detto a chiare lettere mons. Camnate -. L’arricchimento facile e solo di alcuni non è il cammino del futuro per tutto il popolo, ma creerà solo confusione di valori e maggiori disuguaglianze e discriminazioni. Puntiamo, invece, su una politica di formazione, offrendo alle generazioni più giovani un’educazione appropriata, e apriremo strade migliori di quelle della droga, portatrice di morte».
E, ancora, «a partire dalla nostra dottrina sociale, non possiamo non gridare che non tutti i mezzi sono legittimi per raggiungere un fine. Corru-zione, ingiustizia, facili lucri ottenuti senza lavoro non possono generare un benessere sociale. È possibile uscire dalla situazione di miseria in cui siamo: abbiamo delle alternative. Una di queste è l’utilizzo intelligente delle nostre risorse».
Un discorso senza mezzi termini, quello del vescovo di Bissau. Ad esso seguirà, nei prossimi mesi, un documento ufficiale. Intanto, in occasione del Natale - insieme al pastore della diocesi di Bafatá, mons. Carlos Pedro Zilli, missionario del Pime -, mons. Camnate Na Bissign ha inviato un messaggio «ai cristiani e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà».
I due vescovi sono tornati sul problema del narcotraffico, «che costituisce per noi pastori una preoccupazione speciale», perché si tratta di un «commercio ingannevole e altamente nocivo»: promette guadagni rapidi ma sulla pelle di chi consuma la droga (una minoranza di guineensi, una moltitudine di europei), con «gravi conseguenze per la famiglia e per la società». Gravi conseguenze di cui non si è ancora del tutto consapevoli: «Ci sembra che la popolazione non si renda conto dell’estensione e della gravità morale del narcotraffico, a motivo del quale il nostro Paese viene spesso citato in tutto il mondo, per nostra vergogna». Non è mancato nelle parole dei pastori un forte monito alle autorità del Paese e alla comunità internazionale, perché passino «dalle parole ai fatti, agendo legalmente ma con severità contro tutti coloro che perseverano su questa strada rovinosa per la nazione». E l’appello è rivolto anche a tutta la cittadinanza, perché «assuma con fermezza la sua responsabilità in questo campo».
I cittadini, infatti, non restano inerti di fronte al dilagare del narcotraffico, anzi. Numerose denunce della drammatica situazione sono partite da associazioni e da giornalisti: dalla Lega guineense dei diritti umani a Reporter senza frontiere. «Una spinta al cambiamento di mentalità nata dopo la guerra civile scoppiata nel ’98: prima c’erano già alcune onlus, ma il loro numero è cresciuto, aggregando molti giovani e adulti. La gente non è rassegnata», sostiene mons. Camnate.
Lo conferma il francescano padre Mi-chael Daniels, italo-statunitense, approdato in Guinea Bissau alla fine del 2005. Nel Paese i frati minori italiani sono arrivati nel 1955, partendo dal Veneto (quelli portoghesi erano sbarcati già nel ’32); fra loro, padre Settimio Ferrazzetta, che sarà il primo vescovo della Guinea Bis-sau, molto amato dalla gente. Oggi la Custodia conta una trentina di frati in otto fraternità; quella di padre Michael si trova a Bissau.
Parroco della cattedrale, Nostra Signora della Candelária, il francescano si occupa anche della pastorale dei detenuti, insieme a un confratello, alcune religiose e laici. «Ho iniziato durante la Quaresima del 2006, su proposta di alcuni laici; poi il vescovo Camnate ha chiesto che qualcuno svolgesse questo servizio. È un apostolato che esige fedeltà», sottolinea padre Daniels, delineando la tipologia dei carcerati incontrati; tra loro - oltre ai colpevoli di omicidio, furto, truffa - anche alcuni spacciatori e pochi tossicodipendenti, per i quali esiste una sola comunità di recupero: quella aperta da qualche anno a Quinhamel, vicino alla capitale, da padre Domingos Tè, pastore evangelico.
«Si tratta soprattutto di guineensi di varie etnie, giovani ma anche adulti, raramente di extra-africani. Alcuni colombiani sono rimasti in cella forse 48 ore, poi scomparsi. Il denaro...». Già, la corruzione. Una tentazione costante, che regala a chi è nel giro auto di grossa cilindrata e cellulari di grido: «Il traffico è “pacificamente” protetto e non se ne parla apparentemente - denuncia il cappellano -. Gli spacciatori non si nominano, altrimenti militari e polizia come farebbero a vendere? Sono i primi in causa! C’è inerzia e incapacità di vedere una soluzione. Sfiducia non si può dire, perché la rassegnazione qui diventa connivenza; del resto, se i primi protettori interessati e beneficiari della droga sono alcuni uomini politici e d’arma, nessun’accusa facendo nomi: si rischia la morte. Questa è una dittatura col nome di Repubblica».
Accuse pesanti, quelle di padre Michael. Che intravede solo soluzioni radicali, non certo di semplice attuazione: «Bisognerebbe rimuovere quasi tutti i graduati militari e polizia e far funzionare la giustizia, perseguendo il bene comune nella totale legalità. Dove regnano le armi, il cambiamento può solo arrivare da misure drastiche, adottate dai Paesi che finora hanno sostenuto la Guinea Bissau: cessare ogni aiuto finché vengano eseguite e messe in pratica) alcune precise direttive per arginare il narcotraffico».
Non solo: i luoghi di detenzione - tre in tutto il Paese, dopo che il penitenziario della capitale è stato distrutto durante gli anni della guerra civile - presentano condizioni di estremo degrado: «Gli ambienti che fanno da carcere sono molto malridotti e sporchi, senza la garanzia della sicurezza e condizioni di rispetto per i diritti fondamentali quali salute e assistenza medica, processi e udienze in tempi ragionevoli, igiene, alimentazione adeguata...», denuncia padre Michael. L’unica vera prigione è la Primera esquadra, una ex casa coloniale senza letti né cucina.
Per un Paese così vulnerabile e provato dalla miseria, la cocaina rappresenta, insomma, una tentazione pericolosa, la possibilità di arricchirsi in modo veloce e «sicuro». Il giornalista e fotografo Alessandro Scotti, che nel volume-reportage Narcotica ha documentato la «Bissau connection», spiega: «Il Paese è così vergine che può perfino capitare di pagare poco più di 40 dollari un informatore sotto copertura per intercettare un carico di cocaina clandestino per un valore pari a 56 milioni di dollari».