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11/12/2007   L'altro commercio / Parla Rudi Dalvai, presidente uscente Ifat
Equo e solidale? Da Sud a Sud
di Laura Badaracchi
Per ridurre la dipendenza dai mercati occidentali e contenere l'impatto ambientale, il commercio equo esplora nuove rotte. E mette salde radici nei mercati locali. Specialmente in Asia

Dall’America Latina alle Filippine, dal Ghana alla Thailandia, e viceversa. Sono le nuove rotte del commercio equo e solidale. Che, intanto, sta crescendo anche nei mercati locali in Paesi come India, Bangladesh, Kenya e Perù, implementando pure la diffusione del microcredito. Segno che la cooperazione Sud-Sud, all’interno degli stessi Paesi e in quelli confinanti, rappresenta un traguardo possibile, sia in ambito alimentare che nell’artigianato.
«I primi passi in questa direzione sono stati compiuti nel 2000, ora si vedono i risultati», fa notare Rudi Dalvai. La «relocalizzazione del commercio» (Sud col Sud, Nord col Nord) - spiega - è una frontiera a cui puntare, sia per ridurre l’impatto ecologico degli scambi, sia per diminuire la forbice della dipendenza dei produttori del Sud dai mercati occidentali.
Dalvai è uno che la storia e gli sviluppi del commercio equo li conosce bene, dal momento che è presidente uscente (dal 2001 fino al 2007) dell’International Federation for Alternative Trade (Ifat), per definizione la «multinazionale» del commercio equo e solidale.
Nata nel 1989, Ifat è una rete globale che comprende sia gli importatori del Nord sia le associazioni di produttori del Sud, oltre agli esportatori e alle reti di botteghe (complessivamente, circa 330 realtà in oltre 70 Paesi del mondo). Il fatturato dell’Ifat - che conta 155 membri e 15 osservatori - vanta cifre di tutto rispetto: circa 250 milioni di dollari.
Nel 2004 Ifat ha registrato il suo marchio di qualità, lanciandolo nel 2004 al Forum sociale mondiale di Mumbai, in India: il Fto mark (Fair trade organization) rappresenta un biglietto da visita, ma soprattutto una carta d’identità per oltre 150 organizzazioni in tutto il mondo. Non solo un logo, ma una garanzia per certificare le regole che stanno dietro alla produzione: condizioni di lavoro umane, salari giusti, rispetto per l’ambiente. «All’inizio ognuno seguiva norme dettate dal buon senso, poi con il boom del commercio equo divennero necessarie regole condivise», sottolinea Dalvai, evidenziando l’importanza anche del «monitoraggio esterno» e della continua verifica dei produttori, degli esportatori e degli importatori. Non basta l’autocontrollo per garantire la trasparenza degli scambi: è stata istituita una rete di esperti che esamina ogni anno il 10 per cento dei soci Ifat, estratti a caso, «per verificare se il rapporto di autovalutazione da loro stilato corrisponde agli standard stabiliti dalla federazione. Negli ultimi tre anni sono state espulse tre organizzazioni dopo l’ispezione, che ha rilevato mancanze gravi», riferisce Dalvai. Diventare soci non è semplice come in passato: bisogna passare un periodo di prova e poi avere il placet del Comitato direttivo di Ifat dopo una valutazione esterna. Maglie più strette, proprio per garantire l’eticità dei prodotti: «Finora chi faceva commercio equo ci credeva - osserva il presidente uscente della federazione -. Ora è diventato un business per alcuni, quindi sono necessari strumenti più solidi per vigilare e garantire che l’offerta sia etica. Una maggiore diffusione e conoscenza del fenomeno significa che il mercato si è allargato e che c’è una richiesta più forte da parte del consumatore».
La mappa si presenta molto variegata; tuttavia la maggioranza dei soci Ifat è concentrata in Asia (oltre 130), mentre America Latina e Africa annoverano - ciascuna - una cinquantina di organizzazioni iscritte. Gli associati devono rispondere ai criteri e al sistema di monitoraggio Ifat: «Creano opportunità per i produttori economicamente svantaggiati, adottano politiche di trasparenza, sviluppano le competenze dei produttori, pagano prezzi equi, migliorano le condizioni di lavoro dei produttori e proteggono l’ambiente», spiega Dalvai.
«Organizziamo momenti di formazione per insegnare agli artigiani a gestire il loro commercio, e stage in cui si illustrano le ultime tendenze dello stile e della moda: i nostri prodotti devono seguire il mercato e i gusti dei consumatori, se vogliono vendere», argomenta Joan Karanja, coordinatrice di Cooperation for free trade in Africa (Cofta), membro di Ifat che cerca di implementare gli scambi nel continente africano, specificando che «l’artigianato rispetto all’alimentare viene visto come un mezzo più consono per aiutare i poveri tra i poveri, in quanto non c’è bisogno di possedere terra, non serve un’educazione né un capitale di base». Realtà analoghe si registrano anche dall’altra parte dell’Atlantico, anche se in America Latina la maggioranza degli acquirenti nelle botteghe solidali sono turisti, mentre i consumatori locali non sono interessati, anche a causa del limitato potere d’acquisto. Tuttavia in molti Paesi si sta moltiplicando la presenza delle botteghe, accanto alle fiere e ai mercati locali, collegando - in Ecuador, ad esempio - comercio justo a turismo responsabile, oppure coniugando luoghi d’incontro a negozi di artigianato con caffetterie annesse.

Direttore dell’Unità cooperazione produttori di Ctm Altromercato, Rudi è stato uno dei pionieri del commercio equo in Italia oltre venticinque anni fa e tra i fondatori di Cooperazione terzo mondo (Ctm; cfr M.M., novembre 1990, pp. 634-637). A distanza di un quarto di secolo, tratteggia un primo bilancio di questa esperienza, iniziata a Bressanone nel 1981 aprendo una bottega del mondo. «Ho conosciuto il commercio equo agli inizi degli anni Ottanta», ricorda l’altoatesino Rudi. Studiando in Austria, viene in contatto con una bottega a Innsbruck e nel 1985 apre a Bolzano con altri amici una bottega, importando prodotti dal Sud del mondo, dalle borse di juta del Bangladesh al caffè del Nicaragua. Ma l’idea era quella di creare una centrale di importazione di queste produzioni. Così nel 1988 vede la luce la cooperativa Ctm diventata poi Altromercato, consorzio che rappresenta la maggiore organizzazione di commercio equo e solidale in Italia e la seconda a livello mondiale, costituito da 130 associazioni e cooperative. «In quegli anni si parlava ancora poco di commercio equo in Italia, mentre era una realtà già nota in Europa», ricorda Dalvai. Poi c’è stata l’esplosione, in breve tempo, con l’adesione di decine di soci. Da qualche anno alcuni di loro si danno appuntamento al Pime di Milano per partecipare a «Tuttaunaltracosa», fiera nazionale  dell’equosolidale (quest’anno dal 9 all’11 maggio).

Oggi lo scenario è cambiato: secondo il primo rapporto annuale 2007 stilato dall’Assemblea generale italiana di commercio equo e solidale (Agices), sono 284 le organizzazioni di produttori operanti in 48 Paesi che hanno rapporti con l’equosolidale italiano. Esiste, comunque, una tendenza alla concentrazione: i primi cinque Paesi di provenienza dei prodotti equi (India, Thailandia, Sri Lanka, Bangladesh ed Ecuador) si assicurano circa il 40 per cento del mercato totale. Nel frattempo il commercio solidale è cresciuto in quantità e qualità, diventando oggetto di interesse da parte di cittadini e consumatori. Tuttavia sul fronte economico, in Italia - dove oltre 20 mila persone scelgono equosolidale in più di 450 botteghe - le cifre risultano ancora modeste: una spesa pro-capite annua di 1,70 euro, rispetto ai 19 della Svizzera. I prodotti più gettonati? Banane, frutta fresca, cacao e caffè.

Tuttavia Dalvai è convinto che, rispetto alle fatiche degli inizi, oggi nel nostro Paese il commercio equo abbia perso un pizzico di dinamismo: «Lo ricordo più movimentista, impegnato, pronto a lanciare campagne». Non bastano, infatti, i successi economici: «Occorre coniugare l’aspetto commerciale alla sensibilizzazione sui Paesi d’origine dei prodotti». I consumatori, già interessati al tema, «sono in grado di percepire e di assorbire il progetto di sviluppo e l’idea che c’è dietro il prodotto», sostiene Dalvai. Infatti si stima che un consumatore su tre sia impegnato nel mondo dell’associazionismo, nelle parrocchie, anzi: «L’esplosione dell’equo, in Italia, si deve proprio a loro: diversi gruppi parrocchiali hanno aperto una bottega». Realtà molto diversa da quella degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, dove il fair trade si affida a grandi catene di distribuzione, a multinazionali che vendono i prodotti con il marchio di garanzia. Per il presidente uscente dell’Ifat, il commercio solidale non deve perdere questa caratteristica: «L’equo non è e non deve essere elitario, anche se i prezzi non si avvicinano a quelli di un supermercato o di un discount, ma più a quelli dei negozi tradizionali e al dettaglio. Un esempio? Il costo di una confezione di caffè, miscela arabica 100 per cento, è analogo a quello delle grandi marche; tuttavia, oltre allo scontrino, bisogna guardare anche alla qualità».

Pagare un prezzo giusto, che rispetti la dignità di lavoratori e produttori, è il valore aggiunto di questo tipo di commercio. Ma l’economia può fare a pugni con la solidarietà: perché nella filiera della produzione potrebbero insinuarsi speculazioni da parte degli importatori. Su questo punto Dalvai rassicura: «Non speculano, ma chiedono ai produttori la massima efficienza e puntualità nelle forniture: domanda che potrebbe trasformarsi in pressione, ma i ritmi commerciali con logiche occidentali ucciderebbero i produttori». Infatti, l’ingresso in una grande catena commerciale comporterebbe la garanzia di prodotti in serie e in grandi quantità: operazione al momento impraticabile per l’artigianato realizzato nei Paesi del Sud.
E le critiche non mancano: «Alcuni sostengono che il commercio equo sia simile al mercato: stesso sfruttamento; altri lo accusano di non creare sviluppo. Personalmente, in questi anni ho visto nascere e crescere in loco tante cooperative, ong, gruppi - dice Dalvai -. Ma per andare avanti ci vogliono un forte impegno e prodotti buoni. Il commercio equo non è caritativo, però serve a implementare progetti di cooperazione».   W


In Kenya e Bolivia piccole botteghe crescono

Filiere eque e sostenibili: un obiettivo da raggiungere per i produttori del Sud del mondo che aderiscono alla rete Ifat, puntando sulla commercializzazione degli oggetti anche in loco. Un passaggio che implica il potenziamento della rete delle botteghe solidali anche in Africa, Asia e America Latina. Ci sta provando una piccola realtà come Smolart, gruppo di auto-aiuto formato da artisti che vivono nel villaggio rurale di Tabaka, a pochi chilometri da Kisii, Kenya. Nella zona - a 400 chilometri da Nairobi - si trova in abbondanza un particolare tipo di pietra saponaria, la Kisii stone, in differenti colori e consistenze. Il gruppo si è costituto nel 1990 con un atto del Ministero della cultura e dei servizi sociali, ma è diventato operativo quattro anni dopo. E se il 90 per cento della produzione viene esportato (la metà in Italia, il resto in altri Paesi del mondo), il 10 per cento comincia ad essere commercializzato nel mercato locale, informa Jim Kenyanga Nyangate, coordinatore di Smolart: «Un circuito che crea nuovi posti di lavoro, soprattutto per giovani disoccupati». E le reti si allargano: Smolart aderisce al Kenya fair trade, alla Cooperation for Fair Trade in Africa (Cofta).
«La nostra organizzazione è nata innanzitutto per migliorare la condizione di vita dei lavoratori delle cave e degli scultori - riferisce Moses Ongesa Ondari, presidente di Smolart -. L’attività è mirata anche a sostenere progetti comunitari in campo sanitario ed educativo, per migliorare le condizioni abitative e ambientali, e interventi a favore di organizzazioni che si occupano di campagne di coscientizzazione riguardo l’Aids». Nel lavoro sono coinvolte 140 donne, sia nell’estrazione delle pietre grezze che nella lucidatura, levigatura, pittura e nella realizzazione di oggetti di artigianato, «pezzi unici e artistici», commenta Jim: «Nella cultura locale, l’eredità artistica viene trasmessa di generazione in generazione: i genitori insegnano ai propri figli il gusto della lavorazione artigianale e i segreti della lavorazione della pietra».
In America Latina il commercio equo è molto organizzato: alla rete sub-continentale, Asociación latinoamericana de comercio justo (Ifat-La), aderisce anche l’Asociación artesanal boliviana Señor de Mayo (Asarbolsem), che vanta quasi una ventennale esperienza. Sorta nel 1989, conta oggi 315 lavoratori, l’85 per cento donne, che realizzano capi in lana e in tessitura, ceramiche, strumenti musicali che vengono venduti agli altri Paesi confinanti ed esportati soprattutto in Europa. «Abbiamo cominciato con l’idea di dare alle donne abbandonate, detenute, o ragazze madri, un’opportunità di lavorare; ora che abbiamo raggiunto quota 350 mila dollari nelle vendite, siamo impegnati non solo nella produzione, ma anche nelle campagne di alfabetizzazione e di formazione», racconta con passione Antonia Rodríguez de Moscoso, direttore dell’associazione, che ormai ha assunto la fisionomia di un’impresa sociale. (l.bad.)

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