«Il cristianesimo popolare in Africa è in buona salute, ma la teologia sta morendo per l’incapacità di elaborare una convincente cristologia africana». Correva il 1982 quando Aylward Shorter, missionario dei Padri Bianchi, pronunciava questo giudizio decisamente forte. Non era il solo a parlare in questi termini. Ma oggi il clima appare decisamente cambiato: fioriscono libri, articoli di giornale, antologie, per rispondere alla domanda «Africa, chi dici che io sia?». Ma quali tratti particolari del volto di Gesù emergono da questo tipo di riflessioni? Una risposta interessante a questa domanda la offre il libro di Diane Stinton «Gesù d’Africa. Voci di cristologia africana contemporanea», pubblicato da poco in edizione italiana dalla Emi. Attraverso una rilettura delle opere di teologi quali il congolese Bénézet Bujo, il camerunese Jean-Marc Ela, i keniani Jesse Mugambi e Anne Nasimiyu Wasike, i ghanesi Mercy Oduyoye e John Pobee, Diane Stinton (canadese, docente alla Day-star University di Nairobi) mette infatti a fuoco quattro grandi immagini cristologiche dal taglio tipicamente africano: Gesù come fonte di vita e «guaritore»; Gesù come «mediatore» (a partire dall’idea dell’antenato); Gesù come «amato» (famiglia e amicizia); Gesù come «capo», che riassume in sé il volto del re e del liberatore.
«Non un libro per esperti, ma un libro per innamorati di Gesù e dell’Afri-ca», lo definisce padre Renato Kizito Sesana, missionario comboniano, nella presentazione dell’edizione italiana. Proprio con lui - attento osservatore di tutto ciò che si muove nelle teologie africane - proviamo a offrire qualche coordinata sul «Gesù d’Africa».
Padre Kizito, quanto è centrale la figura di Cristo nella fede degli africani?
Le religioni tradizionali africane sono molto in sintonia con il Dio dell’Antico Testamento, un Dio visto soprattutto come Creatore. Le prime comunità cristiane del continente, nel secolo scorso, avevano sviluppato di più l’aspetto del rapporto con Dio Padre. Solo successivamente è emersa la figura di Gesù, mentre di pari passo cresceva la consapevolezza dell’importanza che ha la dignità della persona e l’idea che l’impegno per la giustizia sia parte costituente della vita cristiana. Rimettere al centro la figura di Cristo, dunque, è un processo in corso. Adesso Gesù è preso sempre più come esempio e modello di vita, come riferimento: è il Dio fatto uomo.
Quali aspetti della figura di Gesù attraggono di più gli africani?
Gesù risorto è visto come padrone della vita e della morte, padrone della malattia. Questo aiuta le persone a prendere il controllo della loro vita. È una cosa importantissima, perché invece nella religione tradizionale si sente pesantemente la presenza degli spiriti cattivi, che possono influenzare negativamente la crescita e la salute delle persone e sono una continua fonte di paura. Gesù ha potere su questi spiriti. E per questo è forte l’aspetto della guarigione, ma anche il sentirsi meno sottoposti alle forze del male. Questo si lega anche a una maggiore consapevolezza della dignità della persona e alla responsabilità di prendere decisioni per la propria crescita personale e della comunità.
E quanto è centrale la figura di Cristo nella riflessione teologica africana?
È una prospettiva che sta crescendo adesso. Gesù è prototipo dell’inculturazione. È Dio che si fa uomo ed entra in una cultura, assume una certa condizione umana storica. L’approfondimento dell’idea dell’inculturazione diventa, di conseguenza, approfondimento della centralità di Gesù. Questo è diventato un tema centrale della teologia africana solo negli anni Settanta. Poi, purtroppo, c’è stato un freno imposto da Roma, in particolare durante il Sinodo africano del 1994. Formalmente la parola inculturazione è stata accettata e usata, ma - invece di lasciare che si sviluppasse un autentico dibattito - l’accettazione è diventata una forma di controllo su tutta la ricerca che si stava sviluppando nelle università o in altri ambiti. C’è stata un’accettazione accademica formale, ma una frenata sul piano sostanziale. C’è da dire, però, che l’inculturazione non la fanno solo i vescovi e i teologi, la fa la gente. E in questo senso la figura di Gesù guaritore e liberatore sta diventando centrale. Lo vediamo in molte Chiese indipendenti che nascono oggi: non tutti gli aspetti sono positivi, ma spesso Gesù viene presentato in una forma molto più africana che nella Chiesa cattolica. È un processo di appropriazione forte che anche noi dovremmo sviluppare in maniera molto più approfondita. In questo senso, sarebbe più opportuno parlare di appropriazione che di inculturazione. Perché inculturazione mette ancora l’accento su come il Vangelo entra in una cultura e la trasforma quasi dal di fuori. Mentre invece appropriazione dà il senso del prevalere della cultura tradizionale che fa proprio il Vangelo.
Che influenza hanno avuto i missionari - sia in positivo che in negativo - nella costruzione di una immagine africana di Cristo?
La Chiesa e i missionari sono sempre legati a una cultura. Quando la missione è entrata in Africa aveva una connotazione prettamente europea, ma quella era l’unica presentazione di Gesù che si poteva fare allora. Pur con tutti i limiti, in molti posti i missionari si sono messi dalla parte della gente, a difendere i diritti delle persone. Certamente hanno presentato un Cristo (culturalmente) bianco. Ma poi la gente se ne è appropriata. Quel Cristo non appartiene solo a noi; la gente se lo fa proprio, facendoti vedere a volte che ha capito di più e meglio di te.
Come si possono tenere insieme i valori africani e il Cristo del Vangelo? Specialmente quando l’immagine di Cristo viene avvicinata ai temi della guarigione, della magia o della superstizione…
Il Cristo del Vangelo porta valori così umanamente universali che non c’è impossibilità a tenere insieme tradizione e Vangelo. Certo, ci possono essere interpretazioni riduttive o sbagliate; per questo sta a noi presentare un Cristo autentico, il più vicino possibile al Cristo storico avendo imparato, in questo ultimo secolo, anche i limiti dell’immagine di Cristo che si rappresentava cento anni fa. In questo processo scopriamo un Cristo sempre meno legato alla cultura occidentale, e sempre più al Vangelo.
Gesù come «amato» introduce il tema forte della relazione e della comunità. Come è sentito in Africa?
Cristo nel Vangelo è anima della comunità, e questo è immediatamente «africanizzabile». Cristo è maestro di relazioni umane genuine e profonde, crea una comunità di discepoli che dialogano con lui e che ricambiano il suo amore. L’impatto sull’Africa di un Cristo così non può che essere profondo. È questo Cristo che è, per così dire, sfuggito al controllo dei missionari e della Chiesa, e che ha evangelizzato l’Africa, facendone il continente con la più straordinaria crescita del cristianesimo nel corso della storia. w