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Le novità scientifiche e i cambiamenti culturali profondi chiedono alla Chiesa un nuovo impegno. Il card. Bergoglio: «Non basta più parlare di esclusi»

«A Santo Domingo si parlò di cultura adveniente. Ora nella nuova cultura ci siamo immersi fino al collo». La battuta di un vescovo messicano sintetizza efficacemente l’atteggiamento della Chiesa latinoamericana ad Aparecida.
Negli ultimi vent’anni il contesto  del continente è radicalmente mutato. Oggi, anche a queste latitudini questioni scottanti, legate al conflitto con la modernità e la secolarizzazione, stanno entrando di prepotenza nel dibattito pubblico. Diversi temi legati alla bioetica e alla famiglia - dall’aborto all’eutanasia, dal divorzio alla questione del «genere» - negli ultimi tempi sono diventati altrettante occasioni di tensione fra le Chiese locali e i governi. In Brasile, Cile, Uruguay e Argentina sono al potere governi «progressisti»: tutti, in misura diversa, alfieri di una visione laica, talora decisamente laicista, non molto distante da quella che permea il Nord del mondo.
Ad Aparecida la Chiesa si è forse resa conto, come mai era avvenuto prima, che se epocali sono le sfide sul piano della giustizia sociale, della tutela dei diritti umani, della salvaguardia del creato, non meno decisive sono le questioni sul fronte culturale e scientifico. «Fin qui però la Chiesa - almeno in Brasile - ha sviluppato una risposta al conflitto sociale, molto meno l’ha fatto sul piano culturale», osserva mons. Filippo Santoro, vescovo di Petropolis, nel Brasile centro-orientale. «Le novità culturali e scientifiche rappresentano altrettante provocazioni, ma le nostre Chiese avvertono di essere impreparate… Penso al mio Brasile: la battaglia sulle cellule staminali embrionali l’abbiamo perduta (almeno in prima istanza), però almeno è stato sollevato un grande dibattito. Penso alla questione-aborto, su cui c’è dibattito. Qualcosa del genere vale per le unioni di fatto e i matrimoni: tutti problemi che stanno scoppiando e toccano la Chiesa».
Gli fa eco il cardinale Jorge Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires e presidente della Conferenza episcopale argentina, il quale, presentando il documento finale di Aparecida nello scorso ottobre, ha affermato che «oggi non bastano più i termini “inclusi” ed “esclusi”; oggi ci sono anche quelli che entrano e quelli che sono di troppo», vittime di una «cultura dello scarto» che consiste nell’applicazione della «pena di morte» mediante l’aborto e nell’«eutanasia nascosta» degli anziani tramite abbandono e maltrattamento. Tale «cultura dello scarto» si esprime - ha detto Bergoglio - in un «progressismo a-storico, senza radici» e in un «terrorismo demografico». Alla luce di tutto questo, ha aggiunto, si comprende perché «la parola più menzionata nel documento di Aparecida è “vita”».
Non è solo lo scenario culturale ad essere cambiato. Anche quello politico è profondamente diverso: quando Wojtyla visitò la prima volta il Messico nel 1979, molti Paesi latinoamericani erano retti da dittature o da oligarchie militari, al cui posto ora ci sono democrazie. Tutto ciò chiede ai cattolici di reinterpretare, in modo nuovo, la loro testimonianza pubblica. Detto altrimenti: oggi, a differenza del recente passato, per la Chiesa cattolica è forse meno scontata la via della profezia rispetto ai tempi in cui - al di là dei casi sporadici di connivenze tra settori dell’episcopato e regimi - essa è stata, per la massa dei diseredati e per gli oppositori politici, una voce autorevole a sostegno di libertà e democrazia. Figure come il cardinale Paulo Arns di San Paolo o monsignor Oscar Romero in Salvador sono solo gli esempi più eclatanti.
Ebbene, rimane aperta com non mai la questione di una testimonianza credibile dei politici cristiani nell’arena pubblica. Illustra efficacemente il problema Guzmán Carriquiry, uruguayano di nascita, da anni sottosegretario al Pontificio Consiglio per i laici. «È sorprendente che un continente dove risiede la stragrande maggioranza dei battezzati della Chiesa cattolica, dove i poveri riempiono i santuari, non generi un soggetto nuovo, un cristiano responsabile, capace di essere presente ed efficace dove si prendono le decisioni per il futuro dei nostri popoli. Non che non esistano dirigenti o politici che si dichiarano cattolici. Il punto è che spesso si tratta di un’etichetta per ricercare consenso o di un tributo alla tradizione. Sono pochi i cattolici in politica che si assumano in prima persona, con libertà e responsabilità, un impegno in piena comunione con le comunità cristiane e nel solco della dottrina sociale della Chiesa».
In modo altrettanto serio la questione finisce sui tavoli degli educatori, dei responsabili delle scuole cattoliche che pure, in molti Paesi, sono una presenza insostituibile. Suor Maria de Los Dolores Palencia Gomes, messicana, della Congregazione delle Suore di San Giuseppe di Lione, è presidente della Conferenza dei religiosi e delle religiose del Messico. «La domanda circa stile e senso della presenza dei religiosi nella scuola e nella cultura - spiega - è cruciale. Come e chi stiamo formando? Questione scottante, dal momento che in molti Paesi constatiamo che i leader corrotti nei governi o i dirigenti nelle multinazionali sono stati formati spesso nei nostri collegi. La Confederazione delle religiose e dei religiosi dell’America Latina ha elaborato un progetto ad hoc per il prossimo triennio, con l’obiettivo di garantire un accompagnamento alle università e ai centri di studio cattolici. È un compito difficile: molti dei nostri centri non hanno sussidi economici, perciò debbono cavarsela con le tasse scolastiche, con il rischio di privilegiare certe classi sociali e perdere indipendenza e libertà».
Incidere nel mondo culturale non è impresa da poco. Lo sa bene Luis Escudero de Jensen, docente di Bioetica all’Università cattolica di Santiago del Cile, presente ad Aparecida insieme con la moglie Pilar. «Per offrire una testimonianza significativa in ambiente accademico e nella cultura è necessaria innanzitutto una solida formazione spirituale - spiega - altrimenti si viene travolti dalle spinte contrarie. Occorre anche poter contare un un accompagnamento permanente. Il laico non può essere un franco tiratore, deve potersi alimentare dentro una comunità. Una comunità con la quale si confronta e dove esercita il discernimento».
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