MissiOnLine.org Testimonianza / Padre Chico, fidei donum da quarant'anni in missione Dalle favelas a Timor Est , Americhe, Brasile, Religioni Prete diocesano trentino, don Francesco Moser ha trascorso la sua vita nelle periferie brasiliane. Accettando, a 70 anni, di ripartire. Destinazione? L'isoletta di Atauro
09/09/2007 Testimonianza / Padre Chico, fidei donum da quarant'anni in missione Dalle favelas a Timor Est di Diego Andreatta Prete diocesano trentino, don Francesco Moser ha trascorso la sua vita nelle periferie brasiliane. Accettando, a 70 anni, di ripartire. Destinazione? L'isoletta di Atauro
Un episodio della vita di Gesù riassume il senso della missione per padre Francesco («Chico») Moser, fidei donum trentino, a lungo in Brasile e oggi a Timor Est: quello in cui Cristo va a confortare la vedova di Naim e viene così riconosciuto dalla gente. Su questa icona biblica l’instancabile missionario riposa e fissa il suo sguardo.
Per padre Chico tutta l’opera dei preti fidei donum come lui potrebbe essere riletta (nel 50° dell’enciclica di Pio XII) allo specchio di quest’intuizione. «L’andare a trovare le persone nelle loro case, mettersi in ascolto dei problemi, accompagnarne le attese è sempre un gesto di potenziale risurrezione. Che rialza e risolleva chi lo riceve, ma che finisce per cambiare in profondità anche noi che lo esercitiamo».
La missione come visitazione. Quanto sia in grado di rinnovare stanchi propositi e di sprigionare energie impensate, lo si capisce ripercorrendo il passaporto sdrucito di questo prete diocesano trentino: 36 anni di Brasile (i primi 19 a San Paolo, gli altri 17 nel Nord-Est), più 3 anni a Timor Est. Nell’avamposto asiatico padre Moser ha voluto rimettersi in gioco, all’età di settant’anni, studiando e imparando la lingua tetum, spinto proprio dal desiderio di «visitare» un popolo dimenticato.
Classe 1937, prete dal 1963, don Francesco Moser condivide soltanto l’omonimia col ciclista trentino campione del mondo a San Cristóbal e record-man dell’ora a Città del Messico. Anzi no: forse - come il campione - anche padre Chico ha la capacità di guardare sempre avanti, oltre le salite, rialzandosi sui pedali come sa fare chi ha trovato il rapporto giusto.
L’esordio missionario di padre Chico (come lo hanno presto battezzato i brasiliani) è sospinto dal vento caldo del ’68 trentino, subito raffreddato dalla repressione militare dell’opprimente regime brasiliano. «Eppure erano tempi di grande effervescenza nella Chiesa. Anche a costo di beccarsi le manganellate della polizia a cavallo, c’erano preti che andavano a incontrare i giovani riuniti in assemblea a mezzogiorno davanti alla cattedrale di San Paolo. O che s’impegnavano a far liberare gli operatori pastorali finiti in prigione. O che inforcavano una Lambretta per raggiungere le comunità di base più lontane e consegnare i foglietti di sintesi della Gaudium et spes e dei freschi documenti del Vaticano II».
Nonostante le gelate della dittatura, fioriva una primavera conciliare che ripagava d’entusiasmo il missionario, con il sogno del Brasile insieme ad altri 12 confratelli fidei donum. «Mi rendevo conto - riflette oggi, quasi 40 anni dopo - che avevo trovato quello che speravo da giovane seminarista, forse senza conoscerlo». La Buona Notizia da spezzare ai poveri, quei gruppi di giovani e adulti che si riunivano attorno alla «Calabra», un leader per San Paolo come il cardinale Paulo Evaristo Arns, un vescovo coraggioso come mons. Angelico Sandalo Bernardino, altri missionari esemplari come padre Angelo Gianola, originario della Valsassina, un «patriarca» del Pime: «Ho vissuto al suo fianco per 8 anni alla periferia di San Paolo e il suo esempio mi ha sempre trascinato - sottolinea con riconoscenza padre Chico -; è stato un uomo di grande comprensione anche come vicario episcopale. Aveva una straordinaria capacità di ascolto».
Anche don Francesco colpisce per la sua ricettività. Se appena coglie l’accenno a un fenomeno singolare o intravede una novità, sgrana gli occhi, s’informa, cerca di capire, prende appunti, come se un giorno tutto gli potesse venire utile. Deve averlo capito anche il cardinal Aloisio Lorscheider, quando lo incontrò casualmente in un raduno di fidei donum a Roma e gli offrì di trasferirsi nel Nord-Est per «visitare» un’altra periferia urbana: le favelas emergenti di Fortaleza.
«San Paolo era stato per me un crogiuolo formidabile. Mi appassionava quindi l’idea di offrirmi per sperimentare il metodo in un’altra situazione di periferia urbana, anonima e dimenticata. Si trattava di creare le basi per “montare” un’area missionaria, che poi si sarebbe consolidata come area pastorale». Nell’immensa zona di Palmeira, 100 mila abitanti dispersi oltre l’autostrada nordestina, ha rinnovato la sua visitazione: far incontrare le persone, fra di loro e con la Bibbia, far penetrare parole di speranza laddove nessuno prima aveva voluto andare. Un’opera da battitore di strade nuove, mai all’avventura, bensì secondo un metodo d’avvicinamento graduale delle persone. Altro che proselitismo forzato…
«All’inizio, la tattica con tutti era di tacàr botoni - spiega con l’accento dialettale -, per capire la situazione e trovare qualcuno a cui far riferimento. Ci tenevamo poi a passare casa per casa, senza dimenticare nessuno. Lunghi percorsi a piedi, ma pochi ci sbattevano la porta in faccia. E dopo tre ore di visita, ci si trovava per fare merenda insieme e confrontarsi per un’ora anche sui problemi della comunità. Piano piano s’individuavano anche i leader, talvolta erano ex catechisti, costretti a ripiegare nelle favelas, bisognosi di essere rimotivati e rilanciati».
Frontiera nella frontiera, sono alcune sacche di comunità autoctone di indios, in particolare i Pitaguary e i Tremembé, che Chico conosce e poi sostiene nella loro graduale presa di coscienza del diritto a esistere e a essere valorizzati come minoranza etnica. Contatti che si moltiplicano, problemi che si affastellano. Eppure - lo conferma il suo breviario, logorato dall’uso - don Francesco non ha mai rinunciato alla preghiera, alla meditazione sulla storia a partire dalla Bibbia, a quel metodo di studio che aveva assimilato a San Paolo. «Sì, con quelle comunità tenevamo il gruppo del venerdì, la “Sesta Fera”, dedicato all’approfondimento dei testi conciliari e delle situazioni critiche». Quando rientra dalle rare vacanze in Italia, si fa precedere dalla spedizione di qualche cassa di libri. Avido di letture, Chico conosce orizzonti più lontani della sua isola, spalanca cuore e intelligenza, divorando riviste e titoli nuovi sui fenomeni emergenti e i continenti lontani come l’Africa, della quale respira l’aria grazie a molti amici.
Attorno al 2000, s’accendono per lui le luci lontane di Timor Est, neanche un milione di abitanti, 300 bambini abbandonati sulla strada solo a Dili, i giovani preda della droga e della criminalità, tanti pescatori che vivono sotto le tende in riva al mare. Un’isola dall’indipendenza ancora fragile, minacciata dagli appetiti egoistici degli Stati Uniti e dell’Australia, che bramano il petrolio e le possibili basi militari. «Come Abele innocente, Timor mi sembra lanciare in questo lento dopoguerra un grido a tutto l’Occidente e anche alla Chiesa brasiliana», commenta padre Chico.
E lui cerca di rispondervi, anche pungolato da alcuni provvidenziali incontri con altrettante persone: un’amica suora, con cui condivide fin dal 1999 l’attenzione al cammino dell’arcipelago del Sud-Est asiatico; un giovane prete brasiliano che decide di ritirarsi poco prima della partenza per Timor Est; quel padre Ilario che nel settembre 1999 verserà il suo sangue a Suai assieme ad altri 250 fedeli, massacrati in chiesa dall’esercito. E infine padre Giorgio Paleari del Pime, che gli tiene a Brasilia un decisivo corso di formazione, al termine del quale il missionologo sarà colpito da una leucemia fulminante.
«È giunta l’ora», si dice don Francesco, appena un’équipe della Cnbb (la Conferenza episcopale del Brasile) elabora un rapporto sulle urgenze di Timor e vara un progetto di interscambio pastorale, accettato dopo qualche riserva dalle autorità indonesiane. «È stato un avvio lento, paziente - spiega -, ma non ci siamo mossi da soli, sempre dentro la volontà di scambio missionario della Chiesa brasiliana, sostenuta anche da Trento».
Quando devono scegliere dove stabilirsi, ritorna la preferenza per un luogo fra i più dimenticati: Atauro, un’isoletta lontana dalla capitale («visitata» solo ogni sei mesi da un salesiano), un punto sulla cartina geografica che un ufficiale dell’Onu arrivò a definire come «una pittura», cioè come un’illusione, una non-esistenza.
«Ma non è sulle carte che si conosce la realtà dei giorni e il loro valore - ha scritto Chico nella sua prima lettera agli amici -; la sensibilità musicale eccellente del popolo timorense, la resistenza alle vicissitudini della guerra, la vivacità, l’arte e le espressioni vive della cultura non dipendono dalla grandezza geografica e mercificabile, ma da sintonie secolari con la natura, con l’ambiente, da relazioni di condivisione e di tenerezza, da densità di rapporti col trascendente».
Eppure la gente tende a emigrare dalla povertà e i pescatori sono costretti a vivere sotto le tende in riva al mare, abbandonati o vittime dei pesci più… grossi. «Vorremmo stare lì, con gli abitanti di Atauro, solo per poterli accompagnare…», dice ben presto don Francesco al suo vescovo: «Come avete detto? Accompagnarli? Bella questa parola - s’alza in piedi il pastore della diocesi di Dili -: questo può essere il segreto». Hanno girato a piedi tutta l’isola, raccolto dati e confidenze, scoprendo tanti malati mentali e anche un gruppo di sordomuti che meritava una visita costante: «Agli infermieri dicevo: più che dei tuoi farmaci, queste persone tremendamente sole hanno bisogno della tua visita, di qualcuno che si prenda cura di loro». E in questi tre anni sono già sorte le «Stazioni di vita», piccoli centri pastorali in cui i timorensi a rischio-diaspora sono invitati a raccogliersi per seguire programmi sanitari, di cooperazione agricola e anche di alfabetizzazione.
Non parla mai in prima persona, Chico. Non solo per l’umiltà disarmante, ma per aver condiviso la scelta con un altro missionario di frontiera, don Luigi Fornasier, della vicina diocesi di Bolzano-Bressa-none. «Una abbinata vincente di fidei donum: lavorare insieme ti dà sicurezza, appoggio reciproco - riconosce don Moser -; ci si scambiano i servizi, anche se lui segue più gli adolescenti, mentre io lavoro con i giovani. Nell’Avvento di due anni fa hanno capito che è possibile costruire un programma di vita comunitaria, che sono loro i primi missionari».
È il momento di tirare un primo bilancio? «La lunga esperienza brasiliana mi ha portato a scoprire la Bibbia e a guardare con essa il mondo dal punto di vista delle periferie. Ad Atauro vivo sempre questa prospettiva e vedo ancora brillare le luci del Concilio Vaticano II, la possibilità della Chiesa di essere interlocutrice per il mondo. Se il processo di spoliazione dei poveri appare inarrestabile, la Chiesa non deve ritirarsi nella paura del conflitto, ma accettare con gioia la sfida della testimonianza. È un’idea ampia di missione, che va ancora assimilata, ma questo è il vero salto di qualità: essere gente di incontro, mai di conquista».
La vicenda di questo prete donato all’America Latina e all’Asia riassume una traiettoria missionari condivisa da tanti altri. C’è un futuro per i fidei donum? «La domanda non è quale futuro per noi, ma per tutta la Chiesa che si fa davvero donum fidei. E mi sento di dire che la graduale e paziente condivisione con le culture locali ha originato un’esperienza che può servire a ogni comunità cristiana anche in Europa per rinnovarsi, a partire da quella sfida inedita che è l’arrivo di tanti stranieri. Noi siamo Chiesa non per sé stessa, ma per il mondo. L’identità cristiana non sarà mai l’assoggettarsi agli idoli, ma - come diceva Paolo VI - adesione al programma di vita che Dio ci propone: al Regno, al mondo nuovo, alla nuova maniera d’essere, di vivere, di stare insieme con gli altri, inaugurata dal Vangelo». Una speranza che si fa certezza: «Anche in Europa le Chiese possono tornare a essere di nuovo il pozzo che sazia le seti nascoste dietro molte facciate; per questo esistono: per essere fonti e canali della Grazia che appaga». w