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Alla vigilia del viaggio in Brasile la lettura del teologo argentino Juan Carlos Scannone aiuta a capire le parole di Bergoglio sul «popolo dei fedeli»

A pochi giorni dal viaggio di Papa Francesco in Brasile, la domanda è d'obbligo: davvero, come da più parti s'è detto, il ritorno di Bergoglio da pontefice in America Latina lo vedrà protagonista di riconciliazione tra Roma e la teologia della liberazione?

Un "riavvicinamento" tra il papa e i teologi latino-americani è stato auspicato, di recente da dom Pedro Casaldáliga, vescovo emerito in Brasile, uno dei volti più noti del movimento. Qualche settimana fa Casaldaliga ha chiesto ad Adolfo Pérez Esquivel di farsi latore di questa istanza presso il Papa, nel corso di un incontro privato che il premio Nobel della Pace argentino aveva ottenuto. Nella stessa occasione è stato consegnata a Francesco una copia del "Patto delle Catacombe", un accordo firmato da 40 vescovi presenti al Concilio Vaticano II il 16 novembre 1965. I firmatati - che comprendevano i rappresentanti più noti dell'ala "progressista" (tra gli altri i vescovi Helder Camara, Leonidas Proaño e Luigi Bettazzi ) - si impegnavano in quel testo a condurre una vita austera, senza proprietà né conti in banca, senza titoli né beni materiali. Scorrendo l'elenco dei firmatari, il Papa ha commentato: «Ma guarda un po' chi ci ritroviamo qui!». Pérez Esquivel ha riferito: «Francesco si è interessato, ha detto che l'avrebbe controllato; noi ci siamo impegnati per fare un lavoro e riunire tutti questi pensatori, come Leonardo Boff, che tanto hanno contribuito per la Chiesa».

Fin qui la ricostruzione di Vatican Insider. A questo punto, la domanda suona così: ci sarà, in Brasile, una parola di Papa Francesco sulla teologia della liberazione? E se sì, in quale direzione?

Per rispondere al non facile quesito e per orientarsi sulla spinosa questione non c'è che risalire alle fonti. E la fonte si chiama padre Juan Carlos Scannone. Non è un volto noto al di fuori della stretta cerchia degli addetti ai lavori. Eppure questo professore gesuita - filosofo e teologo, 81 anni ben portati - è l'ispiratore della "pastorale" dell'allora cardinale Bergoglio e il suo principale riferimento teologico.

Lo conferma un libretto da poco uscito per i tipi di Marsilio, dal titolo "Ero Bergoglio, sono Francesco"

In questo "primo reportage sul papa dalla fine del mondo" (come recita il sottotitolo), l'autore - il giovane giornalista Cristian Martini Grimaldi - ha raccolto una serie di pezzi scritti dall'Argentina per l'Osservatore Romano. Uno dei capitoli più interessanti è quello dedicato, appunto, a Scannone, dal titolo "Il mio alunno Bergoglio".

In esso Scannone, direttore dell'Istituto di ricerca filosofica alla Facoltà di Filosofia e Teologia di san Miguel (la stessa di cui fu rettore il futuro Papa nel periodo 1980-86), a proposito della Teologia della liberazione e della posizione del Papa in merito, propone un'articolata riflessione, di cui riportiamo i principali passaggi. Va detto che molte delle affermazioni di Scannone riecheggiano quelle fatte in un'intervista rilasciata dal gesuita ad Alessandro Armato per Mondo e Missione (novembre 2011)

«Quando l'allora segretario del Celam, poi cardinale Quarracino, ha presentato la prima delle istruzioni sulla Teologia della liberazione (Libertatis nuntius, 1984), ha spiegato perché parla di Teologie della liberazione, plurale, e ha fatto allusione a quattro correnti - attacca Scannone - . (...) Una di queste è la teologia argentina del popolo, elaborata dal Coepal (Commissione episcopale), guidato dal teologo Lucio Gera. Sia gli avversari che i detrattori della Teologia della liberazione la considerano come una corrente della stessa, anche se altri al contrario la distinguono».

Continua: «Essa (la teologia argentina del popolo, ndr) si caratterizza nell'indicare il popolo - inteso come una nazione unita da una cultura, una storia e un progetto condiviso comune - quale soggetto della liberazione dall'ingiustizia e dall'oppressione, non allude quindi alla classe sociale nella lotta di classe. Sono le persone povere ed escluse in America Latina quelle che meglio conservano la cultura comune (...). Grande importanza viene data all'evangelizzazione dei popoli e delle culture e si considerano la pietà popolare e la spiritualità latinoamericana come prodotto dell'inculturazione del Vangelo nella nostra/e cultura/e».

Leggendo queste precisazioni di Scannone, si capisce come possano "stare insieme" alcuni elementi della biografia di Papa Francesco che gli angusti schematismi ecclesiali di casa nostra non contemplano come compatibili. Mi riferisco alla decisa opzione per i poveri («sogno una Chiesa povera e per i poveri»), atteggiamento considerato "di sinistra" e, sull'altro versante, la grande simpatia per la pietà popolare, segnatamente la devozione mariana fortissima in questo Papa (in questo caso bollati come "di destra").

Una cosa è certa: la Teologia della liberazione in salsa argentina rifugge dal marxismo. Scannone è chiaro: «La teologia argentina del popolo privilegia l'analisi storico-culturale nell'interpretare la situazione storica ala luce della fede, piuttosto che dell'analisi socio-strutturale, nonostante che quest'ultima non venga scartata, senza però utilizzare il metodo marxista».

Ancora il professore gesuita: «Nella corrente argentina della Teologia della liberazione si uniscono intimamente l'opzione preferenziale per i poveri (conferenza di Puebla) e l'evangelizzazione della cultura, di cui fanno parte anche le strutture sociali, e uno dei frutti in America Latina è il cattolicesimo popolare». «Bergoglio - conclude Scannone - non è un teologo ma un pastore; penso che il suo ministero non possa essere pienamente compreso senza aver prima capito questo contesto teologico argentino, perché da qui viene l'opzione per i poveri e gli emarginati, l'apprezzamento per la pietà popolare e pastorale, il suo uso ripetuto della categoria di "popolo dei fedeli", in linea con il "popolo di Dio" della Lumen Gentium, ma interpretato con gli occhi latinoamericani e argentini».

Se le cose stanno così, non è da escludere che davvero - pur con tutte le sfumature del caso - si arrivi a un superamento del "conflitto" in atto tra teologi della liberazione e Roma. Segnali di disgelo non mancano. Di recente ne è stato protagonista un personaggio di primo piano come l'arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, Prefetto in carica del dicastero vaticano - la Congregazione per la dottrina della fede - che negli anni Ottanta intervenne con ben due istruzioni per segnalare le deviazioni pastorali e dottrinali che incombevano sui cammini imboccati dalle teologie latino-americane: «Il movimento ecclesiale e teologico dell'America Latina, noto come "teologia della liberazione", che dopo il Vaticano II ha trovato un'eco mondiale, è da annoverare, a mio giudizio, tra le correnti più significative della teologia cattolica del XX secolo», scrive Müller in un libro di prossima pubblicazione: una raccolta di saggi scritta a quattro mani, già stampata in Germania nel 2004, che in Italia uscirà con il titolo Dalla parte dei poveri. Teologia della liberazione, teologia della Chiesa (in coedizione Edizioni Messaggero Padova - Emi). 

 

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