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C'È CHI LA RICORDA perché ha ascoltato una delle sue lezioni sui migranti o perché era stato affiancato da lei durante l'esperienza del servizio civile. Altri l'hanno ascoltata in convegni, tavole rotonde, momenti formativi su rifugiati, richiedenti asilo e migranti. Poi ci sono i colleghi della Caritas e i connazionali vietnamiti, trapiantati in Italia come lei, che l'affidano a Nostra Signora di La Vang, patrona dei cattolici nel cuore del loro Paese, dove la Madonna apparve la prima volta nel 1798. Sono molte le testimonianze di stima e di affetto arrivate alla Caritas diocesana di Roma per la scomparsa improvvisa e prematura di Lê Quyên Ngô Dình. Responsabile dell'Area immigrati, è morta il 16 aprile per un tragico incidente stradale: il suo scooter, probabilmente per buche sulla via Pontina, è andato a finire sotto le ruote di uno scuolabus con 23 bambini rom e diversi operatori sociali a bordo.
Il 26 luglio avrebbe compiuto 53 anni. Una «straniera» che, grazie al suo percorso migratorio forzato, capiva i problemi e i drammi di tanti altri come lei, sbarcati successivamente nel nostro Paese, fino a trasformare questa sensibilità e passione in un lavoro e, soprattutto, in una ragione di vita. Senza clamori mediatici e visibilità a tutti i costi, in punta di piedi ma con una grande fermezza, ha dato molto alla Chiesa italiana, come laica credente, sposata con un italiano e madre di un ragazzo adolescente.
In un suo testo, intitolato Itaca, il ritorno possibile e datato 2004, che è stato letto durante i funerali celebrati il 21 aprile, scriveva: «La frattura dell'identità e della storia può infine ricomporsi e l'energia riprendere a fluire. Itaca è il mito del ritorno possibile agli affetti, all'identità: è una parentesi che si chiude per riaprirsi su un futuro ancora ricco di senso. Il rifugiato, invece, è sovente un esule lontano da una terra irrimediabilmente persa. Per lui, vi potrà eventualmente essere un ritorno. [...] Eppure si è chiamati a vivere e a sognare ancora. Cieli, mari e terre ignoti, ove perdersi, cercarsi per infine, dopo aver pagato un alto tributo al tempo, ritrovarsi. Scoprendosi nuovi, diversi. Forse migliori?».
Era arrivata in Italia salpando da Saigon, nel 1963, ad appena quattro anni. In fuga dal regime con la famiglia, un tempo sovrana del Vietnam e caduta in disgrazia. Ma lo status di rifugiata lo ha ricevuto soltanto nel 1990. Laureata in giurisprudenza, dal dicembre 1992 al novembre 1996 era stata responsabile del Centro ascolto stranieri della Caritas romana, che in quegli anni - grazie alla visione profetica di mons. Luigi Di Liegro, direttore dell'organismo nella capitale, morto anche lui prematuramente nel 1997 - rappresentava l'osservatorio più ampio e strutturato sull'immigrazione nell'ambito del volontariato in Italia, con oltre 200 mila dossier di cittadini stranieri registrati dal 1981, provenienti da circa 150 Paesi. Proprio don Luigi, nel dicembre 1996, l'aveva voluta come responsabile dell'Area immigrati della Caritas, con il ruolo di coordinamento e supervisione dei servizi e dei progetti destinati ai cittadini stranieri immigrati, rifugiati e vittime di tratta: centri di ascolto, sportelli informativi, centri di accoglienza per uomini, donne e famiglie, asili nido.
DURANTE UN CORSO di formazione, ai colleghi della Caritas romana riassumeva così una delle tante disavventure alla dogana italo-slovena, mentre cercava di garantire i diritti dei richiedenti asilo: «Allora come sempre, nei momenti bui, guardai in alto verso l'unica stella polare, la sola protezione a cui mi sia mai affidata. Quella che ti fa tenere la schiena dritta anche sotto i colpi e non poggiare il capo sulle spalle altrui». Avvertiva sulla pelle di essere una rifugiata, riconoscendo negli sguardi e negli atteggiamenti di chi incontrava emozioni e sentimenti provati in prima persona.
Successivamente, dal luglio del 2000 al dicembre del 2007, era stata anche responsabile del Coordinamento nazionale Asilo della Caritas italiana e del Progetto rifugiati, coordinando le attività in materia di asilo di 46 Caritas diocesane. Membro della Commissione migrazioni di Caritas Europa, di cui era stata anche presidente, dal giugno 2009 era presidente della sezione italiana dell'Associazione per lo studio del problema mondiale dei rifugiati, ong a carattere internazionale con status consultivo presso le Nazioni Unite e il Consiglio d'Europa. Per gli «eminenti servizi resi all'Italia», su proposta del ministero del¬l'Interno nel 2008, è stata la prima donna nel nostro Paese a ricevere la cittadinanza con decreto del Presidente della Repubblica. Motivazione? «Eccezionale interesse dello Stato».
LA SUA TESTIMONIANZA «è un incoraggiamento a tutta la comunità cristiana per proseguire nell'accoglienza degli immigrati e favorirne una vera integrazione», ha fatto notare il cardinale vicario della diocesi di Roma, Ago¬stino Vallini. Mentre mons. En¬rico Feroci, direttore della Caritas diocesana, ha ricordato che «sapeva coniugare le sue doti umane, l'esperienza che le derivava dall'essere una rifugiata, a una profonda fede in Dio e un radicato rispetto per l'uomo». Secondo il vescovo ausiliare Guerino Di Tora, predecessore di Feroci alla guida della Caritas romana, Lê Quyên «è riuscita a farci vedere l'immigrazione non più come problema sociale ma come un'umanità capace di portare valore aggiunto alla società che la accoglie».
Però Lê Quyên era tutt'altro che un «santino»: Roberto Guaglianone, della cooperativa sociale «Intrecci» e membro della Caritas Ambrosiana, la ricorda come una «donna dal fisico minuto, ma dal carattere arcigno, indomito, fermo e spigoloso. Si definiva "amante delle praterie", cioè dei territori inesplorati». Una forte personalità che «le consentì di "tenere" alcune posizioni importanti per Caritas Italiana», come il rifiuto di gestire i Centri d'identificazione ed espulsione (allora chiamati Centri di permanenza temporanea e assistenza), «luoghi-non luoghi di trattenimento coatto di migranti (e richiedenti asilo) colpevoli solamente del reato amministrativo di non avere un permesso di soggiorno valido». Sfide, battaglie e frontiere su cui resta ancora molto da fare: chi raccoglierà il testimone lasciato dalla pasionaria vietnamita?