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Chi oggi in Papua Nuova Guinea può fare la differenza e vigilare sulla classe politica di Port Moresby? In occasione della recente crisi si sono mossi soprattutto i sindacati, gli studenti delle università statali e alcune organizzazioni non governative. Occorre riconoscere che le Chiese non si sono sprecate. La stessa Chiesa cattolica non è andata oltre alcune dichiarazioni per quanto mirate e precise. Debolezza? Mancanza di coordinamento? Volontà di lasciare ad altri soggetti comunitari l'iniziativa e riservarsi un'ultima inevitabile e cruciale possibilità in caso di fallimento altrui? Almeno per la Chiesa cattolica propendo per l'ultima ipotesi. Ogni intervento di carattere socio-politico si presta ad alimentare divisioni, mentre lo sforzo è di aiutare tutti a capire che la Costituzione è lì, da 37 anni, e basta leggerla ed osservarla con attenzione.
In questo senso va letto anche il richiamo del presidente della Conferenza episcopale, l'arcivescovo di Port Moresby John Ribat, che in vista delle elezioni ha pubblicato una nota in cui chiede che i sacerdoti «siano vicini alla gente, aiutino il popolo nel processo di crescita umana, spirituale, culturale e sociale, siano guida nella maturazione delle coscienze, ma non scendano direttamente nell'agone politico». Un intervento dettato dalla notizia che alcuni sacerdoti avevano intenzione di candidarsi alle elezioni, contravvenendo a quanto stabilito dal diritto canonico.
Nel futuro della Papua Nuova Guinea vedo però la necessità di una vigilanza attiva delle Chiese insieme a tutte le altre forze della società civile. Non c'è nulla di «politico» nell'associarsi a coloro che intendono vedere utilizzate al meglio le risorse provenienti dalle esportazioni, che lavorano per la difesa dell'ambiente, che si oppongono alla deforestazione selvaggia. Alcune fonti rivelano che un parlamentare ha venduto ben 300 mila ettari di foresta ad una compagnia asiatica senza consultare nel debito modo i legittimi proprietari, cioè la gente dei villaggi. Alla fine questa gente si è accorta di trovarsi letteralmente sul lastrico e di essere stata «legalmente» privata di ogni diritto di proprietà e di utilizzazione della terra per i prossimi 99 anni. Un vero crimine contro l'umanità. In questo contesto alcuni parlamentari si sono impadroniti del governo il 2 agosto 2011 e hanno tentato di modificare il normale percorso costituzionale ed elettorale della Papua Nuova Guinea.
Episodi del genere possono succedere ancora. Per non farsi trovare impreparate le Chiese in Papua Nuova Guinea, compresa la Chiesa cattolica, devono affinare una sensibilità ancora grezza per le tematiche sociali, ambientali, di giustizia sociale e la comunicazione moderna. Il grande impegno del passato (e del presente) è stato nella scuola, nella sanità e naturalmente nell'evangelizzazione e fondazione della Chiesa locale con la formazione di sacerdoti e vescovi nativi. Oggi però non basta più! Non può infatti la Chiesa chiudere gli occhi di fronte alla personalità e alle azioni di Belden Namah. Impossibile ormai per Vanimo, suo luogo di origine, e per ogni diocesi o parrocchia in Papua Nuova Guinea, che abbia gli occhi aperti sul presente.  Giorgio Licini

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