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«Non parlo più di inculturazione e di culture, dico semplicemente: dobbiamo tutti convertirci a Cristo». In Papua Nuova Guinea dal 1993, anche padre Giorgio Bonazzoli (nella foto), docente presso il seminario di Rabaul, conosce bene la sfida dell'incontro tra il Vangelo e l'identità locale. «Per diventare cristiano non devi diventare occidentale - commenta - devi diventare Cristo. Rimani papuano o melanesiano, ma devi amare e imitare Cristo perché è Lui che ti salva, non io. I teologi hanno inventato tanti termini: adattamento, contestualizzazione, inculturazione, incarnazione... Significa che non abbiamo ancora trovato il fuoco del problema. Ci sono poi quelli che vanno all'estremo opposto e non riconoscono alcun valore alle culture e religioni non cristiane. Sbagliano perché la Chiesa lo ha fatto».
Quando sente dire che dobbiamo imparare molto dalle giovani Chiese, padre Bonazzoli ci tiene a mettere qualche puntino sulle i. «In Occidente - spiega - spesso si mette in risalto solo la facciata delle giovani Chiese, non tutta la realtà. Io dico che occorre conoscerle da vicino, lasciarle agire spontaneamente senza criticarle e allora si capisce meglio chi sono». Detto questo, comunque, le lezioni ci sono. «La Chiesa in Papua Nuova Guinea è all'inizio del suo cammino di fede in Cristo - commenta il missionario del Pime -, ma credo che una cosa che possiamo imparare da loro è il forte senso della presenza di Dio nella vita dell'uomo, che è un valore presente in tutti i popoli non ancora toccati dalla secolarizzazione. E poi - aggiunge ancora -, possiamo imparare ad essere semplici nell'amare Gesù. Noi siamo troppo complicati, ci perdiamo in elucubrazioni e perdiamo di vista che il problema fondamentale della vita cristiana è di innamorarci di Gesù. Loro questo lo sentono fortemente e lo fanno con semplicità. Magari sbagliano, vanno dietro agli spiriti pensando di andare a Gesù, ma lo fanno con cuore sincero, disposti ad imparare, a migliorare la loro conoscenza e il loro amore al Signore. Noi dobbiamo ricuperare questa semplicità ed essenzialità della fede che diventa amore, donazione della vita».
Un altro insegnamento è la gioia con cui i fedeli papauani vivono il proprio credo. «Per loro - racconta padre Bonazzoli - il cristianesimo, la fede in Cristo sono motivo di festa, di celebrazione, di gioia della vita. I cristiani in Papua amano le celebrazioni. Hanno un tenore di vita veramente misero, ma la fede mette in loro questo senso che Gesù va festeggiato. A volte esagerano - ammette -. Ma la motivazione di fondo è bella: lo stupore gioioso di aver incontrato Cristo. Interessante anche notare che la natura di questo popolo è la mancanza di costanza, cioè l'imprevedibilità del loro cammino. Ma se riescono a congiungere fede cristiana con la festa, allora rimangono buoni cristiani, sono più costanti nella fede». «Non è necessario che diventino un modello per noi - insiste comunque il missionario del Pime -. Il modello è Cristo. Tuttavia, vedere che popoli più "ignoranti" di noi nei misteri cristiani (in senso letterale), forse anche più sbandati di noi nella vita morale, hanno desiderio di celebrare Dio, di provare gioia nella festa e nella celebrazione cristiana, ci indica che dobbiamo anche noi ricuperare il gioioso stupore dell'accogliere Cristo, con l'innocenza della semplicità».