Qualcosa sta cambiando negli Stati Uniti rispetto alla questione della pena di morte: qualche settimana fa il Connecticut è diventato il diciassettesimo Stato ad abolirla dal suo ordinamento. E - fatto ancora più rilevante - in novembre un nuovo referendum in proposito si terrà anche in California, Stato chiave per sondare gli umori della destra americana. Chi guarda al bicchiere mezzo vuoto ricorda che gli Stati Usa dove è ammesso il ricorso al boia sono sempre la maggioranza. E che anche i ripensamenti in corso sono più dovuti ai costi altissimi del sistema (paradossalmente una condanna a morte sui bilanci dell’amministrazione penitenziaria pesa molto di più di un ergastolo) che a considerazioni umanitarie. Resta però il fatto che negli Stati Uniti una battaglia che fino a ieri era tabù oggi non lo è più.
Tutto questo non può far altro che rilanciare a livello globale la denuncia dello scandalo delle esecuzioni capitali. Perché anche nel resto del mondo - grazie all’impegno della Comunità di Sant’Egidio e delle 1400 città del Pianeta che hanno aderito al suo appello - i passi avanti si vedono. Dal 2000 a oggi sono 31 i Paesi che hanno abolito la pena di morte; l’ultimo in ordine di tempo è stata la Mongolia all’inizio di quest’anno. E oggi sono ben 16 i Paesi dell’Unione Africana che hanno relegato il boia al passato. Però rimangono lo stesso i dati sempre terribili diffusi da Amnesty International: nel 2011 sono state 676 le esecuzioni capitali conosciute, eseguite in venti diversi Paesi. Una cifra cui vanno aggiunte quelle avvenute in Cina (migliaia ogni anno, ma con un governo che non rende noti i dati) e probabilmente altre centinaia avvenute in Iran (che ne dichiara solamente alcune). La battaglia resta dunque lunga. Ma quanto sta succedendo negli Stati Uniti ci dice che un mondo senza boia non è un sogno. È un futuro possibile.