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Il nome di Pietro To Rot (nel ritratto) non dice molto da noi. Non così in Papua Nuova Guinea, dove è venerato come il primo beato locale. Fu Giovanni Paolo II ad elevarlo alla gloria degli altari, il 17 gennaio 1995, durante la Messa allo stadio di Port Moresby.
La particolarità di questo beato - di cui quest'anno si festeggia il centenario della nascita - è che la Chiesa vede in lui un modello di vita laicale, anzi un esempio particolarmente significativo di marito e di padre cristiano. Un beato "formato famiglia", insomma, da riscoprire in questo 2012
Pietro nasce da un capotribù tra i primi convertiti alla fede cattolica. Dal padre, Angelo, il giovane Pietro eredita le doti del leader, dalla mamma Maria - cristiana fervente - una sensibilità religiosa non comune. In queste caratteristiche, unite alla predisposizione per gli studi, c'è chi vede altrettanti "segni di vocazione" al sacerdozio e immagina di mandare il ragazzo a studiare in Europa. Ma il padre sceglie per Pietro un futuro laicale: a soli 21 anni Pietro Torot è già un catechista valido, prezioso collaboratore dei missionari. Nel 1936, a 24 anni, sposa Paula Varpit, una ragazza di 16 anni, anch'ella molto fervente.
«Ispirato dalla sua fede in Cristo, fu un marito devoto, un padre amoroso e un catechista impegnato, noto per la sua cordialità, la sua gentilezza e la sua compassione»: così nel 1995 papa Wojtyla parlava di Pietro To Rot, aggiungendo che egli «trattò sua moglie Paola con grande rispetto; pregava con lei ogni mattina e ogni sera. Per i suoi figli nutriva un profondo affetto e trascorreva con essi più tempo possibile». Ancora: il beato «aveva un'alta considerazione del matrimonio e, nonostante il grande rischio personale e l'opposizione, difese l'insegnamento della Chiesa sull'unità del matrimonio e sul bisogno di fedeltà reciproca».
Durante la seconda guerra mondiale, infatti, il suo villaggio, Rakunai, venne occupato dai giapponesei, i missionari finirono imprigionati, ma To Rot si assunse la responsabilità della vita spirituale dei suoi concittadini, continuando a istruire i fedeli, a visitare i malati e a battezzare. Quando, però, le autorità legalizzarono la poligamia, il Beato Pietro denunciò fermamente tale pratica. Commenta Giovanni Paolo II: «Egli proclamò coraggiosamente la verità circa la santità del matrimonio. Rifiutò di prendere la "via più facile" del compromesso morale. "Devo compiere il mio dovere come testimone nella Chiesa di Gesù Cristo", spiegò. Non lo fermò il timore della sofferenza e della morte». La storia ci consegna l'immagine di Pietro To Rot che, pur durante la prigionia, rimane sereno, persino gioioso e chiede il crocefisso alla moglie poco prima di essere ucciso.
Commenta l'attuale vescovo di Rabaul, il bergamasco Francesco Panfilo, salesiano. «Pietro To Rot, catechista e martire, fu un grande difensore della famiglia e del sacramento del matrimonio. Quest'anno nella diocesi di Rabaul stiamo celebrando il centenario anniversario puntando al rinnovamento della famiglia. E mi auguro che il VII incontro mondiale delle famiglie a Milano rappresenti un'occasione per valorizzare questa figura».