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«È fondamentale riportare i filippini alla realtà, fare prendere loro coscienza del fatto che le migrazioni hanno costi sociali altissimi. Soprattutto, sui figli che vengono lasciati a casa senza più una famiglia». Oltre ad essere l'ambasciatrice delle Filippine negli Emirati Arabi, Grace Relucio Princesa è mamma di cinque ragazzi: il coinvolgimento con cui discute delle controindicazioni del massiccio flusso migratorio dal suo Paese verso le ricche società del Golfo Persico non è casuale.
«Negli Emirati vivono, secondo le stime, tra i 450 mila e i 600 mila filippini, e per la stragrande maggioranza si tratta di donne», esordisce l'ambasciatrice. Si calcola che il loro numero raggiunga circa il mezzo milione. La maggior parte è costituita dalle infermiere, anche se le immigrate più vulnerabili sono le circa 50 mila collaboratrici domestiche, non di rado vittime di abusi.
In prima linea nella battaglia per tutelarne i diritti, Princesa non dimentica gli «effetti collaterali» della loro partenza sulle famiglie rimaste in patria. Un rapporto che ha recentemente curato riguarda proprio «I costi sociali della migrazione delle donne sui bambini lasciati indietro». La ricerca traccia un quadro della «femminilizzazione della migrazione» che ha riguardato negli ultimi tre decenni le Filippine, il Paese asiatico con la più alta percentuale di migranti, con oltre dieci milioni di lavoratori, cioè il 9 per cento della popolazione, sparsi in 190 Stati.
«Negli anni Settanta», spiega, «la maggioranza di chi lasciava il Paese era rappresentata da uomini, che raggiungevano principalmente le aree del Medio Orien¬te interessate dal boom del petrolio, per lavorare nell'estrazione e nel settore edilizio». I dati ufficiali della Poea, l'Amministrazione filippina dell'impiego all'estero, mostrano che nel 1975 solo il 12 per cento dei migranti era costituito da donne. Poco più di un decennio dopo, invece, lo scenario era radicalmente cambiato: nel 1987 la percentuale di donne migranti raggiungeva il 47 per cento del totale, una quota che tra il 1999 e il 2006 è arrivata a superare il 50 per cento. «Incrociando dati e statistiche elaborate da vari enti e ong, emerge che i giovani filippini cresciuti con almeno un genitore lontano, e spesso entrambi, sarebbero tra i sette e i nove milioni», continua l'ambasciatrice. «Dobbiamo allora chiederci: che cosa succede ai figli che vengono lasciati soli? Sono in grado di affrontare la separazione? E le rimesse inviate dalle madri sono una compensazione per la loro assenza?».
Princesa, dal canto suo, risponde che «sulla base di varie ricerche, di mie interviste e incontri personali, posso affermare che i figli di madri migranti si trovano ad affrontare una serie di problemi, quali solitudine, incapacità di comunicazione, sentimenti di abbandono e alienazione, ma anche una crescente attitudine materialista e consumista, alimentata dalla tendenza dello loro mamme lontane a compensare la propria assenza con l'invio di denaro e regali costosi. Per questo sostengo che il governo filippino dovrebbe fare tutto il possibile per fornire alternative alla migrazione».
L'appello dell'ambasciatrice-mamma a non sottovalutare i costi di un esodo di massa è in linea con le esortazioni lanciate dalla Chiesa filippina, che a più riprese ha chiesto al governo di «impegnarsi per offrire maggiori opportunità lavorative all'interno del Paese». ❚