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Dici famiglia oggi nelle Filippine e il pensiero non può che correre lì: alla controversa Legge sulla salute riproduttiva (Reproductive Health Bill, Rhb) sulla quale Chiesa e potere politico sono da tempo ai ferri corti». Dopo la grande manifestazione pro-life dello scorso anno guidata dall'allora arcivescovo di Manila, Gaudencio Rosales, con l'incontro nel palazzo presidenziale tra Benigno Aquino e i cardinali filippini, il provvedimento è fermo in Parlamento. Ma la polemica nel Paese resta alta.
Questione annosa quella del controllo delle nascite nel più popoloso Paese cattolico dell'Asia: la prima bozza di un documento di un governo filippino su questo tema è del 1967. In qualche modo un manifesto della volontà del governo di intervenire su quello che già allora - anche per la pressione dell'alleato americano e di un'ampia area dell'Occidente - era il «problema» della crescita demografica. Diverse campagne di Unaids a sostegno della distribuzione di contraccettivi - tutte parte di progetti «di sviluppo» o «di cooperazione» - hanno scandito la storia recente delle Filippine. Più di recente la pressione del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa) e gli Obiettivi di sviluppo del Millennio hanno incentivato la nascita - non sempre coordinata - di iniziative con l'intento di fornire servizi a tutela della maternità, della salute della donna, ma anche della limitazione delle nascite.
LA LEGGE sulla salute riproduttiva oggi in Parlamento avrebbe come scopo quello di dare organicità ed efficacia a quanto sopra. Ma a far discutere sono soprattutto le premesse della legge: per il governo e per gli esperti che hanno contribuito ad elaborare la bozza di legge la crescita demografica sarebbe la ragione determinante della povertà del Paese. I vescovi replicano che il vero problema sta nelle disuguaglianze che caratterizzano la società e temono che la legge, se approvata, diventi una sorta di «ariete» in grado di scardinare in modo definitivo un'etica già minacciata da un rapido cambiamento degli stili di vita. La posizione è ferma: «La Chiesa rifiuta l'aborto e i contraccettivi come soluzione al problema dell'incremento delle nascite». Ma altrettanto deciso sembra lo schieramento dei parlamentari favorevoli: con una popolazione che ha superato i 90 milioni di abitanti - di cui il 30 per cento attorno o sotto la soglia di povertà - il saldo demografico annuo dell'1,96 per cento (era del 2,36 per cento nel 2000) e la media di 3,3 figli per donna in età fertile sarebbero insostenibili. Sempre secondo i sostenitori della legge, inoltre, almeno 400 mila aborti l'anno, perlopiù illegali, sarebbero lo scotto pagato dalle donne filippine alla mancanza di informazione e alla non gratuità degli strumenti di controllo delle nascite.
La legge in discussione non prevede l'aborto clinico ma promuove un programma di contenimento delle nascite basato su una maggiore disponibilità di anticoncezionali, sulla sterilizzazione volontaria e sull'educazione sessuale. Oltre a un sistema di sanzioni per le famiglie «troppo prolifiche», che sarebbero poi quelle con oltre i due figli.
«Al mondo - sostiene Violeda Umali, docente universitaria che alla Rhb ha dedicato studi specifici - esistono almeno una cinquantina di Paesi con una densità di popolazione inferiore a quella delle Filippine (280 abitanti per kmq) ma anche con un reddito pro capite inferiore. Allo stesso modo, una quarantina di Paesi sono più densamente popolati ma hanno un Pil individuale più alto dei 3.500 dollari annui dei filippini. Quindi - sostengono gli oppositori della legge -, l'equazione sovrappopolazione uguale povertà non tiene, almeno non nel caso filippino. Vi è un problema di gestione delle scarse risorse disponibili, di arretratezza del sistema rurale, di disoccupazione e scarso reddito disponibile. Ci sono le politiche governative di incentivo al grande business che lascia allo sviluppo e ai servizi sociali solo le briciole. Per non parlare di corruzione e nepotismo».
«L'arretratezza e la mancanza di prospettive - continua la professoressa Umali - alimentano la necessità di una prole numerosa. Allo stesso tempo l'insufficienza del sistema sanitario (e il suo costo crescente per la popolazione, causato dalla privatizzazione) rende più pericolosa la maternità e più precaria l'infanzia dei filippini». Per i suoi detrattori, dunque, la legge non affronta concretamente questi problemi; li aggira puntando tutto sull'educazione sessuale, sul graduale sviluppo socio-cultuale delle comunità e - in casi eccezionali - sulla contraccezione e sull'aborto. È da qui - e non solo da questioni di principio - che nasce l'opposizione della Chiesa, ma anche di una parte (minoritaria) della società civile.
IN UN'INTERVISTA rilasciata in febbraio, il nuovo arcivescovo di Manila, monsignor Luis Antonio Tagle, ha lasciato aperta la porta al dialogo e ha raccontato che diversi parlamentari, anche dell'amministrazione Aquino, lo hanno contattato per conoscere nel dettaglio la posizione della Chiesa. «È sempre un bene che persone di diversa convinzione si incontrino per ascoltare ciò che l'altro ha da dire - ha spiegato -. Per quanto mi riguarda, il mio ruolo è quello di spiegare la posizione della Chiesa. Se l'obiettivo reale del governo è risolvere il problema della povertà, di garantire protezione alle donne, di educare i giovani e di migliorare le condizioni sanitarie - ha continuato monsignor Tagle - ci sono già leggi a sufficienza per una risposta concreta, non ne servono di nuove. Basterebbe mettere in condizione i ministeri di applicare le leggi correnti». ❚