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Nel Giappone dei ritmi frenetici, della competitività, anche solo ritagliarsi del tempo per stare insieme è già testimonianza. Come a casa Machino.

«La differenza del nostro essere una famiglia cristiana? La sveglia suona dieci minuti prima che nelle altre case...». Il ventenne Kazuki lenisce la tensione dei genitori per la prima volta sotto i riflettori di un'intervista. Mamma e papà, in perfetto stile nipponico, onorati ringraziano, ma modestamente tendono a rinunciare: «Padre, lei sa bene che ci sono altre famiglie ben più nesshin (zelanti) di noi in questa parrocchia».
Permettetemi di presentarvi la famiglia Machino. Intanto va detto che io sono in questa parrocchia di Tokyo da ormai un anno, ma per incontrare la famiglia al completo ho dovuto attendere qualche mese. Mamma Miki e papà Ta¬danori sono impegnati in vari gruppi, anche a livello di consiglio pastorale. Con loro più volte ci siamo intrattenuti in chiacchierate su temi quali le sfide della non semplice società giapponese, la singolarità dell'essere comunità cristiana. Ho incontrato, invece, per la prima volta la secondogenita Yu in gennaio, in occasione del Sejinshiki (la benedizione per la raggiunta maggiore età) del fratello. «Lavoro lontano da casa e lavoro sempre - mi dice - ma, quando riesco, alla domenica partecipo alla Messa». Ma anche il primo fiocco sulla porta di casa fu rosa: Mio. Lei è costantemente tranquilla e sorridente. Sebbene ancora giovane occupa - con misurata lode dei genitori - una bellissima posizione lavorativa in una zona piuttosto elitaria di Tokyo. Non manca quasi mai la domenica, visto anche il suo impegno come catechista dei bambini. Infine Ka¬zuki, il rampollo di famiglia: eternamente effervescente, cuore giovane, ma serio e determinato. Novizio del mondo universitario, grande appassionato di manga e videogames, a lui devo, oltre che interessantissime delucidazioni sui trend del mondo giovanile giapponese, una sincera e stimata amicizia. Kazuki è uno degli animatori dei chierichetti e del gruppo-giovani, perla preziosa di questa parrocchia.
Nel complesso i Machino sono proprio la fotografia di una famiglia giapponese normale. E la loro giornata differisce solo per un dettaglio rispetto all'abitudinaria frenesia che contraddistingue gli abitanti di Tokyo: levata all'alba, in coda per lavarsi, veloce colazione, business suite e tuffo nell'oceano di strade trafficate, metropolitane affollate, università e uffici affaccendati. «Ogni tanto, non tutte le mattine, bastano solo dieci minuti, per vivere la giornata in modo diverso», papà Tadanori ricorda spesso a tutti. La fitta agenda d'impegni quotidiani - unita al principio-base di derivazione confuciana che il sociale è prioritario sull'individuo - porta a dover soggiogare i legami personali e familiari (anche quelli legati alla fede) ai doveri designati dall'università, dall'azienda per la quale si lavora, dal mondo culturale e sociale. Anche la domenica e persino le solennità cristiane, con buona pace di chi ritiene che la fede debba ruotare esclusivamente attorno al calendario gregoriano, non solo non sono giorni per la famiglia, ma addirittura anche per i singoli individui risultano di non semplice adempimento.
È un lusso, o per meglio dire una bella scelta, quella dei «dieci minuti» della famiglia Machino: il poter vivere assieme «semplici momenti di famiglia» quali una breve preghiera e una veloce colazione. La sera, infatti, si torna a casa in orari differenti e addirittura non sempre vi è la possibilità di poter cenare assieme. Tuttavia questi «dieci minuti» - confermano Mio e Kazuki -, non sono solo una questione di risoluzione di problemi di tempo, ma nella scacchiera della giornata, aiutano a individuare i problemi da affrontare e a discernere il valore delle scelte che è bene intraprendere.

STO USANDO parole difficili, mentre Mio ha semplicemente detto che tante volte è difficile essere anche solo sereni sul posto di lavoro e persino nel proprio cuore. Pressioni, competizioni, sistemi valutativi a tratti poco umani: questo il panorama che presenta spesso l'ufficio. E nel cuore di una giovane ragazza certamente affiorano tutti i desideri di amore, matrimonio, avere dei figli, ma collidono inevitabilmente con ostacoli sia economici sia sociali. Mio però è serena, perché almeno trova in casa qualcuno pronto ad ascoltare e nella fede cristiana una sicura guida.
Mentre parlo con i due più giovani di casa mi trovo a Karuizawa, una località nel Nagano-Ken, per una due-giorni di ritiro e convivialità con i ragazzi della parrocchia. Ho chiesto ai giovani di scegliere un personaggio che li affascina e che li possa accompagnare nella Settimana Santa. Kazuki mi rivela: «Simone di Ci¬rene, non ci sono dubbi. Mi piace perché dà una mano a Gesù».
Kazuki sta vivendo gli anni belli della giovinezza: futuro, università, amicizie. Eppure come ogni giovane giapponese spesso mi racconta esperienze dolorose, ultimamente la perdita di due amici cari: «Perché hanno scelto di farla finita. Invece, io sono fortunato perché papà e mamma mi aiutano sempre a superare i momenti difficili». Stimolo la giovane immaginazione di Kazuki. Chi è Simone di Cirene? Senza cercarla si è visto costretto a portare la croce di un uomo a lui stesso ignoto. Non è forse la storia di ognuno di noi? Tanti, come Simone di Cirene, sono costretti a portare la croce dell'ingiustizia sociale, della miseria materiale e spirituale, della malattia fisica o psichica, del fallimento personale o familiare, o socale... Il terrore per ogni famiglia, qui in Giappone, è che queste croci terminino nella «quotidiana» scelta del suicidio. Suicidio che ha le persuasive sembianze del «togliere il disturbo», «non rompere l'armonia», «finire con onore».
Interrogo Kazuki: «Secondo te, per quanto tempo Simone ha portato quella croce?». «Non so», mi guarda dubbioso. «Per me... - lo provoco - un dieci minuti». Kazuki, per tutta replica, caccia fuori il suo consueto sorriso: «La sveglia a casa mia suona sempre dieci minuti prima... sono proprio fortunato». ❚

 

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