| 04/05/2012 LE FAMIGLIE DIVISE DALLE MIGRAZIONI Genitori e figli? Separati da un oceano di Marco Brioschi |
| 04/05/2012 Introduzione allo speciale UN MONDO DI FAMIGLIE di redazione |
| 04/05/2012 LA BATTAGLIA SULLA “SALUTE RIPRODUTTIVA” LE FILIPPINE DEL TERZO FIGLIO di Stefano Vecchia |
| 04/05/2012 L’ambasciatrice filippina negli Emirati Arabi: «I figli spesso sviluppano difficoltà relazionali e un accentuato consumismo» «La migrazione delle mamme ha costi sociali molto alti» di Chiara Zappa |
| 10/04/2012 Verso l'incontro di Milano «Fly Family», mondo in parrocchia di Giorgio Bernardelli |
Da professore di Economia a Seul a revisore dei conti della Santa Sede, fino a diventare l'ambasciatore del proprio Paese in Vaticano. È questa la parabola del coreano Thomas Hong-Soon Han (nella foto) negli ultimi cinque anni. Un periodo iniziato nel 2007 quando, invitato come uditore al Sinodo dei vescovi sulla Parola di Dio, l'allora decano della facoltà di Economia e commercio dell'università coreana di studi esteri Hankuk prese la parola davanti a papa Benedetto XVI e ai vescovi di tutto il mondo per chiedere alla Chiesa di fare «un serio esame di coscienza» sul modo in cui gestiva le proprie attività economiche e commerciali. Il professore invitò la comunità cattolica a fare in modo che fossero sempre garantiti, in primis dalla Chiesa stessa, i «principi di giustizia», «retribuzioni sufficienti» e «buone condizioni di lavoro». Un richiamo necessario, ammise, perché da questo punto di vista cristiani e organismi ecclesiali «non sempre sono stati all'altezza».
Le sue parole «forti e inusuali» - come ebbe a definirle successivamente l'Osservatore Romano - probabilmente colpirono papa Ratzinger che, appena un mese dopo, chiamò il 66enne coreano, con alle spalle studi alla Gregoriana e all'università cattolica di Taiwan, a far parte del collegio dei revisori internazionali della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede, ovvero del ristretto gruppo di esperti che ogni anno è chiamato a vagliare i bilanci del Vaticano.
Poi, nel 2010, è arrivata la nomina ad ambasciatore della Corea del Sud in Vaticano. Ma senza abbandonare l'attenzione ai temi del lavoro e dell'economia: «È chiaro che come cristiani non possiamo seguire soltanto la logica del profitto più alto al più basso costo possibile», ebbe a dire una volta al giornale pontificio. Non a caso, Hong-Soon Han è stato invitato a parlare al Convegno teologico-pastorale che accompagnerà l'Incontro mondiale delle famiglie, in una tavola rotonda su «Il lavoro nella società urbana e la famiglia».
«Dal momento in cui ho ricevuto questo invito ho sempre pensato a che cosa dire - confessa l'ambasciatore a Mondo e Missione - ma non ho ancora cominciato a preparare il mio intervento». Quel che però è certo, aggiunge, è che «si tratta di un congresso mondiale, e quindi bisognerebbe mettere un po' di "sapore" sull'altra parte del mondo: l'Oriente, soprattutto l'Asia, il continente a cui appartengo e che è il più grande del mondo, con due terzi della popolazione mondiale».
Anche se non è facile trovare dati affidabili e coerenti, è indubbio che il fenomenale sviluppo economico degli ultimi decenni di larghe aree dell'Asia, soprattutto di quella orientale e del Sud-est, abbia avuto un forte impatto sui ritmi e la vita della famiglia del continente. Già alla fine degli anni 90, per fare un esempio, il 20 per cento dei trentenni di Paesi come la Corea o le Filippine non si era ancora sposato; in 20 anni, dal 1980 al 2000, la dimensione della famiglia media in Indonesia è passata da cinque persone a meno di quattro, in Corea da 4,6 a poco più di tre; e ancora, tra il 1980 e il 1998, il numero di figli per donna in Vietnam si è più che dimezzato, passando da cinque a poco più di due. Tutti segni che, anche in Asia, la famiglia stava cambiando già prima del 2000. E da allora, con l'arrivo del nuovo millennio, il processo non si è che accelerato.
Le dimensioni del continente rendono quasi impossibile parlare dei problemi della famiglia in Asia. Ma è possibile tracciare un quadro generale?
«Solo alcuni Paesi in Asia sono inseriti nel novero dei Paesi più sviluppati. Gli altri, la maggioranza, sono ancora in via di sviluppo. L'Asia è quindi un continente di contrasti: contrasto tra i valori occidentali e i valori tradizionali, e così via».
Quindi non si può generalizzare...
«No, non si può generalizzare la situazione asiatica: è un continente diviso tra due estremi, Oriente e Occidente, ma anche nei Paesi più sviluppati ci sono problemi di povertà. Io proverò ad analizzare quali problemi, vantaggi o svantaggi, sono stati creati dalla globalizzazione nei confronti della famiglia, unità di base del mondo e della società».
In che modo?
«Nella famiglia si nasce, si cresce, ci si forma e si muore. Che cos'ha portato la globalizzazione in Asia, nei Paesi in via di sviluppo? Voglio guardare al fenomeno della globalizzazione non solo nell'ottica economica ma anche da un punto di vista culturale, perché è la cultura che sta alla base di tutti i problemi. Ad esempio, che cos'ha portato la globalizzazione nella vita di un giovane? Il maggior vantaggio sembra essere un futuro di prosperità, portato dallo sviluppo tecnologico. Internet ad esempio può aprire una finestra sul mondo, che fa sperare oltre il limite delle proprie capacità. Ma in questo modo, i giovani si creano anche un'altra identità, diversa rispetto a quella locale: una persona ha un'identità "propria" e un'altra con la testa al di fuori del proprio Paese. Sono trasformazioni che creano confusione e possono anche portare al fondamentalismo come reazione di fronte a questi processi. Si pensa alla propria identità, gli altri vivono in una situazione migliore rispetto alla nostra e si vuole imitare tutto questo. Questo porta alla domanda su "chi sono, e chi devo essere, io?"».
Ma la globalizzazione ha anche cambiato l'economia, portando più ricchezza e riducendo drammaticamente la povertà in larghe parti dell'Asia...
«Il vantaggio della globalizzazione deriva dallo sviluppo tecnologico, ma è un vantaggio piuttosto materialista, e questo porta a un declino, nel senso morale e spirituale, nella vita della famiglia e dell'individuo. Per vivere meglio bisogna vincere la concorrenza degli altri e così ciascuno è indotto a sottolineare sempre di più l'aspetto individualistico della propria personalità. Questo fenomeno incide anche nel mondo economico: sopravvive chi può competere meglio, sia come individuo che come gruppo o società. Per questo c'è un bisogno, creato dalla globalizzazione, di una costante ristrutturazione dell'economia e della società».
E i legami familiari ne hanno risentito?
«La famiglia è diventata più nucleare, mentre tende a scomparire la famiglia estesa. Non c'è più quel senso forte della famiglia allargata. E questo crea un grosso problema, perché - in un'economia in cui solo chi è più capace sopravvive - chi non regge la concorrenza rimane in una situazione di indigenza e povertà. Con la globalizzazione, la logica è quella di diminuire il più possibile i costi, il lavoro si sposta lì dove è più conveniente e questo porta ad una mancanza di stabilità. E si crea una mobilità costante che incide sulla famiglia».
Con quali conseguenze, ad esempio, per l'educazione dei figli?
«Le faccio un esempio, basato su quanto accade in Corea. C'è un tipo di famiglia che viene chiamato dell'oca selvatica. I genitori pensano che educare i figli all'estero assicuri prosperità per il futuro, e per farlo uno dei genitori resta in Corea per guadagnare mentre i figli vengono mandati fuori per studiare, quasi sempre negli Stati Uniti. Questo accade quando hanno appena 12 o 13 anni. Spesso, per aiutarli, la madre parte con loro, mentre il padre resta in patria e li raggiunge solo per le vacanze. Per questo si parla di oca selvatica, perché migrano avanti e indietro come le oche».
È qualcosa che accade anche in Cina. In questo modo, i figli si trovano a volte a crescere praticamente da soli e sradicati. Ma solo i ceti medio-alti si possono permettere di mandare i figli a studiare all'estero...
«Sì. Ma, in altra forma, lo stesso fenomeno si ripete anche tra i più poveri. In questo caso, i giovani vengono mandati in città a studiare mentre la famiglia, o a volte solo gli anziani, rimangono in campagna, spesso in condizioni di povertà. C'è poi un altro fenomeno portato dai cambiamenti economici e dalla globalizzazione: la donna ha iniziato a lavorare. Oggi ci sono maggiori possibilità di lavoro per le donne, con conseguenze tanto positive che negative. Se per mantenere la famiglia devono lavorare sia il padre sia la madre, chi educa i figli? Devono badare a se stessi, creando un certo senso di incertezza e insicurezza già da piccoli, e questo incide sulla loro mentalità».
Quali possono essere le risposte a questi cambiamenti?
«Bisogna soprattutto andare alla radice del problema. È importante educare, soprattutto dando gli strumenti per adattarsi al cambiamento della situazione dell'economia. Bisogna adattarsi meglio e subito alla realtà creata dalla globalizzazione, bisogna partire dalla base».
Per esempio?
«Ripeto sempre che la chiave principale della crescita economica della Corea si trova nell'educazione, nella creazione del capitale umano. La famiglia in questo gioca un ruolo importante. Allo stesso tempo, bisogna lavorare su mentalità e cultura: bisogna insegnare e allenare i figli al senso del vivere insieme. Bisogna superare l'individualismo portato dalla globalizzazione. L'individuali¬smo è sì una chiave dello sviluppo capitalistico, ma questo sviluppo ha un limite, come tutti sappiamo, e per questo bisogna insegnare come vivere insieme agli altri, quel senso di fratellanza e di solidarietà che deve venire coltivato nella famiglia».
Le religioni asiatiche, con la loro enfasi sull'importanza dei legami familiari, il culto degli antenati e così via, possono giocare un ruolo di fronte a queste sfide?
«Possono giocare un ruolo, anche se ultimamente si parla di un loro declino. Ma proprio per questo bisogna valorizzarle. Per esempio, quando parliamo del ruolo della famiglia allargata, che è sempre meno forte ma ancora rimane vivo in una certa misura, bisogna valorizzarne lo spirito, anche facendo leva sui valori tradizionali. A dire il vero, negli ultimi anni, c'è una tendenza piuttosto forte a riscoprire l'Asian way, la via asiatica. In passato, la via occidentale al progresso e alla prosperità sembrava la migliore, l'unica da imitare, ma adesso ci stiamo rendendo conto che anche l'Asia e le sue culture hanno delle caratteristiche meritevoli e buone, e non vogliamo abbandonarle».
L'indebolimento delle reti familiari, in particolare della «famiglia allargata», si fa sentire soprattutto in epoca di crisi economica. Uno studio ha mostrato che a Taiwan più della metà della popolazione ritiene che siano i figli adulti a dover sostenere economicamente i genitori, anche se hanno perso il lavoro. Nessuno si aspetta un sostegno dallo Stato. Eppure con i legami familiari che si allentano anche questa rete di protezione tradizionale si va perdendo...
«In effetti, il ruolo delle reti familiari è diminuito. Mentre prima la famiglia allargata giocava un ruolo importante e offriva sicurezza ai suoi membri vicini e lontani, oggi questo sta scomparendo. Sta aumentando invece la rilevanza di quella che noi chiamiamo la new Corea family, la coppia nucleare, legata ad una mentalità individualistica. Ma questo fa sorgere la domanda: chi si prenderà cura dei genitori anziani o dei figli? Lo Stato e l'impresa devono collaborare per cambiare questa mentalità, serve una corresponsabilità da parte di tutti gli attori sociali, ed è per questo che la formazione è basilare. Credo che l'insegnamento di Benedetto XVI, con la sua enciclica Caritas in veritate, possa servire come riferimento per tutti i Paesi del mondo che si trovano davanti a questa stessa sfida».
Un evento di popolo
«Un grande evento di popolo, un "incontro", nel senso pieno del termine, di famiglie appassionate perché hanno scoperto e vivono la ragionevolezza e la "convenienza" della fede cristiana per la vita di tutti i giorni». Così ha detto in un'intervista recente il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano. In effetti, saranno molte le famiglie provenienti da varie parti del mondo per stringersi attorno al Papa e riaffermare la "Buona notizia" sulla famiglia. Accanto ai gruppi extraeuropei più numerosi (Brasile, Messico, Congo, Filippine...) non mancheranno rappresentanze da Paesi che vivono una quotidianità drammatica, come Haiti, Zimbabwe, Afghanistan... Non poche, tra le famiglie che provengono da Paesi extraeuropei e verranno ospitate da famiglie lombarde, arrivano da missioni in cui operano i preti "fidei donum" di Milano. Una dimensione fortemente internazionale avrà anche il Congresso teologico-pastorale (cinquemila i partecipanti attesi). Dal 30 maggio al 1° giugno, vedrà la presenza - oltre che di autorevoli esponenti del mondo ecclesiale - di sociologi, psicologi, demografi, economisti, teologi, giuristi, agronomi... provenienti da 27 Paesi. Ad essi si affiancherà la testimonianza di 20 famiglie provenienti da Francia, Irlanda, Argentina, Sud Sudan, Colombia, Germania.
• Per dare a tutti la possibilità di partecipare è stato creato il "Fondo accoglienza Famiglie dal mondo". Chi vuole contribuire può fare un versamento su questo conto: IBAN IT16Q0306901629100000014189. Causale: Gemellaggi per Family 2012. Z