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La nostra condizione naturale è quella di essere figli ed è in questa esperienza che si innesta la vocazione ad essere anche sposi e genitori. Abbiamo ereditato la preoccupazione di garantire ai nostri figli stabilità e sicurezza (affettive prima ancora che economiche e culturali) e per questo ci colpisce duramente incontrare tanto spesso la precarietà proprio nei rapporti familiari, così fondamentali nello sviluppo di una persona.

Il vizio del gioco, anche qui molto diffuso, sembra aver distrutto un’altra famiglia: quella di “Gioiello”, una bimba che ha da poco compiuto un anno. Questa coppia diventata, forse troppo presto?, padre-e-madre (in lingua thai “genitori” si dice proprio così, quasi a sancire la presenza di entrambi) si è già divisa e possiamo solo intuire il dolore di tutti e tre. La piccola adesso si trova con i nonni che abitano a circa 800 km da Bangkok, mentre i genitori si sono separati.

Siamo colpiti perché ci sembrava una famiglia serena, perché non si sono confidati con nessuno prima di arrivare al punto di non-ritorno, perché ci sembra molto difficile trovare una soluzione “buona” e utile per tutti e tre, perché vorremmo poter fare qualcosa per essere loro vicini. Ma questo è solo un esempio in mezzo a tantissime situazioni analoghe, dove almeno uno dei genitori manca e chi resta (tipicamente la madre) deve avere forze doppie per prendersi cura dei figli.

Vivere in un ambiente buddhista ci sta facendo riscoprire ogni giorno la forza del nostro essere “comunità cristiana”: l’immenso dono di poterci riconoscere tutti figli e fratelli nella Chiesa. Cosa possiamo fare dunque, per questi nostri fratelli che attraversano crisi e dolore? Possiamo cercare di ascoltarli, accoglierli e accompagnarli, come famiglie che camminano insieme, mostrando dov’è la Luce che guida i nostri passi.

 

 

 

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