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DIECI GIORNI INTENSI di riprese a Sud del Mediterraneo e altri dieci in Italia, un tempo concentrato e breve per realizzare uno tra i più significativi e discussi documentari del momento sul tema dei respingimenti dei profughi.
Mare chiuso, ultimo lavoro di Ste¬fano Liberti e Andrea Segre entrambi di ZaLab, Associazione che produce laboratori di video partecipativo e documentari in contesti interculturali e in situazioni di marginalità geografica e sociale, è uscito il 15 marzo 2012 ed è frutto di cinque anni di studio e riprese che i giovani documentaristi hanno svolto riscontrando critiche positive dagli addetti ai lavori e interesse dalla gente comune. Basti considerare che l'opera è richiesta in tutta Italia, da Roma a Padova, da Palermo a Lecco, da Bolzano a Napoli, in decine di proiezioni alle quali sarà difficile vedere poca affluenza.
Presentato la scorso marzo alla ventiduesima edizione del Festival del Cinema Africano, d'Asia e America Latina di Milano - evento internazionale promosso dall'ong Coe (Centro Orientamento Educativo) -, Mare chiuso è stato inserito dalla direzione artistica del Festival nella sezione Extr'A, dedicata ad opere di cineasti italiani girate nei tre continenti o con le tematiche relative all'immigrazione in Italia, e si è aggiudicato il premio Acra e quello «Il razzismo è una brutta storia». Inoltre, il documentario ha vinto il premio De Seta dell'edizione 2012 di Bari International Film Festival, il premio Rossellini del Maiori Film Festival e quello FiCE di Bolzano Film Festival 2012, segno tangibile che il lavoro è di indiscusso valore.
«Questi riconoscimenti sono per me e Stefano Liberti motivo di grande soddisfazione - sottolinea Segre - ma ci tengo a precisare che lo sono per tutti i colleghi di ZaLab, associazione che da sempre è attenta ai temi dell'immigrazione e dei diritti e che promuove progetti non solo per documentare, ma anche per sensibilizzare».
CON LO STILE del cinema-documentario partecipativo già sviluppato in altri film di ZaLab, il film propone una serie di racconti in prima persona, con un forte coinvolgimento dei protagonisti nella costruzione del racconto, senza voce narrante esterna, con attenzione cinematografica all'estetica e alla fotografia dei luoghi, in cui Segre e Liberti hanno incontrato i protagonisti. «Si tratta di spazi di attesa, luoghi di geometrici silenzi, isole di deserto tunisino, campagne immobili del sud Italia - continua Segre - tutte le interviste sono nella lingua madre dei protagonisti, al fine di favorire un racconto intimo e completo della loro esperienza».
Gli autori ci tengono a ricordare il 3 febbraio 2012, data in cui l'Italia è stata condannata dalla Corte Europea per i Diritti Umani per aver operato i respingimenti in Libia contro centinaia di migranti. «Un giorno di giustizia, tristezza e speranza», uno slogan che per loro è anche un po' una mission: cioè l'auspicio che la storia prosegua in altro modo.
«Il 3 febbraio 2012 è stato un giorno che noi non dimenticheremo mai - sottolinea Segre - il nostro Paese è stato dichiarato colpevole dalla Corte Europea di aver leso i diritti fondamentali di centinaia di esseri umani. Per due anni, a partire dal maggio 2009, l'Italia ha respinto verso l'inferno libico di Gheddafi circa duemila migranti africani, di cui una gran parte aveva il diritto di chiedere e ottenere asilo in Europa. Una scelta politica e militare che non solo venne presentata dall'allora ministro Maroni come una svolta decisiva nella strategia europea di contrasto all'immigrazione clandestina, ma che raccolse il consenso e il plauso della maggioranza degli italiani. Maroni, Berlusconi e i loro colleghi erano riusciti a convincere gli italiani che respingere gli immigrati, impedendo loro di arrivare a Lampedusa, fosse non solo necessario per salvare il nostro Paese da un'invasione biblica, ma anche legittimo e corretto, al fine di contrastare le organizzazioni criminali che gestivano e organizzavano i viaggi. La maggioranza degli italiani furono persuasi da queste disumane e false demagogie e anche una fetta consistente dell'allora opposizione si schierò a favore dei respingimenti».
Segre, tuttavia, precisa che molti italiani parteciparono alla campagna «Io non respingo», lanciata insieme agli altri autori di Come un uomo sulla terra, a Fortress Europe e a decine di associazioni in tutta Italia. Una mobilitazione che accompagnò con forza e coraggio la denuncia presso la Corte Europea per i Diritti Umani da parte degli avvocati Lana e Saccucci per conto di 24 respinti eritrei e somali. «Sulla base di quella denuncia, oggi la Corte ha finalmente sancito l'inciviltà e la barbarie di quelle operazioni, che non solo hanno leso il diritto di asilo di migliaia di persone, ma hanno provocato violenze gravissime ai loro danni - precisa Segre -. I migranti venivano respinti utilizzando manette di plastica, manganelli elettrici, bastoni, minacce armate e, una volta consegnati alla polizia libica, sono stati sottoposti a torture, deportazioni e detenzioni disumane. È stato senza dubbio uno dei punti più bassi di inciviltà del nostro Paese. Rendercene conto provoca profonda tristezza, ma può anche aprire una nuova speranza».
IL DOCUMENTARIO di Liberti e Segre mostra, attraverso i racconti dei respinti, l'esperienza a dir poco drammatica di queste persone. Sono loro a descrivere esattamente cosa è accaduto su quelle navi. Sono loro le testimonianze dirette, che ancora mancavano e che mettono in luce le violenze e le violazioni commesse dall'Italia ai danni di persone indifese, innocenti e in cerca di protezione.
Andrea Segre non svela il suo prossimo lavoro con ZaLab; sicuramente affronterà un tema cruciale dei nostri giorni, al confine tra Nord e Sud del mondo, mostrando come stanno realmente le cose, con quel coraggio di informare soprattutto le giovani generazioni del presente che stiamo vivendo.