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SONO MOLTO LIETO dell'occasione che mi è stata offerta di tornare in questo luogo, dove ho avuto la fortuna di incontrare alcuni dei protagonisti di questo bel Centro: padre Giacomo Girardi, con cui ho potuto collaborare in varie occasioni, e monsignor Aristide Pirovano, col quale mi è particolarmente commovente riannodare i rapporti di comunione. Inoltre sono onorato di poter parlare in questa sede nella preziosa ricorrenza del cinquantesimo di fondazione del Centro Pime di via Mosè Bianchi, in cui si è generata per Milano - e non solo per Milano - un'attitudine missionaria che è diventata cultura.
Mi sono interrogato sul tema «Fame di mistero», aggiungendogli un punto interrogativo. L'uso della parola è evidentemente metaforico, però è un titolo molto bello, perché provocante. Vuol dire che il mistero è necessario come il pane: non viviamo se non abbiamo il dono di incontrare il mistero. E anche se spesso non esplicitiamo questa domanda, la fame di mistero si impone. Perché noi possiamo farne esperienza, tuttavia, è necessario che il mistero assuma un volto concreto, non può restare un'idea vaga: il Mi¬stero deve far sentire la sua presenza come qualcosa da cui non si può prescindere.
Ma che cos'è questo mistero? Possiamo tradurlo forse in una formula più accessibile alla nostra sensibilità di uomini postmoderni: una voglia di vivere, qualcosa che risponda al desiderio profondo del nostro cuore che è un desiderio di infinito, per cui l'uomo tende per sua natura al «per sempre», vuole durare, andare oltre la morte: gli antichi parlavano dell'immortalità dell'anima, noi cristiani parliamo della resurrezione della carne.
Per dare un volto concreto al mistero, come potremmo identificare questa "fame"? Uso due parole oggi molto diffuse, sempre intrecciate fra di loro: "felicità" e "libertà". La felicità è l'oggetto del desiderio; noi tendiamo alla felicità e desideriamo andare oltre la morte e durare per sempre per stare con Dio. Se la felicità è l'oggetto, la libertà è l'energia per perseguirlo. Il mistero, dunque, ha a che fare con la felicità e con la libertà che sono i motori della voglia di vita.
Felicità e libertà oggi sono le due parole più in voga; sono addirittura il simbolo del passaggio al post moderno. Prima della caduta dei muri le categorie più in voga erano ragione e giustizia; oggi non è che questi valori non siano più importanti, ma sono stati soppiantati dalle parole felicità e libertà. Mi ha colpito come questi due termini occupino un posto centrale anche nel Vangelo: «Se vuoi essere compiuto devi essere felice» (Mt 19,21); «Se verrete dietro di me sarete liberi davvero» (Gv 8,36). Possiamo dire quindi che l'annuncio cristiano - lungi dall'essere inattuale - si trova più che mai sulla lunghezza d'onda dell'uomo post moderno: il cuore dell'annuncio di Gesù tende alla felicità e fa leva sulla libertà («Sarete liberi davvero»). Le domande di fondo che stanno nel cuore degli uomini di ogni tempo e che prima, lungo la modernità, erano appannaggio dei filosofi oggi sono diventate le domande esplicite di ogni membro della comunità intera.
Sono esplose nella vita personale e sociale di noi uomini contemporanei con una forza del tutto inedita. Non intendiamo in nessun modo rinunciare al desiderio di felicità in tutta la sua ampiezza e all'impiego di tutta la libertà per realizzarlo. Tante difficoltà che l'uomo di oggi - più o meno motivatamente - ha nei confronti della Chie¬sa sono legate al fatto che non siamo capaci di dare ragioni convincenti: la proposta della Chiesa viene avvertita come qualcosa che tarpa la felicità e che limita la libertà.
Qui si pone, allora, la questione: a quali condizioni, riprendendo i termini evangelici, l'uomo si compie e può essere libero davvero? Noi cristiani condividiamo la stessa fame di mistero e la stessa voglia di vivere che sono nel cuore di ogni uomo. È un dato fondamentale: la proposta di Gesù va nella direzione dell'uomo compiuto, dell'uomo felice, libero. Non è un qualcosa che si aggiunge, non è un vestito che si mette alla domenica, non è una vernice con cui ridipingo qualcosa che gli pre-esiste: il cristianesimo ha la pretesa di essere il compimento dell'umano.
QUESTA FAME di mistero che è nel cuore dell'uomo - per grazia, mediante la fede - può incontrare il dono, ovvero il pane vivente che sazia la fame: Gesù. Nel Vangelo di Marco vediamo emergere questa logica dell'incontro che già dice la grandissima umanità del fatto cristiano: l'io non può mai compiersi se non in relazione, nell'incontro con l'altro e - nel caso del cristianesimo - con Gesù. La relazione che scaturisce dall'incontro con Cristo diventa il paradigma di ogni altra relazione. In Giovanni troviamo una serie di grandi incontri di Gesù: con la samaritana, con l'adultera... È qualcosa che muta le relazioni. All'origine di questa possibilità del nostro io di colmare la fame di mistero c'è l'incontro. E Gesù si propone in questi termini: viene incontro a ogni uomo proprio per saziare la fame di mistero. Gesù è il pane vivente ed essendo dal Cielo si capisce che sia "mistero". Mistero, però, non è l'inconosciuto, questa è una visione superata. Mistero è l'origine stessa del tutto che si comunica a noi come fa la Trinità, creandoci. A tal punto ci ama, che ha voluto che ci fossero esseri fuori dalla Trinità in comunione perfetta con lei. Non si è fermata neanche davanti al peccato, ha inviato liberamente il Figlio per diventare in tutto simile a noi tranne che nel peccato, lasciandosi incontrare in modo che possiamo finalmente immaginare che cosa sia l'amore di Dio, lasciandosi inchiodare sulla croce e risorgere per il nostro bene. Il mistero è il dono progressivo che la Tri¬nità fa di sé a noi in Cristo Gesù immettendoci nell'esistenza, mantenendoci in essa, liberandoci dal male se siamo disponibili.
Appare chiaro, dunque, che essere cristiani chiede una assunzione completa dell'umano e non potrebbe essere diversamente dal momento che lo stesso Figlio di Dio «non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio ma spogliò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini. Apparso in forma umana umiliò se stesso» (Fil. 2,6-8). Se Dio assume l'umano allora significa che la logica cristiana - la logica dell'incarnazione - implica l'assunzione di tutti gli aspetti dell'umano.
I cristiani - vivendo questa logica dell'incarnazione nel quotidiano - sono solidali con i fratelli uomini proprio nel comunicare che la fame di mistero che hanno nel cuore può trovare, ha trovato una risposta, un pane che viene dal cielo e che toglie completamente la fame.
NOI SIAMO CHIAMATI a incarnare in uno stile di vita bellissimo questo cambiamento. Il protagonismo dell'io e la stagione delle utopie sembrano finiti. Una volta si diceva che bisognava cambiare il sistema, oggi abbiamo imparato che se non cambio io non cambierà nessun sistema. Il cambiamento è possibile solo se comincia da me e comincia subito. Allora dobbiamo mostrare che la felicità è possibile e che la libertà può veramente espandersi in tutta la gamma delle sue realizzazioni se noi viviamo in Cristo. Infatti Gesù, uomo fra gli uomini, si mosse a tutto campo chiamando i suoi interlocutori - con mitezza ma con decisione - al paragone con la sua persona. Quindi non possiamo disertare il campo della testimonianza. Le parole troppo usate si logorano e così pure sta accadendo con il termine "testimonianza": dobbiamo recuperarlo in tutta la sua verità. L'etimologia identifica il terzo che sta fra i due, fra giudice e l'imputato; così il testimone è colui che sta fra Gesù Cristo e il fratello uomo.
LA TESTIMONIANZA non è riducibile solo al buon esempio, ma è una modalità di conoscenza della realtà e quindi di comunicazione della verità: lo stile di vita del cristiano deve esprimere conoscenza della realtà e comunicarla. Questo è tanto più necessario in una società plurale come la nostra, dove vivono insieme diverse concezioni della vita. Il ragionamento su cui tante volte sono nati equivoci è che più la società è plurale, più ci sono visioni che si scontrano fra di loro. Ma io ho il dovere di dare il mio contributo, di dire come la penso, in base alla fede che professo. Non dobbiamo avere una riduzione intimistica del concetto di testimonianza.
Quanto alla straordinaria coincidenza tra l'annuncio cristiano e l'anelito dell'uomo postmoderno - felicità e libertà -, bisogna però riconoscere che oggi viviamo dentro un grande travaglio. Siamo consapevoli di quanti sentieri interrotti percorrano il desiderio di felicità e di libertà dell'uomo post moderno. Non c'è aspetto legato all'esperienza elementare dell'uomo che non appaia oggi un po' sottosopra. C'è un travaglio e noi dobbiamo viverci dentro. Il travaglio non va affrontato rimpiangendo il passato: è un grandissimo errore che produce solo lamento. Prendendo sul serio l'incontro con Gesù e la sua santa Chiesa, al di là di tutti gli errori degli uomini di Chiesa, dobbiamo vivere questa esperienza bella di felicità e libertà che l'incontro con Gesù ci consente.
Chiudo citando un bellissimo passaggio del di¬scorso di Benedetto XVI a Verona: «Dovete testimoniare come la fede in un Dio dal volto umano porti la gioia». La fame del mistero, quando trova soddisfazione, sprigiona gioia da tutte le parti. La gioia si deve vedere sul volto del cristiano. La parola gioia è quella più presente nel magistero di Benedetto XVI, la gioia cristiana è l'anticipo del Paradiso. E nel Paradiso diventerà gioia piena, beatitudine. ❚
(testo non rivisto dall'autore)