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Può la categoria dell'inculturazione rivelarsi utile per guardare alla diffusione di una grande religione orientale, il buddhismo, in un contesto europeo? È il tema che il teologo francese Dennis Gi¬ra, direttore anziano aggiunto dell'Istituto di scienza e di teologia delle religioni di Parigi, affronta in questa riflessione, tratta da un articolo più lungo pubblicato sul numero di dicembre 2011 dalla rivista Etudes.
DAGLI ANNI SETTANTA la parola inculturazione fa parte del vocabolario dei teologi e dei pastori ma anche del magistero della Chiesa cattolica. Il termine è nato dall'incontro del Vangelo e delle diverse culture del mondo; è legato all'attività missionaria della Chiesa. Può sembrare strano utilizzarlo per descrivere quanto succede nell'incontro tra il buddhismo e l'ambiente culturale, sociale e religioso in Francia. Tuttavia, non bisogna dimenticare che il buddhismo, da 2500 anni, è missionario e che gli stessi buddhisti che hanno portato agli altri la Legge buddhista (la verità liberatrice che il Buddha ha scoperto) si sono sempre preoccupati che i loro ascoltatori potessero capirla e integrarla alla loro vita. Il legame fra l'attività missionaria dei buddhisti e questa preoccupazione ci permette quindi di usare la parola «inculturazione». Ma siamo obbligati a farlo in maniera analogica perché le differenze che separano lo slancio missionario del buddhismo da quello del cristianesimo sono notevoli.
Secondo il ministero dell'Interno, oggi vi sono un milione di buddhisti in Francia, cifra che sorprende sia nei circoli buddhisti sia fra gli specialisti del buddhismo. Riflette il fatto che questa tradizione, sotto le sue diverse forme, è definitivamente radicata nel Paese. I buddhisti francesi, con la stessa convinzione dei loro antenati nella fede di altri Paesi, desiderano far conoscere in Francia «la Legge che è benefica al suo inizio, benefica nella sua metà e benefica nella sua fine». È normale che vogliano farlo in maniera comprensibile ai francesi. Vogliono fare ciò che i buddhisti cinesi e giapponesi hanno fatto in Cina e in Giappone.
Tuttavia, la «Ruota della Legge», arrivata in Francia qualche decennio fa, porta su di sé le tracce dei contatti che ha avuto attraverso i secoli con le numerose culture estremo-orientali. Ci sono l'architettura dei templi, le immagini che vi si trovano (le diverse divinità, bodhisattva o Buddha), i riti, talvolta sontuosi (si pensi a quelli del buddhismo tibetano), talvolta di una sobrietà affascinante (quelli del buddhismo zen), i testi recitati e la lingua impiegata per farlo (spesso in tibetano, in sanscrito, in pali, in cinese o in giapponese). Sono altrettanti segni che il «buddhismo in Francia» è ancora lontano dall'essere un «buddhismo francese». Tuttavia, si sono fatti progressi notevoli grazie a un processo d'«inculturazione» che ha già portato dei frutti, anche se resta molto da fare, da parte dei buddhisti e da parte dei loro interlocutori in Francia. Bisogna anche riflettere su ciò che rischia di rallentare lo slancio della «Ruota della Legge», ciò che cerca di modificarla nella sua struttura, ciò che sarebbe nocivo al buddhismo, che non potrebbe più offrire alla Francia quanto ha di specifico.
RICORDIAMOCI che il buddhismo - che, un po' meno di cinquant'anni fa, era una curiosità, intellettuale o spirituale per alcuni ma totalmente sconosciuto alla schiacciante maggioranza dei francesi - è oggi la quarta religione del Paese. Chi avrebbe immaginato agli inizi degli anni 60 che il buddhismo avrebbe avuto diritto alla trasmissione televisiva (accordato dai pubblici poteri) ogni domenica nell'ambito dei programmi religiosi («Saggezze buddhiste» su France 2 alle 8.30)? Chi avrebbe immaginato la simpatia con cui molti francesi avrebbero accolto il buddhismo e che cinque milioni di loro avrebbero affermato, all'inizio del terzo millennio, di sentirsi vicini al buddhismo? Chi avrebbe immaginato che numerosissime associazioni buddhiste, estremamente diverse le une dalle altre per la loro origine, i loro insegnamenti e le loro pratiche, si sarebbero unite per diventare un interlocutore privilegiato dei pubblici poteri, avendo lo stesso statuto della Conferenza episcopale francese e della Fede¬razione protestante di Francia?
Tutto questo mostra che il processo d'«inculturazione» avanza più rapidamente in Francia di quanto non abbia potuto fare in Cina o in Giappone, ed è normale. In Cina, i missionari e le prime comunità buddhiste dovettero creare tutto: non c'erano né dizionari per aiutarli a tradurre i testi buddhisti, né scienze umane e religiose per capire meglio l'ambiente in cui erano, né media per farsi conoscere, né internet! Qui, tutto è a disposizione dei buddhisti per entrare pienamente nell'ambiente socio-religioso del Paese. La traduzione dei testi si fa molto più rapidamente che in Cina, e i risultati sono più soddisfacenti.
Resta un problema fondamentale: non esiste alcun equivalente in francese per numerosi termini buddhisti. A questo riguardo, è interessante notare il numero di termini che sono stati integrati nei dizionari di lingua francese. Eccone alcuni esempi: dharma, karma, lama, mandala, mantra, nirvana, puja, sutra, vihara, zen.... È meglio integrare queste parole straniere alla lingua francese che tentare di tradurle.
IL MODO poi in cui certi termini francesi (psicologici, religiosi o altro, dalla connotazione molto positiva, ma senza equivalenti nelle lingue buddhiste) sono impiegati nei media, nei libri sul buddhismo e dai maestri buddhisti nelle loro conferenze per parlare dell'esperienza buddhista è un altro successo ambiguo del buddhismo in Francia. Il termine «persona», la parola «amore», o ancora l'espressione «illuminazione personale» ne sono buoni esempi. Questo «successo» rende il buddhismo più simpatico perché questi termini sono molto valorizzanti, ma non bisognerebbe anche pensare agli effetti negativi che questo può avere sulla coerenza del buddhismo? A che cosa pensavano i giovani fra i 18 e i 25 anni che per il 46 per cento hanno affermato in un sondaggio che credevano che la religione più adatta a favorire la loro «illuminazione personale» fosse il buddhismo? Che cosa penseranno quelli che sono convinti che il buddhismo valorizza l'amore quando sapranno che questa parola è abitualmente impiegata per tradurre una delle passioni perturbatrici (in pali kama, in giapponese aiyoku) che impediscono all'uomo di arrivare al risveglio? Che cosa risponderanno i loro maestri quando domanderanno loro qual è la parola sanscrita, pali, cinese, giapponese o tibetana che corrisponde alla parola «persona»?
UN ALTRO SUCCESSO ambiguo dell'«inculturazione» del buddhismo in Francia è il modo per cui la pratica buddhista si riassume, per la maggioranza dei francesi, nella meditazione. Questa pratica è molto efficace per aiutare a vivere meglio, ma se è isolata dalla «disciplina morale», ugualmente essenziale per il buddhismo, essa non può condurre all'esperienza del risveglio. Tuttavia il numero di libri consacrati alla meditazione sorpassa di gran lunga il numero di quelli che spiegano le esigenze della disciplina morale. Si potrebbe aggiungere che lo studio è una vera pratica nella maggioranza delle scuole buddhiste ma sembra, come la disciplina morale, suscitare molto meno interesse della meditazione. Non si può non domandarsi quale effetto tutto ciò avrà sulla coerenza interna del buddhismo.
Notiamo, infine, la maniera molto positiva attraverso cui numerosi buddhisti parlano del Cristo ai cristiani e agli altri. Nei circoli del buddhismo del Mahayana si sente abbastanza spesso dire che Gesù è un bodhisattva, letteralmente un essere (sattva) votato al risveglio (bodhi). Bisogna sapere che il bodhisattva è l'ideale proposto da questa forma di buddhismo (la più importante oggi in Francia). È anche un personaggio che incarna tutte le virtù di cui parlano i buddhisti, pronto a donare la sua vita per il bene di tutti. Un cristiano deve dunque essere sensibile al rispetto che mostrano i buddhisti quando usano questo termine per parlare del Cristo. Ma bisogna anche essere coscienti che questo titolo non corrisponde a ciò che dice la fede cristiana.
Termino con qualche nota su quale potrebbe essere una pastorale appropriata in questa situazione. Esigerebbe la messa in opera di quanto il Concilio e i grandi testi della Chiesa dicono sul dialogo interreligioso. Invece di reagire in maniera negativa a questo processo d'«inculturazione», sarebbe bene investire tempo ed energia necessari per discernere dove si trovano i semi del Verbo e dove «lo Spirito Santo è presente e attivo» in questa tradizione buddhista. I cristiani accoglierebbero allora i buddhisti con un grande rispetto e riconoscerebbero che hanno qualcosa da dire loro sul Mistero che è la sorgente di ogni vita, essendo pronti a dividere con loro, in termini comprensibili, ciò che la fede cristiana ha da dire sullo stesso Mistero. Questo implica la formazione di specialisti del buddhismo che conoscano in ugual modo la teologia perché, senza questa competenza, sarà impossibile farlo in modo sistematico e intelligente.
Nello stesso tempo, la Chiesa deve essere abbastanza umile da riconoscere che nessuna tradizione può pretendere di avere il monopolio del vocabolario religioso. La Chiesa dovrebbe poter comprendere, e spiegare ai suoi fedeli, quello che è diverso, nei termini che impiegano i buddhisti, da ciò che dice la Chiesa quando impiega gli stessi termini, ma anche ciò che è analogo. Questo processo potrebbe anche aiutare i cristiani a ripensare il loro vocabolario. Riflettere su questa «inculturazione» del buddhismo in Francia potrebbe aiutare i cristiani di qui a capire che dovrebbero fare lo stesso nel proprio ambiente sociale, dove il loro vocabolario è diventato inascoltabile e troppo lontano dall'esperienza di ciascuno. ❚
(traduzione a cura di M.T. Pini)