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Dopo il clamore suscitato dalla nazionalizzazione della filiale argentina dell'impresa petrolifera spagnola Repsol da parte del governo di Cristina Kirchner, un'altra impresa iberica si appresta ad essere nazionalizzata in un Paese latinoamericano. Si tratta della Transportadora de Electricidad (TDE), filiale della Red Eléctrica de España, la cui espropriazione è stata annunciata ufficialmente dal presidente boliviano Evo Morales durante le celebrazioni del 1 maggio.
Attualmente TDE controlla il 74% delle linee elettriche della Bolivia, ma secondo Morales non investe sufficientemente nel Paese. Il presidente boliviano ha letto il decreto di nazionalizzazione nel messaggio che ha rivolto ai lavoratori durante la festa del 1 maggio; ritiene la decisione "un riconoscimento al popolo boliviano che lotta per il recupero delle risorse naturali e dei servizi fondamentali" e la giustifica sulla base degli scarsi investimenti realizzati dall'azienda in territorio boliviano, la stessa argomentazione usata dal governo argentino per espropriare Repsol. Red Eléctrica e Unión Fenosa, l'impresa spagnola che l'ha preceduta fino al 2002, "in 16 anni hanno investito appena 81 milioni di dollari", una media di "cinque milioni all'anno", ha sottolineato.
Al momento di annunciare l'esproprio, Morales, che da quando è arrivato al potere nel 2006 ha già nazionalizzato una ventina di imprese, soprattutto nel settore energetico e delle telecomunicazioni, ha mostrato un atteggiamento meno aggressivo e polemico di quello del governo di Cristina Kirchner verso Repsol. Il presidente boliviano ha detto che intende pagare all'azienda spagnola il valore reale dell'impresa, senza tralasciare il rimborso degli investimenti realizzati. Per farlo ha annunciato che contratterà un'impresa indipendente che stabilisca il valore di TDE nell'arco di 180 giorni. "Siamo responsabili con le imprese. Se la cosa giusta è restituire, bisogna restituire. Se un'impresa ha realizzato investimenti, li riconosceremo sempre", ha affermato Morales per rassicurare i mercati, ma facendo intendere allo stesso tempo che potrebbero esserci ulteriori nazionalizzazioni.
Non è mancato anche un gesto simbolico anti-imperialista, quando una decina di militari pesantemente armati, per ordine del presidente, hanno circondato la sede della compagnia, accompagnati da alcuni lavoratori che agitavano la Whipala, la bandiera indigena, in appoggio all'iniziativa.
Tanto nel caso boliviano come in quello argentino, due Paesi in cui il discorso politico antimperialista è profondamente radicato, la nazionalizzazione di imprese strategiche precedentemente privatizzate gode dell'appoggio di ampi strati della popolazione, che vedono questi gesti come vittorie contro il neocolonialismo delle multinazionali. In Argentina, come in Bolivia, esistono anche fazioni molto più radicali degli attuali governi, che inneggiano all'esproprio, senza nessun tipo di indennizzo, di tutte le imprese privatizzate.
I governi sanno che le nazionalizzazioni portano consenso e le utilizzano anche per consolidarsi al potere e fare passare in secondo piano altre problematiche relative alla loro gestione. In Argentina la nazionalizzazione di YPF è diventata uno spot pubblicitario per il governo, mentre in Bolivia, con la nazionalizzazione di TDE, Morales cerca anche di placare le insistenti critiche dei lavoratori al suo governo. Quello delle nazionalizzazioni è dunque un tema molto complesso, in cui il giusto principio della sovranità energetica si mescola a interessi politici contingenti, rancori storici ed echi di vecchie ideologie.