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C'è voluta la vicenda dei due marò italiani incarcerati in Kerala per accorgercene: l'India di oggi non è più solo un grande mercato per le nostre aziende e una miniera inesauribile di servizi di colore per i tg. È un colosso che, ormai, anche a livello politico, ragiona da grande potenza. E dove il nazionalismo è una questione tremendamente seria. È così da parecchio tempo. Ma noi avevamo bisogno di sbatterci contro per cominciare a capirlo. In tutta la vicenda dei due militari accusati di aver ucciso due pescatori (tra l'altro cristiani) perché scambiati per pirati intenzionati ad assalire un mercantile italiano, l'elemento-chiave è proprio il nostro immotivato stupore di fronte a un Paese di oltre un miliardo di abitanti che non sembra proprio avere intenzione di chiudere un occhio sulla morte di due suoi cittadini. Certo, il caso è complesso ed è giusto esigere che le regole del diritto internazionale siano rispettate. Però - dal modo in cui sono state gestite le prime fasi della vicenda e da tanti commenti rimbalzati sui nostri media - è apparso chiaro che eravamo tutti convintissimi che con l'India potesse italicamente finire a tarallucci e vino.
Tutto questo conferma quanto poco abbiamo capito ciò che si sta muovendo in Asia. Ci siamo, infatti, riempiti la bocca con tanti discorsi su Cinindia; ma alla fine abbiamo parlato sempre e solo della Cina. Come se la crescita economica strepitosa di New Delhi, Mumbai e Bangalore non fosse destinata ad avere un risvolto anche politico. Invece l'India - la più grande democrazia del mondo - è già oggi un attore fondamentale della scena mondiale. Ed è un Paese dove l'orgoglio nazionale e la voglia di riscatto rispetto al passato coloniale pesano ancora parecchio. Faremmo bene a tenerlo presente, prima di trovarci a sbattere contro di nuovo.

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