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Come trasformare il ricordo del male in «buona notizia»? L’esperienza di padre Andrea con i giovani di Tokyo

QUALCHE TEMPO FA, alcuni giovani della mia parrocchia mi hanno chiesto un momento di riflessione per ricordare l'11 marzo, per vivere la Quaresima e prepararsi alla Settimana Santa. Ab¬biamo vissuto tale momento sabato 10, il giorno prima dell'anniversario dello tsunami. Al solito appuntamento mensile del tomarikai (due giorni in parrocchia) han¬no partecipato, come sempre, anche giovani noncristiani: amici che invitiamo a passare due giorni assieme a noi, con la possibilità di rimanere anche per la notte. Nella frenetica Tokyo, così come la vive il mondo universitario, il tomarikai si presenta come un'oasi dal sapore familiare. Mi sono preparato accuratamente per questa occasione, soprattutto per la delicatezza del momento. Mi sono chiesto: quale riflessione offrire a questi giovani? Quale parola evangelica potrebbe parlare al loro giovane cuore? Sia per i cristiani che per i noncristiani, che immagine di Dio è importante annunciare o ri-annunciare? Questo aspetto è di estrema delicatezza. Impressa nel profondo di ognuno, si annida la domanda: come coniugare la bontà di Dio con il male, sia esso umano o naturale, presente nel mondo? Qualcuno dei cristiani (e non) me l'ha apertamente confessato: «Padre Andrea, vengo in Chie¬sa per paura di Dio!», «Padre Andrea, ma se Dio è Amore, perché...?». Domande da Giobbe, che non si possono liquidare con leggerezza, o con citazioni filosofiche o biblico-patristiche, soprattutto quando ci si confronta con persone veramente provate dalla sofferenza e dal dolore. Pensiamo, addirittura, a quando - come nel caso del Giappone di oggi - le ferite inferte dalla storia sono a livello di popolo e di società.
Ai "miei" giovani ho offerto un unico versetto evangelico: «La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell'afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo» [Gv 16,21]. Innanzitutto una breve nota circa il testo biblico. Nel Vangelo di Giovanni, la cosiddetta "formula del ricordo" compare costantemente nella sua forma "in positivo" (2,17.22; 12,16; 14,26; 15,20; 16,4). Tutti passaggi-chiave che indicano l`importanza per il discepolo (ma direi per ogni persona) dell`atto del "far memoria" del passato, per vivere il presente e dunque, costruire il futuro. Tuttavia, sulla soglia del racconto della Passione e Resurrezione di Gesù, l'evangelista, con grande acume antropologico, ci ripresenta lo stesso verbo, ma nella sua forma "in negativo", e in un`immagine che qualsiasi donna che ha dato alla luce un figlio può naturalmente comprendere. Il versetto, oltre che di superbo genio compositivo, è anche di una finezza spirituale strepitosa. La donna è afflitta nell'avvicinarsi della "sua ora". L`afflizione è generata dall`ora del parto: momento di dolore e di distacco. Il bambino e la madre, che hanno vissuto sino a quel momento in simbiosi fisica e psicologica, si separano; e questo, avviene nel dolore fisico e spirituale. Ma quando il bambino viene alla luce «non si ricorda più dell'afflizione». Notiamo l`accuratezza lessicale e psicologica di questa espressione. La donna «non si ricorda più» non del dolore (quel ricordo c'è, è segnato nella sua carne, e ci sarà sempre nella carne dell'umanità); ma la donna «non si ricorda più» dell'«afflizione». Il ricordare il dolore nel contesto dell`aver dato alla luce un bimbo le permette di "dimenticare" quell'afflizione che non solo rischia di ottenebrarle la gioia del presente, ma anche rischia di frustrarle il desiderio di una nuova maternità.
Sappiamo bene che questa piccola parabola ci parla della Passione, Morte e Resurrezione di Gesù, nel quarto Vangelo. In particolare del rapporto tra Gesù crocifisso/risorto e i suoi discepoli.

IN QUESTA MIRABILE immagine, dunque, non si legge la spiegazione del male e del dolore. Forse neanche Gesù ha avuto tale pretesa. L'ho detto apertamente ai giovani, soprattutto ai noncristiani: il Vangelo e la nostra fede non sono né un prontuario per le difficoltà della vita, né tanto meno un`anestesia per il dolore del mondo. Ma il Vangelo ci dona sempre la possibilità di un cammino di riconciliazione nei e dei momenti difficili, in questo caso attraverso l`atto del «ricordare per dimenticare». Riconciliazione, dunque: ricordare l'evento indelebile del dolore, per dimenticare il sentimento di afflizione che da quel dolore è stato generato.
Ai giovani ho proposto quindi la rilettura di un cliché di domande che troppo spesso viene applicato a questi frangenti: «Perché il male? Perché il dolore? Perché Dio ha permesso...?». Già l'ho detto: sono domande legittime. Tuttavia, allo stesso tempo, esse rischiano di allontanare il focus dell`attenzione dal livello più profondo dell`esperienza del male e del dolore. In altri termini, la domanda vera è: «Io come reagisco dinanzi al male e al dolore?». Ancora: «Del male fatto, e soprattutto del male subito, e spesso assurdamente subito, cosa me ne faccio?».
In occasione dell'11 marzo, questo "io" è diventato l' "io" collettivo di un intero popolo. Perciò, mi è parso necessario ripercorrere il difficile percorso del «ricordare per dimenticare» in vista di una riconciliazione non solo con le responsabilità di errori umani (l`incidente nucleare di Fukushima, gli sbagli nei piani regolatori di intere aree costiere... ), ma di una ben più difficile riconciliazione con il mistero di una natura che da generatrice di vita si è trasformata, nel giro di pochi minuti, in macchina di distruzione e di morte.

 

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