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L’ editrice Emi ha inaugurato una nuova collana intitolata «Il fattore R» dedicata alle «religioni fra tradizione e globalità». In sedici volumi offrirà «una guida agile e autorevole per penetrare il senso e l’attualità» di ciascuna grande confessione religiosa. La collana è curata da Brunetto Salvarani, teologo e scrittore, che firma il volume introduttivo intitolato «Il fattore R. Le religioni alla prova della globalizzazione» (pp. 160, euro 12). Da questo libro pubblichiamo alcune pagine su come guardare oggi al dialogo tra religioni.

FINO A POCO fa la maggioranza delle persone viveva in gruppi religiosi ristretti e circoscritti nei loro contorni sociali, con una consapevolezza piuttosto marcata - poiché sostanzialmente indisturbata - della propria identità e della distanza che li separava dagli appartenenti a tradizioni religiose altre. Buddhisti, induisti, sikh, musulmani, abitavano luoghi lontani frequentati solo da pochi turisti e studiosi occidentali. L'attuale prossimità forzata, peraltro, non è stata accompagnata da una formazione specifica, un'informazione corretta, una riflessione adeguata; mentre l'emozione collettiva suscitata da eventi quali quelli dell'11 settembre ha contribuito a diffondere paure, sospetti, diffidenze. E una percezione per lo più negativa del pluralismo religioso, colto come un cuneo insensato improvvisamente infisso nel tranquillo scenario dello status quo.
Sullo sfondo di tale panorama in progress, abbiamo bisogno di criteri in vista di un corretto dialogo interreligioso. Sintetizzando, potrebbero ridursi a un paio. In primo luogo, è necessario prendere le mosse da una seria consapevolezza della propria identità religiosa. Del proprio specifico. Del carattere originale della propria tradizione di fede. A lungo, persino in ambiti sensibili al dialogo ecumenico/interreligioso, si è ritenuto che esso sarebbe stato favorito dalla rinuncia (quanto meno tattica, momentanea) alla propria peculiare identità da parte delle religioni coinvolte. L'incontro si sarebbe svolto più facilmente a partire dalla scelta del cristiano che, posto di fronte a un musulmano, ad esempio, avesse optato per trascurare, o almeno porre fra parentesi, le verità più scomode agli occhi dell'interlocutore. Bisogna, ora, capovolgere tale prospettiva. Nessun dialogo autentico può avvenire sulla base di una diminuzione della propria identità (che è un processo in perenne divenire), un generico volemose bene, o un indifferentismo che banalizzi a basso prezzo le differenze. Che ci sono, resteranno, e non vanno minimizzate: semmai, opportunamente contestualizzate, e mai drammatizzate.
Un dialogo serio implica interlocutori consapevoli e innamorati della loro identità: «Avere convincimenti fermi - scrive il teologo peruviano Gustavo Gutiérrez - non è di ostacolo al dialogo, ne è la condizione necessaria. Accogliere, non per merito proprio ma per grazia di Dio, la verità di Gesù Cristo nelle proprie vite è qualcosa che non solo non invalida il nostro modo di fare nei riguardi di persone che hanno assunto prospettive diverse dalla nostra, ma conferisce al nostro atteggiamento il suo genuino significato» (...).

UN SECONDO CRITERIO è la maturazione di un atteggiamento positivo verso le altre religioni. Questo, del resto, è il filo rosso del Vaticano II, in particolare della dichiarazione Nostra aetate, ma anche delle tappe successive: dalla pedagogia dei gesti del beato Giovanni Paolo II (dall'abbraccio a rav Elio Toaff al tempio maggiore a Roma alla Giornata di Assisi del 27 ottobre 1986, dal suo avvicinarsi compunto al Muro occidentale a Geru¬salemme nel marzo 2000 al suo passeggiare scalzo nella moschea di Damasco nel maggio 2001) alla proclamazione congiunta da parte delle Chiese cristiane europee della Charta Oecumenica a Strasburgo (22 aprile 2001). Mentre persino la bufera scatenatasi dopo il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona del 12 settembre 2006, a gioco lungo, potrebbe trasformarsi paradossalmente in un input positivo sul dialogo cristianoislamico.
Ciò, si badi, correggendo quello che era stato l'atteggiamento generale e reciproco del passato, contrassegnato da guerre religiose, crociate, antigiudaismo...
«L'educazione e la formazione al dialogo interreligioso, o a una vita di amicizia e di simpatia con persone di altre religioni - annota Franco Sottocornola, missionario saveriano in Giappone - deve anzitutto cercare di creare questo atteggiamento generale col quale noi sottolineiamo quello che è positivo, buono, bello nell'altra religione, piuttosto che i suoi aspetti negativi, e poniamo l'accento su tutto quello che favorisce la collaborazione e l'amicizia, piuttosto che su ciò che divide».
Si tratta di avviare un cammino che potrà rivelarsi anche lungo e accidentato: è inutile farsi illusioni. Certo, il dialogo interreligioso dovrà maturare nel quadro di un riconoscimento in cui ciò che si confronta non sono le religioni (entità astratte), bensì donne e uomini in carne e ossa, con storie, vissuti, sofferenze, peculiari e irripetibili. Una considerazione non banale o scontata: quanti errori sono stati compiuti, e continuano a farsi, a causa di una lettura tutta ideologica e metafisica dell'altro! In primis, creare e favorire occasioni d'incontro, dunque, in ambienti che favoriscano il contatto effettivo. Lavorare assieme in qualche settore specifico affrontando problemi sociali o di¬scriminazioni ingiuste, potrebbe rendere più denso e convincente un rapporto interreligioso. (...) Perché oggi non possiamo più negare, con Pa¬nikkar, che «senza dialogo, le religioni si aggrovigliano in sé stesse oppure dormono agli ormeggi... o si aprono l'una all'altra, o degenerano».

 

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