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SE GLI CHIEDETE di sintetizzare il senso dei suoi anni 32 di missione in Thailandia, padre Angelo Campagnoli (nella foto) - pioniere della presenza del Pime nella "terra dell'eterna primavera" (vedi box) - vi risponderà con un'immagine mutuata dal guru buddhista Buddhadasa: «La vetta a cui arrivare è unica, le vie di ascesa sono diverse; ciascuno pensa di salire quella giusta». Elogio del relativismo? Nient'affatto. Spiega Campagnoli, esplicitando la metafora: «Se Chi sta sulla vetta mi grida giù: "Guarda, questa è la via maestra, garantita", io non posso che voltarmi verso l'amico che sta salendo per un'altra via e trasmettergli quel grido dall'Alto. E se costui continua imperterrito la faticosa salita, non mi resta che alzare il capo e gridare verso Colui che sta sulla vetta: "Signore, dàgli una voce più chiara anche da quella parte!". E poi affidare al vento dello Spirito un "arrivederci in vetta, amici buddhisti!"».
Questa immagine - che salda felicemente la "pretesa" dell'unicità di Cristo con la volontà salvifica universale di Dio - rappresenta la pagina finale di un agile libretto, "Grazie amici buddhisti", che padre Campagnoli ha da poco pubblicato per Pimedit (pp. 84, euro 5). Il sottotitolo è quanto mai rivelatore: "Vivendo con i buddhisti ho capito meglio il cristianesimo".
Ma qual è il senso di questa pubblicazione, posto che padre Angelo non si è dedicato interamente al dialogo interreligioso e che altri missionari sono certamente più autorevoli di lui in questo campo? L'interessato lo spiega nell'introduzione: «Il missionario è "ponte", uno che collega la nostra fede e cultura cristiane con le altre, attento a scoprire in quelle i semina Verbi che ti rivelano un Dio già presente prima del tuo arrivo e ti fa capire che certi valori "non cristiani" che trovi là rappresentano una sfida ad approfondire e arricchire la nostra fede». Con una granitica certezza, però: Cristo è l'unico salvatore dell'uomo.
Racconta Campagnoli: «Ricordo la reazione di un giovane monaco buddhista quando, durante un corso di catechesi, presentai Gesù che, di volta in volta, si dichiara "venuto dal cielo" (a Nicodemo), "via, verità e vita", "luce del mondo", "una cosa sola con Dio", "colui che dà la vita...". Gli lessi un labiale sommesso che diceva in thai la parola bà ("pazzo"). Non mi mostrai offeso; al contrario, gli dissi che aveva intuito la sfida della fede cristiana. I casi sono due: o è roba da matti, oppure come Gesù non c'è nessun altro venuto in terra».
Incalza: «Per anni ho tenuto corsi di cristianesimo ai monaci buddhisti di Phrae. Poi, quando il vescovo mi chiamò a Chiang Mai, fui invitato dal rettore dell'Università dei monaci nel Vat Suan Dok a parlare del cristianesimo. Volevano convertirsi? La lettera ufficiale di invito specificava: "Dato che c'è un numero crescente di occidentali che vengono da noi per conoscere il buddhismo e il loro back-ground è di cultura cristiana, ci sembra utile che tu, sacerdote cattolico ben inculturato qui, venga ad esporci i fondamenti del cristianesimo affinché noi possiamo adattare meglio il nostro insegnamento a loro". Mi domanderete se, alla fine, ho aiutato più cristiani a diventar buddhisti che non viceversa. Io sono sempre più del parere che se un vero cristiano s'incontra col buddhismo ritorna con rinnovato entusiasmo al buon Gesù».
CIÒ NON TOGLIE che proprio il confronto con credenti "altri" abbia stimolato il missionario ad approfondire la sua fede. Al punto da suscitare in lui - come dice il titolo stesso del libretto - sentimenti di autentica gratitudine. Il contatto con chi segue un'altra tradizione religiosa - spiega padre Campagnoli - ti obbliga a rinsaldare le tue convinzioni e a esprimerle in modo persuasivo: «Se chiedi a un buddhista che cos'è per lui la religione - sottolinea il missionario - ti risponderà che è il suo rifugio. Lo dice chiaramente la sua professione di fede: "Mi rifugio nel Buddha, mi rifugio nel Dhamma, mi rifugio nel Sangha" (la comunità monacale dei discepoli del Buddha). Mi domando: noi cristiani riusciamo a far vedere ai buddisti che incontriamo che ci rifugiamo nel Signore oppure diamo l'impressione di esserci creati da noi le nostre difese e sicurezze?».
Rientrato definitivamente in Italia nel 2010, tutt'altro che segnato dall'età (75 anni) e dai problemi di salute, padre Campagnoli è rimasto colpito dall'interesse che il buddhismo suscita in Occidente. E ha deciso di condividere la sua esperienza, consapevole che le proposte di vita di marca buddhista rappresentano una vera sfida alla fede cristiana, persino - come ebbe a dire anni fa il cardinale Carlo Maria Martini - più dell'islam.
Ecco perché le pagine di padre Campagnoli - uno scritto senza troppe pretese, ma tutt'altro che banale - non trattano del buddismo in generale, ma raccontano «come io ho conosciuto dei buddisti, seguaci del Teravada (o scuola del Piccolo Veicolo), nella loro vita concreta».
NEL LIBRETTO sono diversi i temi toccati, sia pur rapidamente: si va dalla concezione della preghiera al valore del celibato, dalla compassione buddhista (karuna) alla differenza con la carità cristiana, dal Nirvana al paragone con l'aldilà cristiano. Fino ad arrivare alla madre di tutte le questione: l'assoluta unicità di Cristo salvatore.
L'approccio, in ogni caso, è più esistenziale che specialistico. Il che potrà forse irritare i puristi, ma ci offre un quadro della realtà più aderente al vissuto concreto. Padre Campagnoli racconta, in proposito, episodi illuminanti. «Qualche anno dopo il nostro primo arrivo in Thailandia ci venne come rinforzo un confratello che aveva fatto studi specialistici sul buddhismo in un'università Usa. Dopo non molto tempo mi dice deluso: "Questa gente ha molto poco di buddhista: ne sa poco e pratica male". Replicai: "Cosa pensi che capirebbe del cristianesimo un non cristiano che venisse da noi a vedere come vivono tanti che si dicono cristiani?". Conclusione: mi trovavo tra buddhisti in carne ed ossa e dovevo cercare di capire quanto c'entrasse il buddhismo con ciò che essi dicevano e facevano».
Ebbene: è proprio nel contatto concreto e quotidiano con i buddhisti "della strada", che padre Campagnoli tocca con mano i diversi riferimenti morali, le differenze di sensibilità e così via.
Ma come riuscire a comunicare l'originalità cristiana costruendo un dialogo con persone dall'universo culturale così distante? La buona volontà non basta: occorre passare, giocoforza, per la via stretta dell'inculturazione, mettersi alla scuola dell'altro, entrare, per quanto possibile, nella sua pelle. Operazione tutt'altro che indolore, che mette a dura prova anche i missionari meglio intenzionati. Padre Angelo sfodera dal suo ricco repertorio un altro aneddoto significativo. «Un mio confratello, arrivato da poco in Thailandia, aveva notato un monaco che ogni mattina accompagnava alla nostra scuola un nipotino. Il monaco sapeva un po' d'inglese e il missionario colse l'occasione per dialogare. Ma un giorno il monaco mi dice: "Padre, devo evitare di ascoltare le cose cattive che il giovane padre mi racconta". Chiedo al confratello: "Tu parli di cose cattive a quel monaco?". "Cosa? - mi risponde - Io gli parlo di Dio, delle prove di san Tommaso sulla sua esistenza. Gli pongo gli interrogativi fondamentali della fede". Ribatto: "Proprio questo gli impedisce di arrivare alla serenità quando fa vipassana (la meditazione per ottenere la serenità interiore, ndr). Gli rimangono in mente i tuoi interrogativi, ai quali non trova risposta, e la sua conclusione non può che essere: sono un male da evitare».
ESEMPI COME QUESTO indicano che il dialogo autentico si costruisce passo passo, sbaglio dopo sbaglio. Con il coraggio di cambiare prospettive. Continua padre Campagnoli: «Quanto più mi addentravo nella conoscenza del buddhismo, e del suo insegnamento morale, tanto più mi pareva inutile parlare della mia religione come di "cose da fare" o "da non fare". Intravvedevo che a far la differenza doveva essere non il "cosa" fare, ma il "perché"». E continua: «Tra cristiani e buddhisti possiamo andare d'accordo su tanti aspetti, cominciando dai Comandamenti, simili a ogni altra legge morale positiva presente in ogni religione». Tuttavia, dialogare non significa certo mettere tra parentesi le identità o annacquare il mes¬saggio cristiano. Proprio dal confronto sulla morale, emergono gli aspetti irriducibilmente diversi. Ancora Campagnoli: «Il buddhismo conosce cinque precetti fondamentali, che corrispondono ai Comandamenti, ma dal quinto in poi. Qui sta la radice del problema: se il buddhismo non parla del Creatore, è logico che nella lista dei loro precetti manchino i primi tre Comandamenti. Del quarto ("Onora il padre e la madre") non v'è traccia, forse perché ritenuto un comportamento istintivo. Così il nostro quinto è il loro primo. Ma qual è il perché della differenza? Il codice morale cristiano è una "conseguenza" del nostro rapporto con Lui. Niente di simile per i buddhisti, che rifiutano il discorso su Dio, il quale, dicono, esula dalla dimostrabilità. Per loro il centro è l'uomo che, immerso nel dolore dell'esistenza, ha bisogno di norme pratiche per liberarsi».
Non è difficile intuire che qui siamo al cuore del problema. Cristianesimo e buddhismo condividono alcune indicazioni morali, ma le motivazioni che le sorreggono sono molto diverse. Il missionario Campagnoli sente l'esigenza di esplicitarle e, per farlo, una volta sfrutta un fuori programma accaduto a scuola. «Un giorno due nostri ragazzi fecero un piccolo furto nel negozio di fronte alla scuola. Dopo averli colti sul fatto, il negoziante, nostro amico, li accompagna da me per la giusta ramanzina. Dei due malcapitati uno era cristiano, l'altro buddhista. Al ragazzo cristiano chiedo: "Chi hai offeso più di tutti?". "Gesù - risponde deciso - andrò a confessarmi". Poi chiedo al coetaneo buddhista: "E tu non pensi di aver offeso Buddha?". Lui mi guarda meravigliato e ribatte: "Cosa c'entra il Buddha? Mi sono meritato una punizione". Che differenza con quel "no" detto a Chi ti vuol bene!».
Lo stesso vale per la preghiera. Una differenza incolmabile tra la tradizione buddhista e il cristianesimo è che pregando il credente si rivolge non a una divinità impersonale, ma al Dio Trinità. Padre Campagnoli questa differenza l'ha misurata in prima persona: «Una volta, in un tempio, vidi un'anziana signora che mi sembrava proprio stesse pregando, muovendo anche le labbra. Attesi che finisse e le chiesi cosa aveva detto. Mi rispose: "Che i miei figli abbiano serenità in famiglia, che i miei nipoti facciano bene a scuola, che il campo ci dia frutti copiosi". Erano tutte forme ottative, di buon augurio, ma senza una richiesta diretta fatta a qualcuno: non aveva nominato il Buddha o altri intercessori. Phavana è la parola che i cristiani thai usano per indicare la preghiera, ma quanto è difficile spiegare la differenza tra quella cristiana e quella buddhista!».
PADRE ANGELO si è scontrato, infine, con una delle nozioni-chiave della spiritualità buddhista, ovvero il concetto di karma. L'an¬nuncio della misericordia senza limiti di Dio è qualcosa che irrimediabilmente spiazza l'interlocutore buddhista, secondo il quale il karma inchioda fatalmente ciascuno al suo destino. Spiega Campagnoli: «Un giorno una persona che veniva sovente ad ascoltarmi in chiesa prende coraggio: «Padre - mi dice - non riesco ad accettare quanto dici a proposito del battesimo, ossia che Gesù prende su di sé i nostri peccati e paga il nostro debito al nostro posto. Se Gesù è santo, il più buono, colui che ha solo karma positivo, io gli butto addosso i miei peccati? Per me sarebbe compiere l'offesa più grossa!». Replico: «Voi dite che Buddha è il maestro, il grande guru che ha indicato la via. Gesù invece non si è accontentato di indicare la via, ma ha detto: "Io sono la via" e il suo invito non è stato "Va'" ma "Vieni e seguimi". Chi lo fa, arriva ad accorgersi che Lui non solo gli è vicino ma è dentro di lui, al punto che san Paolo afferma: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me". Così il karma cattivo è definitivamente annientato!».
Tracciando un bilancio della sua intensa esperienza, padre Campagnoli conclude: «Il missionario, siamo abituati a dire, lascia tutto. Ma - provare per credere - è molto più ciò che riceve dalla vita in missione»
Da Milano all'Oriente
Nato a Milano nel 1936, ordinato sacerdote nel 1960, padre Angelo Campagnoli è stato dal 1961 al 1966 in Birmania (attuale Myanmar), dove ha conosciuto il beato padre Clemente Vismara. Nel 1972 ha avviato la presenza del Pime in Thailandia ed è stato, a più riprese, superiore regionale di quella circoscrizione. Dal 1985 al 1989 è stato direttore del Centro missionario Pime di Milano. Ha fatto ritorno nuovamente in Thailandia fino al 2010. Attualmente è impegnato nell'animazione missionaria in Italia.. ❚