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LE POLEMICHE SI EVITANO PIANIFICANDO UN SERVIZIO ALLE COMUNITÀ MUSULMANE DENTRO LA DIVERSITÀ DELLE REALTÀ DEL PAESE

Il referendum sulle moschee in Svizzera e i dibattiti riguardanti possibili costruzioni di moschee in vari capoluoghi d'Italia, dopo la querelle del velo islamico, ha portato alla ribalta la questione della valenza di segni e simboli religiosi appartenenti a tradizioni diverse da quella dominante nel nostro Paese. Si è aperta così una controversia che, in una società ormai chiaramente multiculturale e globalizzata, è, prima che un errore, un'assurdità.
Il segno o il simbolo religioso, infatti, espresso in particolare nella presenza di specifici luoghi di culto, non può essere mai uno strumento di offesa per chi ha un'altra fede, ma è un mezzo che esprime le diversità e può arricchire gli altri interlocutori. Come è stato ribadito da quanti - laici, cristiani, musulmani e appartenenti ad altre religioni - hanno accettato la Carta dei Valori nella quale si afferma che «muovendo dalla propria tradizione religiosa e culturale, l'Italia rispetta i simboli, e i segni, di tutte le religioni. Nessuno può ritenersi offeso dai segni e dai simboli di religioni diverse dalla sua. Come stabilito dalle Carte internazionali, è giusto educare i giovani a rispettare le convinzioni religiose degli altri, senza vedere in esse fattori di divisione degli esseri umani» (art. 25). Tuttavia i nostri amici musulmani fanno notare che la nascita di moschee, dalle più piccole alle più grandi, avviene spesso senza un riferimento alle esigenze reali della popolazione musulmana. A volte vengono progettate moschee al di là dei bisogni reali della comunità locale, con dovizia di mezzi finanziari, mentre altre comunità locali, anche consistenti, non trovano il modo di fruire di luoghi di culto adeguati per mancanza di mezzi o per carenza di organizzazioni giuridicamente definite. In definitiva, ci si trova di fronte a una situazione abbastanza caotica che non agevola la soddisfazione delle esigenze religiose delle varie comunità musulmane sparse sul territorio italiano.
Si tratta dunque di pianificare un servizio alle comunità musulmane nel contesto delle diverse realtà del Paese, all'interno di piani regolatori che tengano presenti le esigenze reali delle comunità locali, con stili di moschee che rispondano alla cultura e alle esigenze architettoniche e paesaggistiche di ogni singola realtà. D'altra parte, l'architettura islamica è stata sempre assai duttile e adattabile a diversi contesti storici e culturali. Essa ha prodotto una notevole diversità di stili di moschee che si sono evoluti con differenze di struttura notevoli. Così le antiche moschee birmane hanno lo stile dell'antica pagoda buddhista, quelle cinesi sono talmente ricche di influssi confuciani e buddhisti che è talvolta difficile distinguerle dai templi di tali religioni, mentre in Malaysia e Indonesia la moschea rispetta la forma locale della sala delle adunanze. Nel Sud-Est asiatico, inoltre, molte moschee non avevano un minareto e l'invito alla preghiera era dato da un gong, come nei templi buddhisti. Così lo stile delle moschee turche, che si ispirano alla struttura della basilica di Santa Sofia, è diverso dallo stile di quelle arabe o iraniane o di quelle sparse nell'Africa sub-sahariana.
Non si tratta, dunque, di mettere in discussione la libertà di culto, peraltro sancita dalla nostra Costituzione, ma di aprire un dialogo con i nostri amici musulmani in modo da favorire da una parte le esigenze di un'equa distribuzione delle moschee sul territorio, in base alle esigenze cultuali delle varie comunità, e dall'altro il rispetto delle tradizioni culturali del popolo italiano.

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