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LE MINE COSTITUISCONO ancora un pro¬blema in molte parti del mondo, no¬nostante la loro diffusione e densità vada sostanzialmente regredendo. Restano alcune emergenze e, ancora di più, la necessità di creare condizioni di sicurezza, assistenza, riabilitazione fisica e sviluppo socio-economico per le popolazioni colpite.
Questa è la fotografia che emerge dal rapporto Monitoraggio sulle mine 2011 presentato lo scorso novembre come documento di lavoro per il successivo grande incontro internazionale della "Convenzione sulla proibizione dell'uso, conservazione, produzione e trasferimento delle mine antiuomo e sulla loro distruzione" (Con¬ven¬zione di Ottawa, 1997) che ha portato un migliaio di delegati di Stati, Ong, istituzioni internazionali nella capitale cambogiana Phnom Penh dal 28 novembre al 2 dicembre.
La Convenzione sulle mine antiuomo e sulla loro distruzione - abitualmente conosciuta come Con¬venzione di Ottawa dalla capitale canadese dove sono state registrate ufficialmente le prime adesioni il 3-4 dicembre 1997 - è in vigore dal 1° marzo 1999. Essa rappresenta una risposta globale al problema delle mine.
Sono 158 gli Stati che l'hanno ratificata o ne sono firmatari. Di questi, 34 dei 50 che inizialmente erano anche produttori hanno fermato la fabbricazione e si calcola che le mine distrutte complessivamente nei 153 Paesi che hanno rinunciato a questo strumento bellico siano 44,5 milioni.
Diciassette Paesi dei 54 che negli anni dall'entrata in vigore della convenzione hanno visto la presenza di aree minate, hanno completato la bonifica, mentre altri sono prossimi a farlo.
Un impegno enorme che vede ora risultati incoraggianti ma non definitivi. «Un'azione sostenuta e anche in crescita di sminamenti è particolarmente significativa in questi tempi di incertezza economica. Nonostante le difficoltà, i governi continuano a mostrare un forte impegno per liberare il pianeta dalle mine e per assistere i sopravvissuti», ha detto durante la presentazione Jacqueline Hansen, direttore del Programma di monitoraggio.
A SOSTENERE QUESTA DICHIARAZIONE c'è un livello di finanziamenti che nel 2010 è stato il più elevato di sempre, con 490 milioni di dollari devoluti da 31 donatori a favore di 57 Paesi o regioni sui 72 interessati dalle mine. Complessivamente lo scorso anno sono stati utilizzati 637milioni di dollari (in parte finanziati dai governi locali) nelle varie attività che rientrano sotto la giurisdizione e gli impegni della Convenzione.
Un segnale positivo è anche l'adesione di due nuovi Stati-membri: Tuvalu il 13 settembre 2011 e Sud Sudan l'11 novembre, primi Paesi ad accedere al Trattato sul bando delle mine dal 2007. Altri, tra cui la Polonia e la Finlandia, è previsto che aderiscano entro il 2012.
Un bilancio senza ombre, quindi? Non proprio... Per la prima volta da tempo, in Paesi non parte del Trattato le mine sono apparse in nuovi territori di conflitto. Si tratta di Siria (che ha minato la frontiera con il Libano nell'ottobre 2011), Israele e Libia, dove è stato accertato l'uso di mine contro i ribelli da marzo ad agosto dello scorso anno. Confermato anche l'uso di nuove mine da parte di gruppi armati in Afghanistan, Colombia, Myanmar e Pakistan e proprio questi ultimi due sono gli unici Paesi al mondo a fabbricare ancora effettivamente mine, seppure sotto controllo governativo e per esclusivo utilizzo interno. Sono invece una dozzina quelli che non hanno rinunciato alla possibilità di questo tipo di produzione.
Un totale di 87 Paesi sui 158 firmatari del Trattato ha finora completato la distruzione delle scorte di mine, tra cui l'Iraq, lo scorso giugno; altri quattro (Bielorussia, Grecia, Turchia e Ucraina) sono invece ritardo sui tempi concordati (10 anni) per arrivare a liberarsi delle mine.
Un altro dato in controtendenza è il numero di vittime registrato nel 2010: 4.191, con un incremento rispetto all'anno precedente. Un dato riconosciuto come parziale, nella difficoltà di verificare la situazione "sul terreno" in Paesi che hanno aree di conflitto interno e dove le parti in lotta rendono difficile anche assistenza e riabilitazione.
Infine è forte la pressione sul governo sudcoreano affinché avvii lo sminamento della zona demilitarizzata al confine con l'ostile Corea del Nord, mentre in Cina la limitata produzione di mine ha un uso solo sperimentale.

DURANTE LA CONFERENZA nella capitale cambogiana è stato fatto anche il punto sulle priorità attuali dell'impegno contro le mine. Resta ancora un problema di distruzione delle scorte presenti in diversi Paesi, ma ancora più stringenti sono la protezione dei diritti delle vittime, il sostegno alla riabilitazione, lo sviluppo socio-culturale ed economico dei gruppi di popolazione colpiti...
La sfida maggiore per chi guida le iniziative per la fine dell'incubo-mine e delle sue conseguenze è assicurare l'impegno finanziario e non-finanziario dei firmatari e - più in generale - muoversi affinché non cali l'attenzione verso il problema. Alcune azioni come lo sminamento, ad esempio, richiedono la capacità di guardare oltre l'emergenza: in Cambogia, Paese-simbolo dell'impegno internazionale contro le mine, occorrerà almeno un decennio per garantire un buon livello di sviluppo... Una situazione che chiama in causa la responsabilità degli Stati aderenti ad attuare quanto promesso.
L'Italia, come conferma Kerry Brin¬kert, che dirige il segretariato della Convenzione di Ottawa, continua ad avere un ruolo importante. A Phnom Penh ha inviato proprie delegazioni e partecipato al dibattito «in modo concreto e attivo». Brinkert ricorda ancora come il nostro Paese, oltre ad essere tra i primi a partecipare alla Cam¬pagna e tra i primi a sostenere la Con¬venzione, «ha distrutto le sue scorte di oltre 7 milioni di mine con quattro anni di anticipo rispetto ai dieci previsti, per due volte ha avuto la presidenza del comitato direttivo della Campagna e anche ora continua a fornire fondi per attività umanitarie». I 3 milioni di euro devoluti lo scorso anno sono per Brinkert "un contributo significativo viste le difficoltà dell'economia globale".

 

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