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Il viaggio in Benin e la promilgazione dell'esortazione post-sinodale «Africae Munus» hanno rilanciato le tematiche del secondo sinodo. Ora tocca alle chiese d'Africa farsi carico concretamente di queste sfide

In Africa ho visto una freschezza del sì alla vita, una freschezza del senso religioso e della speranza, una percezione della realtà nella sua totalità con Dio e non ridotta a un positivismo che, alla fine, spegne la speranza». Così Benedetto XVI si è espresso all'indomani del viaggio in Benin, dove ha promulgato l'Esor¬tazione post-sinodale Africae munus. Un viaggio breve, di soli tre giorni, ma ricco di incontri e di realtà. Un viaggio segnato da un'accoglienza calorosissima e da bagni di folla festante, che hanno fatto ribadire al Santo Padre che l'Africa «è una riserva di vita e di vitalità per il futuro, sulla quale noi possiamo contare, sulla quale la Chiesa può contare».
Il tema della speranza attraversa i discorsi e le omelie del Papa e anche il documento post-sinodale che Benedetto XVI ha firmato in una città-simbolo: Ouidah. Il luogo da cui è cominciata l'evangelizzazione dell'Africa Occidentale 150 anni fa, ma anche una delle porte di non ritorno, dove per secoli è stata organizzata la tratta degli schiavi verso le Americhe. Una delle tante forme di sfruttamento, a cui i popoli africani sono stati assoggettati.
Speranza e dono, dunque. Ma non solo. Anche responsabilità e impegno. Munus, appunto.
«Non private di speranza i vostri popoli!», ha chiesto, quasi gridato, il Papa ai politici africani. «Non amputateli del loro avvenire, distruggendo il loro presente!».

«QUESTA ESORTAZIONE apostolica - commenta il professor Martin Nkafu, docente di filosofia e teologia - è certamente una pietra d'angolo, una speranza vera per l'Africa. Finalmente si dicono le cose come stanno. Il Papa in Benin si è sentito a casa e ha parlato da fratello a fratello, da padre ai propri figli, invitandoli a prendere in mano il proprio destino. Se si mettessero in pratica le raccomandazioni pastorali contenute in Africae munus molte situazioni problematiche africane sarebbero risolte. Perché non riguardano solo la crescita della Chiesa, ma interessano tutta la società. Certo, la speranza di cui parla Benedetto XVI è quella cristiana. La vera speranza non sono i beni materiali o il potere, ma quella che salva. La cosa importante è far sì che gli africani incontrino davvero Cristo. Bisogna cominciare a costruire il regno di Dio qui e adesso, non per un futuro indefinito».
Benedetto XVI ha invitato gli africani a essere «costruttori instancabili di comunione, di pace e di solidarietà». Ora, ha aggiunto, le «comunità cristiane dell'Africa sono chiamate a rinnovarsi nella fede per essere sempre più al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace».
In questo senso, l'Esortazione Afri¬cae munus dovrebbe dare le linee-guida alle Chiese del continente, perché possano far germogliare e godere in pienezza i frutti del secondo Sinodo per l'Africa che si è tenuto a Roma nell'ottobre del 2009. «Si tratta ora di approfondire concretamente e pastoralmente le tematiche emerse da quel¬l'Assem¬blea e di mettere in dialogo le esperienze pastorali, le testimonianze missionarie e la riflessione teologica sul tema della Chiesa al servizio della riconciliazione, della pace e della giustizia». È quanto auspica padre Joseph Ndi-Okalla, teologo camerunese, autore di due libri sulle esperienze del primo e secondo Sinodo per l'Africa. «È molto positivo - sostiene padre Okalla - che l'orizzonte della seconda Assemblea sia stato fortemente segnato dalle questioni socio-economiche, politiche ed etiche dell'evangelizzazione del continente. Serve però una migliore consapevolezza del "grido dell'uomo africano" e una maggiore assunzione di responsabilità».
Certo, molto dipenderà da come le Chiese accoglieranno e promuoveranno i percorsi pastorali ispirati dal Sinodo e dall'Esortazione. Su questo punto le visioni divergono. Mons. Laurent Monsengwo Pa¬sinya, arcivescovo di Kinshasa, faceva notare nella sua relazione al Sinodo, che «lo spirito e la dinamica della prima Assemblea speciale per l'Africa [...] hanno creato un nuovo impulso alla vita e alla missione della Chiesa in Africa. Non solo le Chiese locali hanno accolto con entusiasmo l'esortazione post-sinodale Ecclesia in Africa, che hanno pubblicato e presentato, ma per giunta ne hanno seguito le direttive, le opzioni e gli orientamenti». Altri, invece, si sono rammaricati per la frammentarietà di questa accoglienza e la parzialità degli interventi, spesso legati all'impegno dei singoli pastori, senza un vero e proprio orientamento continentale, anche per l'inadeguatezza, sottolineata pure dal Sinodo, del Simposio delle conferenze episcopali di Africa e Madagascar (Secam).

QUESTO RISCHIO si ripresenta nuovamente oggi, all'indomani della promulgazione di questa nuova Esortazione apostolica, e alla luce dello scarso coinvolgimento delle Chiese, soprattutto alla base, in vista del secondo Sinodo. Tuttavia, la concretezza dei temi - che rappresentano altrettante sfide di grande attualità in molti Paesi africani - lascia sperare che le Chiese d'Africa si riapproprino con nuovo slancio delle questioni e delle linee pastorali proposte.
«La vera posta in gioco del lavoro pastorale della Chiesa cattolica in Africa - conferma padre Okalla - è lo sviluppo integrale dell'uomo africano sul cammino della riconciliazione, della giustizia e della pace, dono del Vangelo per una vita in pienezza. Molte sfide sono aperte. Basta percorrere certi campi della catechesi sotto i cieli d'Africa per rendersene conto e per porsi alcune domande di fondo: la proclamazione della fede cristiana ha portato qualcosa di nuovo e di straordinario all'uomo africano oppure ha semplicemente preso posto accanto alle credenze tradizionali? Detto in altre parole: Gesù Cristo offre in maniera unica l'occasione di una trasfigurazione nel quotidiano delle realtà africane, realizzando la promessa di una terra nuova?».
«La presenza del Papa - commenta padre Silvano Zoccarato, missionario del Pime, che dopo una trentennale esperienza in Camerun ora vive in Algeria - ci stimola a rinnovare quello che il cristianesimo porta all'Africa, cioè la grande novità di Gesù che offre la vera libertà dalle forze che la paralizzano. Gesù continua a dire quello che disse un giorno al cieco di Gerico: "Coraggio! Alzati!". Ri¬conciliati con Dio e con gli altri, diventa artigiano di pace e agente di giustizia, luce del mondo e sale della terra africana».
Anche mons. Pedro Zilli, vescovo del Pime a Bafatá in Guinea Bissau, conferma l'aspettativa per questa Esortazione post-sinodale e per l'incoraggiamento che essa contiene. «L'aspettavo per completare la lettera pastorale della diocesi», dice, all'indomani dell'ordinazione di mons. José Lampra Cá, secondo vescovo autoctono del Paese; anche questo un momento di gioia e di incoraggiamento per la piccola Chie¬sa. «La mia lettera pastorale - continua mons. Zilli - sarà dedicata proprio al tema più volte evocato dal Papa: "La speranza non inganna". Quello su cui mi interrogo è come suscitare responsabilità, pur nella consapevolezza dei bisogni e delle necessità della gente. I temi della giustizia, della pace e della riconciliazione ci interpellano nel lavoro quotidiano che svolgiamo nelle nostre comunità. Dobbiamo valorizzare le tante risorse belle e positive che troviamo nella gente: la capacità di donazione e di sopportazione, e soprattutto la grande ricchezza spirituale... E nello stesso tempo dare nuovo slancio al fondamentale lavoro di evangelizzazione e di inculturazione del Vangelo, cercando di lavorare sempre di più sulla famiglia».
In effetti, sia nel secondo Sinodo che nell'Esortazione non solo l'idea-guida di chiesa-famiglia di Dio ritorna come fulcro attorno a cui costruire percorsi ecclesiali al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. Ma molto si è riflettuto anche sulla famiglia come «Chiesa domestica», che richiede particolare attenzione e sostegno.

«LA FAMIGLIA è il "santuario della vita" - si legge in Africae munus - e cellula vitale della società e della Chiesa. È in essa che "si plasma il volto di un popolo, è qui che i suoi membri acquisiscono gli insegnamenti fondamentali. Essi imparano ad amare in quanto sono amati gratuitamente, imparano il rispetto di ogni altra persona in quanto sono rispettati, imparano a conoscere il volto di Dio in quanto ne ricevono la prima rivelazione da un padre e da una madre pieni di attenzione"» (42).
«La famiglia è certo il luogo propizio per l'apprendimento e la pratica della cultura del perdono, della pace e della riconciliazione» (43).
Pochi accenni, tuttavia, vengono fatti alle nuove sfide, spesso drammatiche, con cui la famiglia africana si trova oggi a confrontarsi, specialmente nei contesti urbani, dove il fenomeno della disgregazione familiare sta diventando una vera emergenza sociale. «In ragione della sua importanza capitale - scrive Be¬ne¬detto XVI - e delle minacce che pesano su questa istituzione - la distorsione della nozione di matrimonio come pure di famiglia, la svalutazione della maternità e la banalizzazione dell'aborto, la facilitazione del divorzio e il relativismo di una "nuova etica" -, la famiglia ha bisogno di essere protetta e difesa» (43).
Un po' poco, forse, rispetto alle dinamiche che stanno esplodendo nelle grandi capitali africane, sempre più fuori controllo. Lagos con i suoi 18 milioni di abitanti, Kin¬shasa con più di 10, ma anche Nairobi o Dakar, Maputo piuttosto che Luanda, per non parlare delle metropoli sudafricane: città sovraffollate e degradate, dove le condizioni di vita sono spesso inumane e dove il modello della famiglia allargata, punto di riferimento concreto e valoriale, si scontra con gli sconvolgimenti di una urbanizzazione selvaggia che sacrifica rapporti e relazioni. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: migliaia di donne sole con più figli avuti da uomini diversi, che si arrangiano come possono, e migliaia di bambini di strada o accusati di stregoneria, soldati o banditi, venduti, trafficati, costretti a prostituirsi o sfruttati per i lavori domestici o nelle piantagioni...
Per non parlare delle donne, a cui i Padri sinodali, e lo stesso Bene¬detto XVI, dedicano parole di apprezzamento e incoraggiamento. Ma lo stesso era avvenuto nel 1994 e in Ecclesia in Africa. I cambiamenti e i progressi - anche all'interno della Chiesa - sono stati tuttavia modesti.
«Le donne sono la "spina dorsale" di questo continente così ricco di valori umani, culturali e religiosi, ma altrettanto impoverito da troppi interessi sia locali che del mondo occidentale che reitera vecchie e nuove logiche di sfruttamento e oppressione. Tutto questo crea povertà, malattie, discriminazione, ingiustizia e tanta violenza. Le prime a soffrirne sono proprio le donne». Così commenta suor Eugenia Bonetti, missionaria della Con¬solata, che ha vissuto 24 anni in Kenya, prima di occuparsi di traffico di esseri umani per lo sfruttamento sessuale. «Se è innegabile che dei progressi sono stati compiuti - si legge nel¬l'Esortazione - per favorire la promozione e l'educazione della donna in certi Paesi africani, ciononostante, nell'insieme, la sua dignità, i suoi diritti così come il suo apporto essenziale alla famiglia ed alla società continuano a non essere pienamente riconosciuti, né apprezzati».
«Ma questo non basta - si rammarica suor Eugenia -; nessun riferimento è stato fatto alle nuove forme di schiavitù del XXI secolo e alla terribile piaga della tratta di esseri umani che distrugge la vita di moltissime donne dei Paesi africani. Questo mi è molto dispiaciuto, anche perché nelle proposizioni finali del Sinodo, questa piaga veniva esplicitamente denunciata, così come la schiavitù e il turismo sessuale».

ELEMENTO POSITIVO di novità, invece, è l'attenzione all'ecosistema e al creato, strettamente legati al pressante invito «a operare e prendere posizione in favore di un'economia attenta ai poveri e decisamente opposta a un ordine ingiusto che, con il pretesto di ridurre la povertà, ha spesso contribuito ad aggravarla» (79).
«La Chiesa - si legge - deve denunciare l'ordine ingiusto, che impedisce ai popoli africani di consolidare le proprie economie e "svilupparsi secondo le caratteristiche culturali proprie"» (79). «Gravi attentati vengono effettuati alla natura e alle foreste, alla flora e alla fauna, e innumerevoli specie rischiano di sparire per sempre. Tutto ciò minaccia l'intero ecosistema e di conseguenza la sopravvivenza dell'umanità. Esorto la Chiesa in Africa ad incoraggiare i governanti a proteggere i beni fondamentali, quali sono la terra e l'acqua, per la vita umana delle generazioni presenti e future e per la pace tra i popoli» (80).
Infine, il dialogo. Si insiste di più su quello ecumenico che su quello con le religioni tradizionali africane e con l'islam. Lasciando un po' ai margini, come già era avvenuto durante il Sinodo, l'esperienza della Chiesa del Nordafrica.
«Leggendo Africae Munus - afferma padre Silvano Zoccarato dal¬l'Algeria, dove opera in un contesto interamente musulmano - mi sembra che rimanga molto forte, nei confronti dell'islam, la preoccupazione di rapporti migliori, l'invito a collaborare, le raccomandazione alla libertà. Come se l'islam restasse solo un "grande diverso", se non un pericolo costante. Ma i musulmani hanno bisogno di sentirsi capiti, rispettati, amati. Vorrei che la Chiesa del Maghreb si sentisse e fosse sentita maggiormente come Chiesa d'Africa, Chiesa universale. Ora mi chiedo: come leggere e come dare risonanza al documento per quanto riguarda la positività dell'incontro con l'islam? E come operare insieme, evitando forme di discriminazione e intolleranza, testimoniando e ricercando il riconoscimento della libertà?». È una sfida quotidiana, giocata nell'incontro, nell'amicizia e in piccoli gesti di servizio. Poco, tuttavia, di quest'esperienza di Chiesa è filtrato nel Sinodo e nel documento apostolico. Anche se non mancano riflessioni interessanti dei pastori di questa regione. Come quella di mons. Maroun Lahham, arcivescovo di Tunisi: «Se siamo qui - scrive - ciò deve avere un senso: essere testimoni stupiti e discreti, attendendo con umiltà il dono dell'avvenire che ci viene da Dio. Scoprire nella vita di questo popolo e nelle sue tradizioni culturali e religiose il dono che Dio stesso gli ha fatto per arricchire la nostra fede e quella della nostra Chiesa. La nostra vita e la nostra missione hanno un senso nella misura in cui le viviamo in una vita quotidiana di comunione a Cristo e di impegno sulle strade del Vangelo. Oltre al rispetto reciproco, il dialogo della vita è il nostro pane quotidiano. La vocazione della Chiesa è guardare, amare il mondo come Dio lo guarda, come lo ama. Essere osservatori e in attesa dei segni del Regno. Lievito, che scompare nella pasta»..

 

Inculturazione o interculturalitą?

Inculturazione. è stato un cammino travagliato per questo termine e per ciò che esso rappresenta. Dopo essere stato centrale nel primo Sinodo e in Ecclesia in Africa, era addirittura sparito dai Lineamenta in preparazione alla seconda Assemblea sinodale. Per poi fare la sua ricomparsa nell'Instrumentum laboris. Ma certo i toni sono molto più cauti e prudenti rispetto allo slancio con cui si era riflettuto e se n'era parlato nel 1994. Nella nuova Esortazione si rilancia la necessità di «uno studio approfondito delle tradizioni e delle culture africane» (36). Cosa che in effetti ha conosciuto una certa flessione in questi anni. Ma poi si avanza subito la «preoccupazione della pertinenza e della credibilità» che «impone alla Chiesa un discernimento approfondito per identificare gli aspetti della cultura che fanno da ostacolo all'incarnazione dei valori del Vangelo, così come quelli che li promuovono» (36). E si aggiunge: «I vescovi avranno a cuore di vegliare su questa esigenza di inculturazione nel rispetto delle norme fissate dalla Chiesa. [...] Pur restando pienamente se stesso, nell'assoluta fedeltà all'annuncio evangelico e alla tradizione ecclesiale, il cristianesimo rivestirà così il volto di innumerevoli culture e dei popoli dai quali è accolto e nei quali è radicato» (37).
A questo proposito, Benedetto XVI, durante l'intervista «pilotata» da padre Lombardi durante il viaggio di andata, ha fatto una dichiarazione che fa riflettere: «È importante nell'inculturazione non perdere l'universalità. Io preferirei parlare di interculturalità, non tanto di inculturazione, cioè di un incontro delle culture nella comune verità del nostro essere umano nel nostro tempo, e così crescere anche nella fraternità universale; non perdere questa grande cosa che è la cattolicità, che in tutte le parti del mondo siamo fratelli, siamo una famiglia che si conosce e che collabora in spirito di fraternità».
«La Chiesa - si legge in Africas munus - diverrà allora un'icona del futuro che lo Spirito di Dio ci prepara, icona alla quale l'Africa apporterà il proprio contributo» (37). z A.P.

 

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