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Un religioso, medico in prima linea in Africa, riflette sul dramma dell'Hiv/Aids. E dice la sua,senza reticenze, su prevenzione, preservativo e ruolo della Chiesa

La sua esperienza unisce una profonda attenzione umana e pastorale alla competenza medica e scientifica. Fra’ Fiorenzo Priuli, religioso dei Fatebenefratelli, e medico da quasi quarant’anni in Africa (M.M., ottobre 2004, pp. 64-67), conosce bene il contesto in cui opera e le sfide umane e sanitarie che oggi pone una pandemia così devastante come l’Aids.
Per questo, non si sottrae dall’affrontare temi molto sensibili e cruciali come la prevenzione e la cura dei malati di Aids, rispetto ai quali tutti concordano circa l’urgenza di arrivare a una soluzione, salvo poi arrendersi allo status quo.
A margine del recente Congresso sulle malattie infettive tenutosi in Vaticano (cfr box pp. 28-29), di cui è stato uno dei relatori, ci consegna questa sua riflessione, che colloca la questione dell’uso del preservativo in un contesto più globale di attenzione e cura - anche pastorale -  della persona, specialmente quando si trova in una condizione di sofferenza e malattia.

Sono medico e religioso dei frati di San Giovanni di Dio e ho il privilegio di servire i malati in Africa da più di 37 anni, lavorando negli ospedali St. Jean de Dieu di Tanguiéta (Benin) e di Afagnan (Togo). Non mi soffermerò qui a illustrare nel dettaglio il nostro lavoro, ma credo sia importante sottolineare che, per il tipo di approccio al malato che proponiamo, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ci ha proposti come ospedali-modello da diffondere in Africa subsahariana.
Prima di addentrarmi nel tema specifico della prevenzione dell’Aids, vorrei partire da alcune considerazioni fondamentali.
L’uomo è fatto per la vita, per la salute, per la felicità. La malattia è un momento doloroso nell’esistenza di ogni essere umano. Quando il rimedio non c’è, allora la malattia rappresenta non solo una sofferenza fisica che riguarda l’organismo, ma mette in crisi tutta l’esistenza della persona. Si scatena così l’angoscia della morte, la pena di essere di peso alla propria famiglia, il dover dipendere dagli altri, l’abbandono degli amici più cari… L’emarginazione e la desolazione danno facilmente origine alla depressione, che rappresenta l’anticamera della morte.
Se poi si tratta di malattie contratte per comportamenti sessuali trasgressivi, come la sifilide un tempo e ora l’Aids, il malato si sente anche giudicato e condannato non solo da Dio, ma dal mondo intero. Nei confronti di queste persone tanta gente, anche benpensante, perfino cristiani e religiosi, sono spesso senza pietà. Come quel sacerdote del tempio di Gerusalemme, narrato da Gesù, che alla vista del moribondo sul ciglio della strada verso Gerico non prova alcuna pietà, tutto preso com’è dalla preoccupazione di conservare la sua purezza sacerdotale minacciata dal sangue di quell’infelice; perciò passa oltre, dall’altra parte della strada.
In questo contesto, come si deve comportare allora un medico cattolico, un missionario, un religioso che ha consacrato la vita a Dio per dedicarla a tempo pieno al servizio del prossimo, in particolare dei malati? Abbiamo davanti l’esempio e l’insegnamento di Gesù Cristo, venuto a instaurare il Regno di Dio, caratterizzato dalla bontà e dalla misericordia del Padre verso gli uomini, con particolare riguardo per gli oppressi, i poveri, i malati e i bisognosi. Il mistero della salvezza si realizza poi in maniera culminante con la vittoria di Gesù sul male e sulla morte. La Chiesa tutta ha ricevuto da Gesù il mandato di predicare il Vangelo e di curare i malati. Essa è impegnata a continuare nella storia dell’umanità l’opera della salvezza iniziata da Gesù che si estende a tutti gli uomini, riguarda tutto l’uomo e non solo la sua anima e si riferisce al tempo presente e non solo quello escatologico di Dio.
Se facciamo un ospedale «cattolico», non lo facciamo solo per i cattolici, ma lo facciamo per tutti. Ai poveri, che ricorrono ai nostri dispensari e ospedali, non chiediamo che si convertano al cristianesimo per essere curati gratuitamente, ma li curiamo perché ne hanno bisogno e li lasciamo liberi di fare le loro considerazioni e le loro scelte. Il buon samaritano ha curato il ferito senza fargli alcuna predica. Ad Afagnan e a Tanguiéta, all’interno degli ospedali, c’è una chiesa dove i frati e le suore vanno a pregare al mattino e alla sera. Tanti non cristiani si associano con devozione alle loro preghiere. E poi arrivano le richieste di farsi cristiani… La testimonianza di carità offerta dagli ospedali mostra proprio la bontà e la misericordia del Dio dei cristiani verso i poveri. Essa fa riflettere e decidere.
 

Alla luce della mia esperienza, posso affermare che il sistema di difesa del nostro organismo viene meno quando l’equilibrio interno, intendo quello spirituale, soffre per qualsiasi motivo ed è così che la malattia riesce a farsi strada e a manifestarsi. Da questa premessa deriva che non esistono le malattie, ma esistono i malati da curare. E nel farsi carico di un ammalato, il medico deve tenere in grande conto, in modo equilibrato, i due aspetti, fisico e spirituale, della persona. Questa sarà la garanzia del successo terapeutico anche se non sempre porterà alla guarigione, poiché il compito di chi cura non è solamente quello di guarire, ma sovente quello di alleviare la sofferenza, garantendo - per quanto possibile - le migliori condizioni di vita.
La malattia resta un evento doloroso per ogni essere umano. Ma quando è vissuta alla luce del Vangelo può e deve essere trasformata in un momento di grazia e di crescita, sia per chi la vive sia per chi la incrocia sul suo cammino - e ciò vale specialmente per quanti, per vocazione o professione, hanno scelto di mettersi al servizio di coloro che soffrono.
Veniamo al tema specifico dell’Aids. La prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili e dell’Aids è un argomento vissuto e gestito in maniera diversa e talvolta contraddittoria. Normalmente una buona educazione, esempi positivi, una condotta morale rigorosa e, soprattutto, l’aiuto della fede sono grandi vantaggi per prevenire il contagio, perché è provato che l’80 per cento delle cause di diffusione delle malattie sessualmente trasmissibili e dell’Aids è legato ai rapporti sessuali (per lo meno in Africa). Il restante 20 per cento dei contagi deriva da trasfusioni non sicure, da contaminazioni professionali accidentali, da trattamenti tradizionali, ecc. Tutto ciò è strettamente legato alla povertà, ai costumi, alla mancanza di formazione e informazione e, in buona parte, le istituzioni pubbliche ne portano una grande responsabilità.
Ma in tutti i casi, la vera prevenzione dovrebbe consistere innanzitutto in un impegno senza tregua nella formazione, nell’educazione, nell’informazione attraverso tutti i mezzi e a tutte le età. Sfortunatamente, constatiamo che da circa vent’anni, quando si sente parlare di prevenzione, l’accento è posto principalmente sull’utilizzo del preservativo.
 

Anche se sono fondamentalmente contrario a questa tendenza - non solo in quanto cristiano e religioso - è bene ricordare che il preservativo è entrato nella storia come mezzo per limitare le nascite e per non contrarre la gonorrea e la sifilide durante i rapporti con le prostitute.
Dalla sua apparizione e sempre di più ai nostri giorni, in contesti cristiani (tanto cattolici che protestanti) viene condotta una lotta accanita contro l’utilizzo del preservativo. Le ragioni sono essenzialmente due: il preservativo è immorale e non è sicuro al cento per cento.
Penso sia opportuno esaminare la questione senza pregiudizi, tenendo conto delle credenze e delle culture di ciascuno, nel rispetto del bene comune, e tutto questo senza dimenticare le esigenze e gli obiettivi della morale cattolica. Quanto ai «pastori» a tutti i livelli, credo che non sia loro compito quello di parlare dell’impermeabilità assoluta o relativa, dimostrata o no, del preservativo. La Chiesa e i suoi pastori sono sollecitati e hanno il dovere di mostrare ai credenti e al mondo intero la condotta morale, ciò che la legge naturale e il Vangelo propongono. Il preservativo non ha niente o poco a che vedere con questo, soprattutto nel contesto dei mezzi per evitare la contaminazione e la diffusione di una malattia così mortale come l’Aids.

In questo caso preciso, tuttavia, anche se il preservativo proteggesse al massimo al 10 per cento, bisognerebbe raccomandarne l’utilizzo sistematico ogni volta che un individuo non ha una convinzione etica o è incapace di astenersi da rapporti sessuali pericolosi. Chiunque si permette un libertinaggio sessuale senza usare il preservativo commette un doppio crimine, perché con il suo comportamento immorale diffonde la malattia e la morte. Se la Chiesa deve parlare del preservativo nel contesto della problematica dell’Aids, penso che debba farlo nel senso di imporlo a tutti coloro che si permettono un comportamento sessuale irresponsabile.
In realtà, il vero ruolo della Chiesa è quello di educare e di mostrare agli uomini e alle donne, cominciando già dalla catechesi dei bambini, i veri valori umani e cristiani e indicare loro la migliore condotta morale. E poiché tutti i valori sono un bene da conquistare, sacrifici e rinunce sono inevitabili ma, lungi dallo sminure l’uomo, questa ascesi lo fa crescere e migliorare.
Nel caso specifico di una coppia cristiana, nella quale uno dei due coniugi è sieropositivo, la morale cattolica domanda agli sposi di praticare l’astinenza per il resto della loro vita e suggerisce di trovare altri modi di esprimere il loro amore. Tutto ciò in ragione della posizione presa rispetto al preservativo. Io penso che se la continenza periodica possa e debba essere proposta in un contesto di pianificazione delle nascite, la continenza a vita sia troppo pesante da imporre a chi si trova in questa situazione, l’Aids appunto, vittima o colpevole che sia. L’utilizzo del preservativo in questo contesto può essere visto come il «male minore», un mezzo legittimo di difesa del partner non infetto e dell’unione coniugale, alla quale l’impossibilità di rapporti sessuali per sempre porterebbe, quasi inevitabilmente, un pregiudizio molto pesante. Penso di poter paragonare, in questo caso, il preservativo a qualsiasi altra medicina che può proteggere contro una malattia (vaccino, antibiotico, ecc.), mezzi anche questi spesso non naturali (e talvolta pure pericolosi per i loro effetti collaterali), ma utilizzati comunque in ragione della loro efficacia nel proteggere o nel guarire una malattia grave.
Rimango, tuttavia, totalmente contrario a che si faccia del preservativo il solo o il principale mezzo di lotta contro l’Aids e, analogamente, per la limitazione delle gravidanze. Così come viene più spesso presentato, il preservativo finisce per essere uno strumento che incoraggia la depravazione morale dalla giovane età e, di conseguenza, contribuisce inevitabilmente alla diffusione di infezioni sessualmente trasmissibili e dell’Aids in particolare, in quanto in realtà il preservativo viene spesso trascurato.
 

Senza minimizzarne gli sforzi lodevoli, anzi incoraggiando tutti coloro che cercano mezzi scientifici per lottare contro l’Aids, credo che il dovere di tutti coloro che possono influenzare il comportamento etico delle persone (educatori, operatori, uomini di Chiesa…) sia di operare per ri-orientare questi comportamenti verso una maggiore responsabilità e moralità.
Per la Chiesa cattolica, in particolare, penso che sia venuto il tempo di un maggior impegno nei mass media, poiché sono i media che permettono oggi di annunciare il Vangelo in tutti i contesti e in qualsiasi momento. «Più media e meno chiese», oserei dire, intendendo con ciò che è urgente passare a un’evangelizzazione in profondità, che tocchi le convinzioni morali e contribuisca in maniera determinante a cambiare mentalità e comportamenti. Se i principi evangelici annunciati in tutte le occasioni arriveranno a prevalere su quelli dell’egoismo, del potere, della vendetta, della gelosia e dell’odio, allora le guerre, le epidemie, la droga, la delinquenza non avranno più posto sulla terra.

IL CONVEGNO
Obiettivo prevenzione

Un atteggiamento di misericordia e non di condanna. È quanto ha ribadito in più occasioni il Presidente del Pontificio consiglio per la pastorale della salute, il cardinale Javier Lozano Barragán nel corso della Conferenza internazionale su «Gli aspetti pastorali della cura della malattie infettiva», che si è tenuta a fine novembre in Vaticano.
«Il trattamento pastorale ai malati infetti deve essere totalmente impregnato di solidarietà». E ha aggiunto: «Accogliere i malati e identificarsi con loro, saranno i due pilastri per la guarigione dei malati infetti e per la lotta contro le malattie infettive».
Anche Benedetto XVI, in occasione della Giornata mondiale di lotta contro l’Aids, è intervenuto personalmente auspicando «un’accresciuta responsabilità nella cura della malattia, insieme all’impegno di evitare ogni discriminazione nei confronti di quanti ne sono colpiti»
Ma ciò che ha attirato maggiormente l’attenzione dei media e avviato un ampio dibattito è stata la presentazione, da parte del cardinale Javier Lozano Barragán al Papa e alla Congregazione per la dottrina della fede di un dossier di circa 200 pagine che «contiene - secondo le parole dello stesso cardinale - posizioni esaustive con tanti interventi scientifici» sugli aspetti medici e teologici dell’uso dei profilattici.
Già alcuni teologi, moralisti, uomini di Chiesa avevano in passato fatto timide aperture circa la possibilità di un uso mirato del preservativo, parlando di «legittima difesa» - nel caso, ad esempio, di un coniuge il cui partner è sieropositivo - o come «male minore». Tra questi, mons. Georges Cottier, moralista vaticano, l’ex arcivescovo di Milano, cardinal Carlo Maria Martini, o lo stesso Barragán, che pure aveva affermato che «l’uso del condom per impedire la propagazione dell’Aids non si accetta», ma nel caso specifico di una moglie che sa che il proprio marito è malato di Aids, aveva ammesso che il «diritto della moglie a chiedere che il coniuge usi il condom».
Ora pare che il Vaticano abbia deciso di affrontare la questione in profondità e in tutte le sue implicazioni, anche se il Convegno di novembre è stato prevalentemente incentrato sulla cura, e molto poco sul tema prevenzione, che resta cruciale, e non può essere evidentemente ridotto alla questione dell’uso o meno del preservativo. Cambiare mentalità e comportamenti, anche attraverso un’evangelizzazione più in profondità, è l’obiettivo più volte sottolineato in questi anni, soprattutto dalle Chiese, come quelle d’Africa, che si sono trovate a far fronte a una pandemia dell’Aids che ha sconvolto drammaticamente le società africane a tutti i livelli. Il tema dell’informazione e della formazione, dell’educazione e della sensibilizzazione rimane centrale, anche perché, nonostante l’introduzione massiccia di farmaci antiretrovirali a prezzi più accessibili, è solo riducendo drasticamente i nuovi contagi che si potrà curare più efficacemente i malati.
«La Chiesa ritiene che l’Aids sfidi ciascuno di noi ad approfondire la vita comunitaria e le relazioni interpersonali - ha dichiarato l’arcivescovo di Johannesburg, mons. Buti Tlhagale -. E a offrire conforto, sostegno, informazione e cura a coloro che sono colpiti dall’Aids».
«Il nostro servizio alla comunità sofferente - ha aggiunto - ci impone che ci confrontiamo con gli equivoci sorti attorno all’Aids e agli atteggiamenti distruttivi come il pregiudizio e lo stigma sociale, la paura di essere etichettati e ostracizzati». Informazione e cura sono fondamentali anche per combattere lo stigma che è ancora forte e che rappresenta, secondo l’arcivescovo, «il peso più grande per le famiglie, talvolta addirittura un peso maggiore del malato stesso».
«Nonostante i grandi sforzi a livello educativo - ha sottolineato, a sua volta, mons. John Onaiyekan, arcivescovo di Abuja, a nome del Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar (Secam/Sceam) di cui è presidente, in occasione della Giornata mondiale di lotta contro l’Aids - molte persone continuano ad essere ignoranti sull’Aids o lo negano. Malgrado una maggiore disponibilità a livello di cure, il numero di persone che muoiono di Aids continua ad aumentare. E nonostante i servizi prestati, molte persone contagiate e malate sono schiacciate in circostanze disperate».
Richiamando l’insegnamento di Papa Benedetto XVI, i vescovi dell’Africa esortano dunque a considerare la cause più profonde della pandemia. «Non è una questione puramente medica - continua mons. Onaiyekan -. È necessario un approccio a livello di salute pubblica, ma non è sufficiente. Visto che la missione della Chiesa è affrontare la persona nel suo insieme e in tutte le dimensioni della sua vita, sentiamo la speciale responsabilità di rivitalizzare i forti valori morali nelle nostre società. Questo è ciò che ci porterà a una soluzione vera e sostenibile all’Aids in Africa. Le questioni sociali e il Vangelo sono inseparabili».   (a.p.) 
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