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Il Nobel per la pace a Tawakur Karman riaccende l’attenzione su un Paese rimasto troppo a lungo ai margini

A riportare all'attenzione mondiale sulla questione-Yemen è stato il Premio Nobel per la pace attribuito a Tawakur Karman, una donna che da molti anni si batte da anni per i diritti umani e in particolare per quelli della donna in Yemen. Si tratta di una leader che ha condotto la sua battaglia all'interno della cosiddetta «primavera araba» ispirandosi ai principi della non violenza di Gandhi, Martin Luther King e Nelson Mandela, in un Paese dove la violenza è stata, negli ultimi anni, parte integrante del sistema, sia da parte del governo, come da parte degli oppositori. Un Paese dove il maschilismo tribale, favorito da correnti radicali dell'islam, ha posto spesso le donne in stato di segregazione, di analfabetismo e di povertà.
In questo contesto è di particolare rilievo il gesto simbolico compiuto recentemente da centinaia di donne yemenite, che hanno dato vita alla protesta dei "veli infiammati", bruciando i loro veli integrali in segno di protesta contro le violenze nei confronti dei manifestanti.
Non c'è dubbio che tali eventi, come pure la rivoluzione, iniziata nel gennaio 2011, stiano mostrando al mondo un aspetto nuovo e sconosciuto dello Yemen. Qui centinaia di migliaia di giovani uomini e donne si sono trasformati in attivisti politici di base che, nonostante tutte le difficoltà, continuano a combattere per sbarazzarsi del dittatore Ali Abdullah Saleh, che ha scippato la democrazia dopo l'unificazione del Paese. Costoro stanno tentando con tenacia di spianare la strada ad un futuro di democrazia reale per il loro Paese. Restano, tuttavia, ancora elementi di incertezza per tale futuro, in cui potrebbe giocare un ruolo non secondario la tradizione tribale che ha una forte influenza nei confronti del potere. Inoltre i conflitti della recente storia dello Ye¬men hanno creato milioni di sfollati, così che una nazione, tradizionalmente ricca, ha visto negli ultimi anni la sua economia languire con un forte aumento della disoccupazione. In tale contesto non va neppure sottovalutata la presenza di Al-Qa'ida, che può trarre vantaggio da tale situazione di instabilità e persino dalla rivolta popolare.
Esiste peraltro il timore di una sorta di "somalizzazione" dello Yemen, dove sono ancora presenti elementi di destabilizzazione, quali la criminalità organizzata, i conflitti tribali, i tentativi di istituire un regime fondamentalista islamico, la "questione meridionale" e quella degli Huthi al Nord, assieme alla crescente crisi economica che colpisce fortemente la vita quotidiana degli yemeniti.
Tuttavia, la rivoluzione pacifica dei giovani, di cui le donne sono state parte integrante, come pure la capacità dei gruppi giovanili di organizzarsi e di combattere il regime, sono fattori che non vanno trascurati. Vi è in tale movimento un'interessante fusione di valori democratici, riformatori e femministi che fanno ben sperare per il futuro del Paese, anche se i politici potrebbero cavalcare tali ideali per interessi di parte. Un tale tentativo potrebbe anche rincontrarsi nel recente atteggiamento di Saleh che, da un lato, sembra aver in qualche modo accolto la risoluzione dell'Onu per un trasferimento del potere, ma che non appare tuttavia disposto ad un impegno formale in tal senso. Certamente l'obiettivo della democrazia "partecipativa", che è parte integrante del movimento giovanile e della sua leader Karman, sembra lungi da venire, ma il risveglio di un Paese che ha dormito per tanto tempo sotto il potere di un dittatore può essere la premessa per un futuro migliore.

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