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Era un sinonimo di ricchezza. Finché un modello di sviluppo dissennato non ha alterato gli equilibri. Coi suoi 12 milioni di abitanti Bangkok potrebbe diventare la prima metropoli inabitabile dell’Asia

All’indomani dell’alluvione che ha devastato ampie regioni del Paese e messo in ginocchio la stessa capitale Bangkok, la Thailandia si interroga sul futuro, ma anche sulle circostanze che hanno portato alla peggiore catastrofe naturale della sua storia. Inserito fino a pochi anni fa tra le «nuove tigri» dell’Asia, il Paese oggi si ritrova fragile e incerto. Con i costi immensi di una ricostruzione che dovrà inevitabilmente fare i conti con problemi per troppo tempo ignorati. A partire dalla collocazione della sua capitale.

Da tempo gli esperti segnalano il rischio concreto che Bangkok - città di dodici milioni di abitanti situata sul delta del fiume Chao Phraya e a poca distanza dal mare - possa essere la prima metropoli dell’Asia ad essere resa inabitabile dall’azione congiunta di piogge di intensità crescente, piene del suo fiume e alta marea. Fenomeni che negli ultimi anni hanno dimostrato di essere una minaccia concreta e non solo un’ipotesi astratta.
Questo in un Paese che da sempre convive con l’acqua e che dispone di una rete di fiumi, canali, bacini in grado - in condizioni normali - di fronteggiare situazioni altrove ingestibili. L’impegno del re, Bhumipol Adulyadej Rama IX, in questo senso è sempre stato assai forte con indubitabili risultati in termini di sicurezza, gestione della risorsa idrica e anche di produzioni agricole.

Nell’applicazione pratica delle politiche economiche e ambientali degli ultimi decenni, però, sta la vulnerabilità di questo Paese. Interessi locali, clientele, corruzione e una mentalità tesa tutta «all’oggi», associata alla difficoltà ad ascoltare voci dall’estero ed accoglierne eventuale sostegno, rendono inefficaci o inattuali parti delle potenzialità, accrescono il rischio di crisi.

La vicenda degli ultimi mesi - dall’avvio delle piogge torrenziali di luglio - ha ampiamente dimostrato come alla base della catastrofe vi siano anche scelte e inadempienze. Bangkok è stata fondata nel 1767 da re Thaksin in un’ansa del Chao Phraya. Una soluzione necessaria per una monarchia in fuga dalla capitale Ayutthaya, invasa dai birmani. Una soluzione nelle intenzioni forse provvisoria, che è cresciuta fino a dare vita - su una pianura alluvionale dal suolo argilloso e intriso d’acqua - a una delle metropoli più estese, popolate e indaffarate dell’Asia. Bangkok sprofonda da 5 a 10 centimetri all’anno, accrescendo, insieme alla parziale chiusura o copertura dei duemila canali della sua rete idrica, il rischio di inondazioni devastanti. Eppure resta un perenne cantiere in cui investimenti, speculazioni e affari illegali fingono di ignorare i rischi e anche il netto calo di interesse straniero verso questo Paese, da anni attraversato da una crisi politico-sociale.

Una situazione che favorisce agguerriti vicini come Malaysia, Vietnam, e persino la piccola Cambogia, ma che chi gestisce il Paese fatica ad accettare e ad affrontare. Il «Paese del sorriso» dei dèpliant turistici, «Paese dell’oro» per i suoi abitanti, è oggi a tutti gli effetti un Paese da ristrutturare profondamente ma anche bloccato da vecchie logiche e dalla presenza di «poteri forti», forze armate, monarchia, grande business, classe politica che riporta in scala nazionale le velleità i potentati locali.

Le scelte prese nell’emergenza hanno certamente influito ad accrescere danni e disagi della popolazione e a incrementare la conta dei morti (oltre 500). Fino all’ultimo si è cercato di frenare l’immensa massa d’acqua (complessivamente 16 miliardi di metri cubi) che per oltre due mesi aveva inondato le pianure centrali del Paese devastando l’agricoltura e i grandi complessi industriali. Disastrosa si è rivelata la pretesa di far convivere sullo stesso territorio le esigenze di un’agricoltura di alto livello e di un’industria tra le più sviluppate e sofisticate dell’Asia emergente (quasi due milioni le autovetture prodotte e maggiore produzione mondiale di hard disk).
Poi, con la catastrofe affacciata su Bangkok, la scelta è stata ancora una volta quella di cercare di salvare il centro cittadino sacrificando le sue immense periferie, inondate mentre barriere improvvisate e strutture stabili cercavano di far defluire l’alluvione a Ovest e a Est della capitale. Infine, quando l’alluvione ha iniziato a infiltrare in un drammatico crescendo le aree centrali, i responsabili hanno ignorato l’avviso degli esperti di lasciar fluire liberamente l’acqua nella capitale per rendere l’inondazione almeno più breve nel suo decorso. Il continuo tentativo frenarne l’avanzata ha ridotto l’orgogliosa capitale a un immenso acquitrino, con tre milioni di abitanti rifugiati nei piani alti della case e una metropoli-fantasma le cui arterie principali erano diventati canali percorsi da barche e rari mezzi dell’esercito.
Bangkok ha mostrato appieno i limiti del suo essere cresciuta in fretta, disordinatamente, senza un’adeguata pianificazione urbanistica. La capitale produce il 40 per cento della ricchezza nazionale, equivalente a quello delle provincie inondate del Centro e del Nord. Con questi due poli economici-sociali-culturali colpiti pesantemente, il Paese si ritrova in una situazione mai vista prima, e certamente davanti a scelte difficili che prendono l’aspetto di una nuova gestione delle risorse ora disponibili, della dislocazione di aree produttive e anche del potere politico-amministrativo, dell’accoglienza degli aiuti dall’estero, nei fatti rifiutati su larga scala per settimane. Orgoglio e particolarismi hanno mancato di unificare il Paese nell’emergenza, non hanno permesso una gestione ottimale di persone e mezzi, ma rischiano ora di auto-emarginare la Thailandia.

Occorreranno anni, anche nella migliore delle ipotesi, per recuperare quanto perduto. Il costo dell’emergenza è già alto, quello della ricostruzione sarà immenso. Una decina di milioni di persone coinvolte, oltre un milione di abitazioni devastate, un milione di posti di lavoro perduti in settori tra i meglio retribuiti e tutelati, produzioni e investimenti stranieri in dubbio, sono un’ipoteca pesante su una crescita che per l’anno in corso non dovrebbe superare i 2 punti percentuali contro i 6 previsti inizialmente.
Imponderabili i risultati politici e sociali della crisi che ha unito e contrapposto i thailandesi come non mai, evidenziando la forza delle popolazioni rurali e la debolezza delle élite nella capitale. Pesanti anche i danni psicologici: davanti a una crisi mai provata, dovuta proprio a un elemento come l’acqua che i thailandesi hanno sempre associato alla tradizione agricola e al benessere, sono esplosi anche i casi di disagio, stress e incapacità a reagire registrati dalle strutture sanitarie e dalle Ong.

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