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01/08/2005   
Haiti / L'opera di padre Le Beller per i ragazzi di strada
Rinascere si può
di di Celin Camoin
Nel Paese più povero del mondo, il centro fondato da un missionario francese offre ai giovani senza famiglia una chance per ricominciare.

Nel 1995, per rispondere a un gruppo di giovani venuti a chiedere aiuto, il parroco del quartiere Saint Antoine, padre Pierre Le Beller della Società dei Padri di Saint Jacques, decide di creare un centro per ragazzi di strada nella capitale di Haiti, Port-au-Prince. Oggi, aiutato da diciassette animatori, il centro offre ai ragazzi un accompagnamento morale, educativo, medico, ma soprattutto un posto dove essere ascoltati e amati in vista del loro reinserimento familiare.
Non è cosa facile nel piccolo Paese caraibico, che fatica a trovare la strada verso la stabilità. Prima repubblica nera al mondo, orgogliosa dei suoi 200 anni d’indipendenza, Haiti ha conosciuto lungo la sua storia un susseguirsi di dittature, colpi di Stato e dirigenti mascalzoni abituati ad usare la violenza contro gli oppositori. Il Paese è diretto da un anno da un governo di transizione accompagnato da una missione delle Nazioni Unite, la Minustah, ma non regna ancora un clima di sicurezza. Le elezioni generali, unica via per tentare di far decollare nuovamente la nazione, sono previste per la fine dell’anno. Intanto, Haiti rimane incollata alla sua poco invidiabile reputazione di Paese più povero del continente americano. E nelle strade della capitale vige la legge del più forte.
Sono le 11 del mattino a Port-au-Prince. Sul marciapiede di fronte al Campo di Marte, la piazza centrale della città, un giovane con la maglietta del Foyer Caritas de Saint Antoine (Fcsa) fa del rap al microfono. Il volume altissimo attira una folla di curiosi, il genere piace ai ragazzi: ce ne sono una trentina, dagli otto anni circa, ai diciassette o diciotto. Sono un gruppo di ragazzi di strada. Alcuni ballano, altri canticchiano il ritornello in creolo, altri ancora mangiano un panino comprato al chiosco ambulante della Caritas parcheggiato qui vicino. «Per 2 gourdes (meno di 3 centesimi di euro) si possono comprare panini o bibite calde. Lo scopo è incoraggiare questi ragazzi a comprarsi qualcosa da mangiare o da bere piuttosto che comprarsi la droga. Questa forma di sensibilizzazione sul problema della droga è l’attività più recente del nostro Foyer», spiega il direttore del Fcsa, Jean Eddy Guillaumette, che sta sul posto insieme ai volontari e agli animatori.  «La droga è uno dei loro problemi principali - prosegue - la maggior parte dei ragazzi che vedete lì ne fa uso regolare. Per 5 gourdes possono comprare una dose».

Secondo alcune stime, il 16  per cento della droga proveniente dal Sudamerica e destinata agli Stati Uniti transita per Haiti. Un mercato fiorente che ha arricchito molti, tra poliziotti corrotti, politici disonesti e boss di gang urbane dei quartieri caldi della capitale, come Bel Air, Cité Soleil o Poste Marchand. «E gli spacciatori senza scrupoli, anche loro drogati, sanno perfettamente dove trovare questi ragazzi che si lasciano tentare per fuggire alle difficoltà quotidiane», dice ancora Guillaumette.

Il territorio della parrocchia di Saint Antoine conta circa 300 ragazzi di strada, la capitale (2 milioni e mezzo di abitanti) 3 o 4 mila. Alla sede del centro sul viale Pouplard, rudimentale ma dotato dell’essenziale, incontriamo una dozzina di giovani che ci vivono (dai 12 ai 18 anni) e alcuni loro amici, ragazzi di strada o ex. Uno di loro, Jeff, 16 anni, è tornato dai suoi genitori un paio di mesi fa, dopo aver vissuto al centro per circa due anni. «È il centro che mi ha tirato fuori dalla strada – dice -.  Me nandato via da casa a 11 anni, per unirmi a un gruppo di amici. Eravamo in cinque. Volevamo vivere da soli, divertirci». Jeff ha vissuto circa tre anni nelle strade della caotica e polverosa capitale, teatro da anni di lotte di potere tra bande armate: armate dal potere, dalla droga; armate per sopravvivere e per uccidere. «Ma vivere così era diventato troppo difficile. C’è troppa violenza - prosegue Jeff -.  Uno degli amici del gruppo si è fatto ammazzare sotto i nostri occhi. Gli hanno sparato».
«Un gran numero di famiglie vivono in condizioni precarie a causa della disoccupazione e della povertà. Non potendo rispondere ad alcuni bisogni primari dei figli, usano a volte la violenza per calmare le loro frustrazioni. Altri non hanno le possibilità economiche per crescere i figli. Alcuni bambini invece hanno perso i genitori a causa della violenza o di malattie. Si ritrovano quindi per strada, dove si confrontano con problemi inaspettati, come la prostituzione, la violenza, la droga», spiega padre Le Beller, missionario francese originario della Bretagna, oggi presidente del Centro parrocchiale Caritas da lui creato. «I bambini di strada si costituiscono in bande, guidate da “capetti”; vivono di piccoli lavori, come lavare i vetri delle macchine o pulire le scarpe, e di mendicità. Ma spesso si ritrovano al soldo di altre bande, gang criminali, che mettono loro in mano delle armi per rubare o uccidere, in cambio di qualche compenso», dice il missionario, che è anche superiore provinciale dei Padri di St. Jacques in Haiti. Tra la fine del 2003 e i primi mesi del 2004, durante una protesta che sarebbe sfociata con la partenza del presidente Jean-Bertrand Aristide, i ragazzi di strada della capitale sono stati sistematicamente usati dal potere per contrastare le manifestazioni antigovernative. Osservatori del Fcsa raccontano di ragazzi dai 13 ai 16 anni armati che sparavano sui manifestanti. «Questi giovani hanno anche un rapporto ambiguo con la polizia», racconta padre Le Beller. Prima che cadesse Aristide, si vedevano bambini accompagnare poliziotti durante le pattuglie. Poi, il 29 febbraio, giorno della caduta del presidente, alcuni ragazzi hanno saccheggiato dei commissariati e rubato armi, munizioni ed uniformi. La rappresaglia della polizia si è fatta nel sangue. «Diversi ragazzi dagli 11 ai 14 anni sono strati trovati morti per strada, uccisi nel sonno», prosegue il religioso. «Ci raccontano regolarmente di giovani arrestati, picchiati e uccisi sommariamente. Tutto ciò rende inoltre sempre più difficile il lavoro dei nostri animatori, che hanno di fronte a loro ragazzi drogati, armati e perseguitati dalla polizia».
Gli animatori del centro vanno ad incontrare i ragazzi nei loro covi,  parlano con loro, cercano di sensibilizzarli sui problemi della strada e sulle attività del centro Caritas. Invitano i ragazzi a venire ai «martedì caldi» che si svolgono ogni 15 giorni. È una sorta di giornata a porte aperte durante la quale chi vuole può venire presso la sede del Fcsa, avere un pasto caldo, farsi una doccia, giocare e partecipare all’animazione. «Sono i ragazzi che scelgono di entrare o meno nel nostro centro. Ma sanno che una volta entrati, devono rinunciare alla droga e alla criminalità», sottolinea il fondatore.
In casa, i ragazzi partecipano alle pulizie e alla spesa, mentre il Centro trova per loro una scuola nel quartiere, dove vanno a lezione regolarmente. Il Centro dà loro un’assistenza scolastica - molto spesso i ragazzi sono molto in ritardo sui programmi - ma anche la possibilità di svolgere attività come il teatro, il canto, il disegno, la fotografia. «La vita al centro è un passaggio transitorio, il nostro obiettivo è ricreare i legami di questi ragazzi con la propria famiglia. Cerchiamo di ritrovare i parenti del ragazzo, e quando ci riusciamo, facciamo anche su di essa un lavoro di sensibilizzazione. L’importante è far rinascere nel ragazzo la voglia di tornare a casa e nella famiglia l’affetto nei confronti del figlio o del nipote».

Il cammino è molto lungo e il periodo di «transizione» al centro è di circa tre anni. «Alla fine del 2004, abbiamo avuto sei ragazzi pronti a tornare presso le loro famiglie», dice il missionario, ammettendo però che ci sono a volte dei fallimenti. Per i più grandi, il Foyer Caritas Saint Antoine ha un servizio d’inserimento e formazione professionale. «I giovani imparano un mestiere. Alcuni sono falegnami, fabbri o tassisti. Uno dei nostri ragazzi, Reginald, 23 anni, oggi è sarto. Vive con la moglie e con la figlia di tre anni. Paga l’affitto, mantiene la sua famiglia. È davvero un bell’esempio di reinserimento riuscito. Vi posso garantire che non c’è nulla di più bello che vedere un ragazzo rialzarsi dopo tante difficoltà e cominciare a vivere».



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