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La sfida: mostrare una fede che renda felici davvero

Circa vent'anni fa, i vescovi del Giappone lanciarono un drastico appello ai fedeli giapponesi per sollecitarli all'impegno missionario. Ricordo in particolare una frase: «Vorremmo cambiare la nostra percezione della fede, passando da un credo incentrato su regole e catechismo a un'attenzione posta sul vivere, in particolare sul vivere insieme felici».
L'invito a cambiare il significato della fede, passando da una fede fondata sul catechismo a una fede incentrata sulla vita, può risultare strano agli occhi di quanti in Europa sono abituati a un modo tra¬dizionale di vivere la fede. Tuttavia, dietro questo appello dei vescovi giapponesi c'è la difficile realtà del numero crescente di persone depresse o con problemi psicologici che si rivolgono alla Chiesa.
Se da un lato la meritocrazia e la libera concorrenza hanno contribuito allo sviluppo economico del Giappone, dall'altro la famiglia ne è uscita indebolita e i legami sociali compromessi. Per questo, per chi si trova in difficoltà è diventato sempre più problematico ricevere un consiglio sincero e altruista. Questa tendenza si è resa evidente con l'aumento del numero di suicidi e di quanti muoiono soli e senza che nessuno se ne accorga.
Il governo ha cercato di risolvere il problema fornendo un servizio di consulenza di esperti nelle scuole e sui posti di lavoro e aumentando ovunque l'assistenza sociale. Ma la sofferenza umana è complessa, i problemi sono di varia natura e intricati, i consulenti e gli assistenti sociali possono solo raggiungere risultati limitati. Chi soffre e cerca consiglio, alla fine chiede aiuto alla Chiesa. Se vado in chiesa, forse riesco a trovare la forza di vivere. È con questa aspettativa che molti si sono rivolti alla Chiesa.
E tuttavia, la Chiesa - legata a una fede fatta di regole e catechismo - ha accolto queste persone trattandole come gente in ricerca nel senso tradizionale e le ha così introdotte al catechismo e alle lezioni di religione, conducendole magari al battesimo.
Questa, però, non è necessariamente la risposta più appropriata. Insegnare il catechismo, infatti, implica l'uso di un linguaggio che non è familiare ai giapponesi, e questo, per chi soffre nel corpo e nello spirito, può costituire una richiesta eccessiva. Chi vive una situazione di disagio trova spesso difficile comunicare con chi gli sta intorno; anche quando si entra a far parte di un gruppo ecclesiale, le relazioni sociali possono diventare troppo pressanti. Così, prima che gli altri se ne accorgano, queste persone spesso spariscono dalla chiesa.
È deludente constatare che chi si rivolge alla Chiesa in un momento di sofferenza non riesce poi a sentirsi a suo agio e se ne allontana inosservato. I vescovi giapponesi han¬no riconosciuto i limiti dell'approccio alla fede come insieme di «regole e catechismo» e hanno cercato così il cambiamento di cui parlavo prima.
La fede intesa come vivere felici, come «vita buona» insieme, implica un cambiamento di approccio da parte della Chiesa, che deve perciò accogliere quanti soffrono e si sentono soli per proporre loro una vita in condivisione. Ciò di cui le persone in difficoltà e deboli che si rivolgono alla Chiesa hanno bisogno, prima di ogni altra cosa, è di sentirsi calorosamente accolte e accettate per quello che sono. Regole e catechismo vengono dopo.
Così il richiamo dei vescovi giapponesi ri¬suona come un invito alla Chiesa del Gia¬ppone a testimoniare l'umile ospitalità di Cristo che ha detto: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro» (Mt 11,28). ❚

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