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Teologia del popolo
di Alessandro Armato
La teologia della liberazione prende in Argentina la forma peculiare di «Teología del pueblo». Con un particolare accento sull’inculturazione e sulla religiosità popolare

Filosofo e teologo vicino al ramo argentino della Teologia della liberazione, la cosiddetta Teología del pueblo, padre Juan Carlos Scannone, gesuita, è un personaggio di primo piano nel panorama intellettuale cattolico del Cono Sur. Discepolo di Karl Rahner, ha partecipato come protagonista all'evoluzione dell'intenso dibattito post-conciliare in America Latina. Docente universitario, è autore di numerosi libri e articoli rilevanti. Lo incontriamo al Colegio Máximo di San Miguel, dove vive, nei dintorni di Buenos Aires.

Cosa significa fare teologia nel e dal Cono Sur?
L'aspetto fondamentale è l'inculturazione. In quanto messaggio di salvezza per tutti, la teologia ha un significato universale. Ma in quanto riflessione su una fede che si incultura, anche la teologia deve inculturarsi. Ora, il Cono Sur rientra nel mondo occidentale, ma presenta un meticciato culturale con diverse varianti. Il che richiede una prospettiva teologica specifica.

In Argentina questa prospettiva specifica è la Teología del pueblo...
Per comprenderla, bisogna partire dalla comparsa della Teologia della liberazione, intorno alla Conferenza dell'episcopato latinoamericano di Medellín del 1968. Questa teologia, che è uno dei grandi contribuiti dell'America Latina alla cultura universale, in Argentina prende la forma specifica della «Teologia del popolo». Si tratta di una prospettiva propria, originale, come riconosce lo stesso Gustavo Gutiérrez, padre della Teologia della liberazione.

In cosa differisce da quest'ultima?
La differenza è che qui non sono mai state utilizzate né la metodologia marxista dell'analisi della realtà né categorie prese dal marxismo, forse per influsso del peronismo.

Nello specifico teologico cosa caratterizza questa prospettiva?
Una rivalutazione della cultura e della religiosità popolare, tanto argentina come latinoamericana. Da qui il nome di Teología del pueblo (anche se a chiamarla così, per la prima volta, è stato un teologo uruguaiano che la criticava, Juan Luis Segundo). Si parla del popolo come soggetto storico-culturale e della religiosità popolare come di una forma inculturata di fede cristiana cattolica nel popolo argentino e latinoamericano. È una linea che privilegia più l'analisi storico-culturale che quella socio-strutturale.

Chi ha dato corpo a questa teologia?
Il grande teologo è Lucio Gera, un immigrato italiano arrivato in Argentina da piccolo. Gera era leader della Commissione episcopale di pastorale (Coepal), costituita dai vescovi argentini all'indomani del Concilio Vaticano II. La Teología del pueblo prende forma in questo ambito. Oltre a Gera, nella Commissione c'erano Justino O'Farrel, Gerardo Farrel, Rafael Tello, Alberto Sily, Fernando Boasso, mons. Enrique Angelelli, mons. Manuel Marengo e altri. Insieme elaborano il famoso «Documento di San Miguel» del 1969, uno dei testi più significativi e influenti della storia della Chiesa argentina, in cui si parla, tra le altre cose, di pastorale popolare pensata non solo per il popolo, ma a partire dal popolo. L'idea di fondo è che il popolo latinoamericano è già stato evangelizzato e dunque presenta molti elementi che non sono solo «semi», ma «frutti» del Verbo.

Roma cosa ne pensava?
Roma ha criticato le varie forme di teologia della liberazione che si rifacevano al marxismo. La corrente argentina, che non ne presentava tracce, era vista positivamente.

E cosa ne pensava la dittatura di Videla (1976-1983)?
I militari, al contrario, erano poco sottili. Per loro «liberazione» e «opzione per i poveri» significavano automaticamente marxismo. Non distinguevano tra le diverse correnti. Io stesso, che non ho mai avuto niente a che fare con il marxismo, ero considerato tale. Addirittura il futuro cardinal Pironio, per cui oggi è in corso la causa di beatificazione, era visto come marxista dall'intellingence militare. Era pura ignoranza.

Quali sono stati i frutti della Teología del pueblo?
Uno dei frutti principali è stata la valorizzazione della religiosità popolare, che ha lasciato una grande impronta in tutta la Chiesa argentina. Penso alla pastorale dei santuari. Per la festa di San Cayetano, protettore del pane e del lavoro, ci sono persone che stanno in coda anche quindici giorni per entrate per prime nel santuario. Ma penso anche ai pellegrinaggi giovanili a piedi a Lujan, ideati da Rafael Tello durante il regime militare, che mobilitano ancora oggi centinaia di migliaia di persone ogni anno. Queste manifestazioni religiose sono sempre esistite. Ma la cosa interessante di questa teologia è l'averle riconosciute come autentica fede popolare. Tanto che ultimamente, come si evince dal documento di Aparecida, si parla ufficialmente di spiritualità e mistica popolare. Lo stesso Benedetto XVI ha detto ad Aparecida che la pietà popolare è uno dei grandi tesori dell'America Latina. Il tema è ancora molto attuale.

L'idea parte dall'Argentina?
Nel Concilio non se ne parlava. Il primo a parlarne a livello universale è Paolo VI. Ma è molto probabile, quasi sicuro, che la rivalutazione comincia in Argentina col gruppo della Coepal. In seguito vari vescovi latinoamericani presentano queste idee nel Sinodo del 1974 sull'evangelizzazione. Da qui, probabilmente attraverso Pironio, argentino amico dei membri della Coepal, passano nell'esortazione post-sinodale Evangelii nuntiandi di Paolo VI e poi nella Conferenza dell'episcopato latinoamericano di Puebla, che è l'applicazione dell'Evangelii nuntiandi all'America Latina, dove Lucio Gera figura tra i redattori del documento sull'evangelizzazione della cultura. È un viaggio di andata e ritorno tra l'America Latina e Roma.

A Medellín non si parlava già di religiosità popolare?
Se ne parlava come di una religione naturale, unicamente «seme del Verbo». Mentre per la Teología del pueblo argentina si tratta di autentico cattolicesimo popolare, «frutto» del Verbo. Come «semi» vengono intese solo le religioni aborigene o afroamericane.

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